“La carta del burro”, di Paola Maccario

Estratti da La carta del burro di Paola Maccario (ed. arabAFenice, 2019)

LA CARTA DEL BURRO

Prologo

In una Livorno di inizio novecento, due giovani, Iole ed Egisto si innamorano: lei è di religione cattolica, lui di religione ebraica, l’unione è osteggiata dalle famiglie ma ai due giovani non importa della religione, sono spiriti ribelli, Egisto si dichiara apertamente anarchico.

Un giorno d’estate decidono di fuggire insieme, scelgono Genova perché lì Egisto può facilmente trovare lavoro ai cantieri navali Ansaldo dato che è un disegnatore tecnico alla San Giorgio di Livorno.

Una convivenza di inizio secolo è uno scandalo cui prima o poi devono porre rimedio, almeno con una unione civile. Da questa unione  nascono quattro figli: Lida, Leda, Antonio e Alcibiade.

15

Scoppia la guerra

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la vita al San Martino non era affatto monotona. Fanny si era messa in testa che far partire per la Russia dei ragazzi era una follia e così si era escogitata un piano: somministrava non so quali farmaci ai soldati che dovevano partire per causare loro un grave malore apparente ed evitare quindi la partenza, suo fratello Pepin si rifiutò di assumere la medicina per amor di patria e fu tra i molti che non tornarono. Fanny era una ragazza molto concreta, decisa e risoluta sempre pronta a lottare contro quelle che lei riteneva ingiustizie senza pensare minimamente alle conseguenze che potevano comportare.

Tutti i giorni un via vai di militari feriti che tornavano dal fronte. Genova era un porto di mare e le navi sbarcavano i feriti più gravi per le cure più adeguate. Fu così che un giorno approdò al San Martino Mario, un soldato milanese semi paralizzato a causa delle ferite riportate sul fronte albanese, fu uno dei pochi Lupi di toscana sopravissuti durante la disastrosa campagna albanese, questo fu quanto mi raccontò al suo arrivo.

La mia amica Fanny si innamorò quasi subito di Mario, nessuno se ne accorse tranne me, neppure Fanny stessa si accorse di nulla all’inizio. A me stava antipatico perché era uno sfacciato che si permise di tirarmi il velo, perché allora le infermiere portavano il velo come le suore, comunque fui contenta di questa storia d’amore anche se dentro di me covavo un po’ di gelosia nei confronti di Fanny, non perché avesse uno spasimante ma per paura di perdere la mia amica. Infatti Mario migliorava a vista d’occhio e Fanny era innamorata persa ed accettò di sposarlo, quindi, le mie paure di perdere l’amica cara erano fondate, presto sarebbe partita per Milano.

Mario, un uomo bruno dalla pelle ambrata e dai bellissimi occhi a mandorla milanese da sette generazioni, si sposò con Fanny il 26 dicembre 1943 a Vallecrosia Alta, nell’estremo ponente ligure, paese di origine della moglie ma scelse come residenza la sua Milano dove lavorava presso l’ufficio paghe e contributi della C.G.E., mentre la moglie Fanny lasciato il suo posto di caposala al San Martino di Genova si impiegò come segretaria del direttore generale dell’ATM, azienda tramviaria milanese.

La guerra continuava, spesso anche Genova per il suo ruolo di polo industriale era bersaglio di numerosi bombardamenti. Io, rimasta sola, non andavo mai nel rifugio, mi nascondevo nell’armadio della mia camera, quando la suora era passata per controllare che tutte le camerate fossero vuote uscivo dall’armadio, mi stendevo sul letto e aspettavo che tutto fosse finito. Il 23 ottobre del ’43 ci fu un allarme che poi si rivelò falso ma che a causa del panico causò la morte di centinaia di persone nella galleria delle Grazie poco distante l’ospedale, i feriti furono tantissimi e tutto il personale fu mobilitato per i soccorsi, me compresa naturalmente. La Galleria delle Grazie veniva usata come rifugio ma quella volta chi cercò di entrare trovò i cancelli chiusi e la calca e il panico causarono il resto; i morti vennero allineati davanti alla sede della Banca d’Italia e vi fu per le vittime una cerimonia collettiva. Il ricordo ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca e mi riporta ad un’altra triste vicenda avvenuta pochi giorni dopo, il 3 novembre 1943, quella della deportazione degli ebrei genovesi iniziata con una retata presso la sinagoga: gli ebrei attirati con uno stratagemma vengono arrestati dalle SS e portati a Marassi, alcuni si salvano grazie ad una signora che da una finestra, capito l’inganno, avvisa di quanto sta accadendo; nei giorni successivi gli arresti continuarono nelle abitazioni private ed arrivarono presto anche in ospedale.

Sebbene io fossi stata battezzata, dentro di me, quando conoscevo delle persone di religione ebraica, sentivo di essere legata alla loro tradizione, ne conoscevo alcune, compresa una dentista che lavorava al San Martino, in quei giorni sparì senza lasciare traccia e non fu la sola. Il direttore dell’ospedale, che era un tenente colonnello tedesco, mi mandò a chiamare.

“Signorina Leda, il suo cognome è Lemmi?”

“Si, signore”

“Quindi lei è ebrea?”

“Veramente ho ricevuto tutti i sacramenti cristiani”

“Questo non ha importanza lei resta comunque di razza ebraica e per me è difficile giustificare la sua presenza qui, se ne rende conto vero?”

“Si certo capisco”

“Prenda le sue decisioni ma lo faccia in fretta”.

Appena rientrata nella mia stanza preparai una borsa con tutte le mie cose più care, andai a salutare in tutta fretta le mie due colleghe e amiche Dina ed Erminia e scappai passando per l’ultima volta dall’obitorio. Presi il primo treno per  Milano e mi presentai alla porta di casa della mia amica Fanny.

Fanny e Mario, decisero di nascondermi a casa loro e non solo, Fanny riuscì anche a trovarmi qualche lavoretto privato come infermiera, c’era sempre bisogno di qualcuno che sapesse praticare le iniezioni o cambiare le medicazioni delle ferite. Da quel momento iniziò una convivenza che durò tutta la vita.

Io avevo trovato una nuova famiglia e una nuova dimensione che mi porterà ai cento anni e un giorno circondata da affetto e amore da parte dei parenti di Fanny che mi considerarono sempre come una loro zia.

21

Milano

Io restai, più o meno, nascosta fino al 28 aprile del 45. Quando appresi della uccisione a Dongo di Mussolini e la Petacci e della esposizione dei loro corpi in Piazzale Loreto non resistetti alla curiosità di andare a vedere e ancora a notte fonda e senza dire niente a nessuno uscii per le strade di Milano. L’aria sul viso aveva il gusto amaro della libertà dopo una lunga prigionia tra quattro mura, interrotta solo da brevi uscite per prestare qualche servizio da infermiera che mi trovava la Fanny.  Una volta giunta a piazzale Loreto lo spettacolo macabro che mi attendeva non era minimamente vicino a quello che avevo immaginato: una crudeltà inaudita ed una mancanza di rispetto  sui cadaveri anche se di persone che avevano delle colpe, rimasi molto colpita dalla brutalità umana, provai persino della compassione. Erano momenti drammatici quelli che si vivevano a Milano in quei mesi, il giorno dell’uccisone di Mussolini, al Giambellino ci furono delle fucilazioni di fascisti e, con l’ esposizione dei cadaveri di Mussolini e la Petacci si chiuse il conto per la strage di quindici partigiani ad opera del gruppo Oberdan della RSI, anch’essi esposti al pubblico in piazzale Loreto con l’accusa di aver procurato un attentato qualche giorno prima contro un camion tedesco parcheggiato in viale Abruzzi peraltro senza causare morti tedesche ma solo di civili milanesi. Mussolini in quell’occasione pare abbia detto ”pagheremo molto caro il sangue di Piazzale Loreto”.

Il Giambellino era una bolgia di purgatorio come anni dopo lo definì Bianciardi nella “vita agra” dove vagano larve indistinte; quartiere, che anche Gaber ne cantò magistralmene le caratteristiche ed i personaggi. In quel periodo di guerra ricordo di aver assistito alla fucilazione, proprio in via Giambellino, di tre ragazzi giovanissimi appartenenti alla 113ma brigata Garibaldi denunciati da un tale del luogo che era al soldo dei fascisti perché combattenti contro il regime: era l’8 marzo del 1944, lo ricordo come fosse ora, stavo rientrando a casa dopo aver fatto due iniezioni alla madre di una amica di Fanny che abitava appunto in via Giambellino.

Oggi in ricordo di quelle fucilazioni c’è una targa, la vedo ogni giorno quando mi reco al lavoro perché la fermata del tram si trova proprio di fronte.

La guerra fortunatamente è finita e la vita continua. Proprio in quel periodo ci avevano regalato un pastore tedesco di nome Fufi, questo cane lo trovavo sempre ad aspettarmi alla fermata del tram quando rientravo dal lavoro, non ho mai capito come facesse a conoscere i turni e gli orari in cui sarei arrivata, inoltre non ero particolarmente espansiva con le bestie, come d’altronde con le persone, eppure quel cane mi amava incondizionatamente.

22

San Biagio della Cima

“Francesco, ci sei? Ti ho portato le camicie”

“Si Leda entra è aperto”

“Non chiuderle subito nell’armadio lascia che si asciughino che le ho stirate col vapore”

“Grazie Leda, sei troppo gentile, non sei tenuta a stirarmi le camicie”

“A me fa piacere, se posso essere ancora utile  e poi sei disordinato con le camicie mal stirate, a San Biagio poche donne sanno stirare le camicie a dovere”

“Vieni che ci prendiamo un caffè sotto il portico e mi racconti qualcosa del tuo passato.”

“A proposito del mio passato ho seguito il tuo consiglio e sto scrivendo i miei ricordi.”

 

Il caffè era appena salito dalla moka, Francesco prese un vassoio con due tazzine e andò sotto il portico che avevano in comune.

“Che caffè mollo che hai fatto Francesco, sembra un caffè francese”

“a me piace il caffè francese. Racconta di quella volta che hai dimenticato l’acqua del bagno aperta”

“certo, mi no ghe no què, non ho voglia di raccontare la brutta figura che ho fatto con tua zia Rita. La vasca è straripata, l’acqua si è riversata sul pavimento del bagno fino ad arrivare nella stanza di sotto dove dormivano Mario e Rita”

“meno male che i miei zii sono persone che non hanno perso il senso dell’umorismo come molti in questo paese”

“questo è vero sono davvero una coppia molto simpatica e comprensiva verso le mie stranezze. Toh! guarda parli del diavolo e spunta la coda. Ciao Rita vieni a sederti un po’ qui, ti fischiavano le orecchie? stavamo parlando di te e Mario, Francesco voleva che gli raccontassi per l’ennesima volta di quando vi ho fatto piovere in camera da letto”.

 

Rita aveva delle notizie dell’ultima ora più ghiotte che parlare di quel vecchio episodio.

“Sapete la novità? Marinella a fine mese chiude il negozio, per noi che abitiamo sulla provinciale sarà un disastro: era cosi comodo! Andare a piedi in piazza troppo faticoso con tutte quelle scale”.

“Vero. Dove andrò a comprare il pane alla mia età? e quel gorgonzola così buono che aveva? e il giornale? dovrò decidermi ad abbonarmi al Corriere ma con le poste non so mica se sarà una buona idea, finirò per leggere il giornale il giorno dopo. Un pezzo della mia autonomia andrà in fumo, ormai sono vecchia per muovermi da sola con la corriera”.

“Signorina Leda, c’è ancora un caffè per me?”

“Ecco il Leopoldo, ora la compagnia è al completo”.

“Vieni Poldo – disse Francesco – ti predo una tazza di caffè mentre Leda ci racconta  del suo viaggio in Israele. Ti ho ammirato molto, Leda, hai avuto del coraggio. Sai che scrivo di gente che fugge, un tempo anche gli ebrei sono passati di qui per fuggire in Francia”.

23

Israele

85 anni

Per i miei 85 anni Carla e Piero decisero che era giunto il momento di portarmi alle mie radici ebraiche: in Israele. Non sapevo se ridere o piangere, non avevo mai preso un aereo, avevo paura ma mi feci coraggio, se ero arrivata fin qui dovevo provarle tutte e decisi di provare anche questa emozione. Partimmo da Malpensa e dopo un volo, devo dire molto comodo e rilassante, cosa che non avrei mai pensato, atterrammo a Tel Aviv, aeroporto  Ben Gurion, dove passammo quasi due ore di controlli alla dogana, mi fecero una infinità di domande. Erano gli anni in cui il terrorismo impazzava ma a me non importava, anzi, se devo dire la mia impressione lì era tutto di una calma impressionante. Mi tremavano le gambe dall’emozione, ci venne incontro Amos, un amico e collega di lavoro di Piero, che aveva il compito di accompagnarmi nel mio viaggio. Arrivati in albergo la stanza con vista mozzafiato sul mare mi toglieva davvero il respiro, una luce che non avevo mai visto, così tagliente da allucinare.

La sera andai a cena con la convinzione che non avrei trovato cibo di mio gradimento,  venni smentita da un tripudio di gusti e profumi che non immaginavo di sentire. Amos si dimostrò una persona squisita, quando gli confessai la mia rabbia e delusione nel non potermi ritenere ebrea perché mia madre era cristiana ma nonostante ciò fui perseguitata e dovetti nascondermi per sfuggire alle deportazioni razziali a causa del mio cognome, mi disse che potevo fare l’aliyah, come figlia di un ebreo potevo diventare cittadina Israeliana, certo per convertirmi all’ebraismo il percorso sarebbe stato molto più lungo.

Giunta a questo punto del mio percorso sapevo che non avrei fatto niente del genere, comunque apprezzai molto quelle parole e quel viaggio, visitai la città nuova coi grandi palazzi , le spiagge , le palme che si piegavano alla brezza leggera, coi suoi odori e sapori. Camminai per oltre tre chilometri a piedi per raggiungere Giaffa, lunghissime spiagge, la luce restava sempre la cosa che più mi colpiva. Visitai la fortezza di Masada, luogo magico al punto da non saper descrivere il magnetismo che esercitava sui visitatori, risalente ai tempi di Erode ricca di storia e fascino.  Mi portarono sulle rive del Mar Morto e volli fare il bagno in quel mare così diverso dal mare che conoscevo di Sori e Bengasi.  Certo che arrivare alla mia età ed intraprendere un viaggio del genere è davvero una fortuna, so di dire sempre le stesse cose ma i sensi di colpa nei confronti dei miei fratelli che non hanno potuto godere di niente riaffiorano sempre.

Si viene al mondo per essere se stessi, ognuno di noi è unico ed irripetibile ed ha un suo scopo nel disegno di Dio anche se spesso non lo comprendiamo. Ho letto che il ritorno è al centro della concezione ebraica del cammino dell’uomo e io sono qui per imparare una lezione, non si è mai troppo vecchi per imparare.

Sul taxi che mi portava a Gerusalemme, Moisè il taxista mi disse:

“Perché è venuta qui?”

“Per vedere”

“È vissuta in una famiglia religiosa?”

“No, per niente.”

“I laici prima o poi arrivano tutti, lo stato di Israele è l’unico posto dove un ebreo può capire il significato di avere uno stato. Vede quel cielo Leda? È un cielo ebreo, vede quel gatto? È un gatto ebreo, non ci sono altri paesi ebraici che questo.”

“Sta citando Roth, ho letto quel libro. Mi sento ebrea anche se mia madre non lo era, vorrà pur dire qualcosa e sentirsi è più che essere.”

Arrivata a Gerusalemme il monocolore che circondava la città era qualcosa di mai visto, il grande arco, che sovrastava i resti della sinagoga Hurva distrutta durante la guerra arabo israeliana, stava lì a sentinella di una ricostruzione prossima.

La gente in preghiera e i turisti a curiosare, il muro del pianto era imponente oltre ogni immaginazione, illuminato da inondare la coscienza di luce, capii a cosa serviva dopo pochi attimi che lo osservavo: era un innesco alla tenerezza, alla introspezione, aveva intenerito anche la mia scorza indurita dalle vicissitudini della vita.

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.