Frammenti di Cinema # 11

 

Nel cinema la meteorologia è importante e non è mai casuale. Emblematica è la pioggia continua e interminabile in Blade Runner  (1982) di Ridley Scott. Per un maestro del cinema come John Ford, invece, il cinema è il vento che soffia tra gli alberi. Di recente la neve è divenuta lo scenario suggestivo di molti film, legati tra loro da due fili, la memoria e il thriller.

 

La neve copre e svela. Per i giapponesi è insieme un simbolo di lutto e all’opposto di rinascita. Per questo e associato nella loro iconografia ai fiori di ciliegio. Rossi come il sangue. In Blade Runner 2049 (2017) di Denis Villeneuve la neve finisce per sostituire la pioggia. La pioggia bagnava tutti, replicanti ed esseri umani. Per questo accomuna e confonde. Anche in Rashomon (1950) di Akira Kurosawa piove sempre e la verità su un delitto è irraggiungibile. La neve invece nasconde la ram della nostra origine autentica. C’è chi ha associato il film di Villeneuve a Quarto Potere (1941). La scoperta del padre richiama la visione finale di Citizen Kane di Rosebud, la slitta dei giochi di quando il protagonista era bambino. In entrambe le scene la neve, come nel teatro giapponese kabuki, accompagna questa retrocessione all’alfa della nostra esistenza.

In Fargo (1996) dei Fratelli Coen e ne L’uomo di neve (2017) di Tomas Alfredson la neve – che non è silenziosa ma produce un suono che i giapponesi riproducono col tamburo odaiko – accompagna la ricerca della verità da parte di due poliziotti, una donna, Marge Gunderson, e un maschio, Herry Hole. E’ curioso che in entrambi i film c’è ancora un legame, un cordone ombelicale che resiste, con la nascita (ma il richiamo all’avvento cristiano sarebbe banale sotto questo codice) e principalmente con la genitorialità. Nel primo film, la poliziotta è in cinta. Nel secondo, la caduta della figura paterna (l’uomo di neve appunto) è all’origine dei delitti seriali.

Che la neve non sia per niente candida lo aveva sancito però un altro film, Il senso di Smilla per la neve (1996) di Bille Auguste. Dunque, se la pioggia confonde, la neve nasconde. E non è consigliabile andare a spalare, perché si potrebbero fare brutte scoperte. Imbattersi per esempio nella mummia di Jack Torrance di Shining (1980).

POST SCRIPTUM. Il legame tra la neve e la generatività, in particolare la paternità, diventa dichiarato in Un uomo tranquillo (2019) di Hans Petter Moland, un film “gioiellino” che inizia come una classica storia di giustiziere solitario (Liam Neeson) per poi prendere il ritmo di una commedia nera nello stile (quasi) dei fratelli Coen.

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