Massimo Maugeri, Cetti Curfino

Per gentile concessione della redazione, propongo una mia recensione del romanzo Cetti Curfino di Massimo Maugeri, finalista del Premio Nazionale Chianti, uscita sul n. 309 di gennaio-febbraio 2019 della rivista l’immaginazione di Manni editori.

Davvero, sempre, la verità aiuta? Su Cetti Curfino di Massimo Maugeri
di Giorgio Morale

Appena la vide, pensò due cose. La prima: il suo era uno di quegli sguardi capaci di bloccare il respiro. La seconda: la sua bellezza era dotata di un incanto ferale”.

Il romanzo Cetti Curfino (La nave di Teseo 2018) di Massimo Maugeri si apre con un incipit breve, a cui corrisponde un explicit altrettanto lapidario: “Ho incontrato la morte buttana. E l’ho mandata a farsi fortere”. Una struttura a cerchio che rivela la sapienza compositiva di Massimo Maugeri. Con presagi di morte si apre il romanzo (l’incanto di Cetti è “ferale”: che porta la morte), con la vittoria di Cetti sulla morte esso si chiude.

In incipit tutto è già successo, il delitto è compiuto, la colpevole è assicurata alla giustizia: è Cetti Curfino dall’“incanto ferale”, uno di quei personaggi che s’imprimono nel nostro immaginario. Da lei in prigione si reca Andrea Coriano, giornalista free lance che vuole convincerla a collaborare a scrivere un libro sulla sua vicenda che ha attirato i mass media: non capita spesso che una donna commetta un atroce delitto. Non si conosce però il nome della vittima, che viene rivelato solo a poche pagine dalla fine del romanzo. Il gioco con l’attesa del lettore è raddoppiato dal fatto che, in virtù degli indizi sparsi nel testo, due potrebbero essere le vittime, ambedue presenti nello stesso capitolo decisivo dell’assassinio, in due situazioni che nella stessa giornata raggiungono la loro spannung: o il politico che non mantiene le promesse o il parente che vorrebbe avviare Cetti alla prostituzione.

Al mantenimento della tensione contribuisce la struttura dei capitoli, vari dei quali si concludono suscitando una domanda che avrà risposta nel capitolo successivo: il 22 finisce con un messaggio recapitato ad Andrea: “il regalino era un foglio di carta”; il 23 con: “Il problema vero… era un altro”; il 31 con Andrea che legge il titolo di un giornale “E gli si gelò il cuore”; il 33 con: “E poi quell’ultimo e violento colpo che la investe”; il 34 con: “il rischio di morte cerebrale era elevatissimo”. Sono finali che segnano svolte narrative e creano accelerazioni nella storia.

Ma il romanzo, come ci ha insegnato V. Sklovskij, è fatto anche di rallentamenti funzionali all’accumulo della tensione e collegati ad alcuni motivi, che con la terminologia di B. Tomasevskij possiamo chiamare “legati” e “liberi”. I “motivi legati” sono collegati alla fabula e tra questi vi sono quelli che illustrano la situazione nelle carceri e la vita dei detenuti. Tra i “motivi liberi” c’è il motivo della zia Miriam con cui vive Andrea, la zia Miriam con la sua sapienza domestica: come lucidare l’argenteria e preparare il tacchino alla cacciatora; o principi di alimentazione e rimedi naturali che riecheggiano la cultura di massa. Mentre i “motivi legati” contribuiscono a creare il romanzo di denuncia che Andrea vuole scrivere, i “motivi liberi”, non strettamente legati alla fabula, sono inattesi per il lettore ma voluti dall’autore per scelte stilistiche. In questo caso accrescono l’effetto di realtà trasmesso dal romanzo.

Il testo mantiene un buon ritmo grazie all’alternanza di due voci narranti. Una è quella del narratore esterno che racconta la storia di Andrea che vuole scrivere un libro; una, segnalata dal carattere corsivo, è quella della “Lettera di Cetti Curfino al commissario Ramotta”. Ma a p. 145, a metà libro, Andrea mostra l’incipit del libro che sta scrivendo a Cetti e scopriamo che è lo stesso incipit del romanzo di Maugeri che stiamo leggendo. Quindi questo è il libro che Andrea progetta di scrivere, il che viene confermato dalle ultime righe dell’opera: “Andrea pensò che se un giorno fosse riuscito a trovare le forze per ultimare il libro… l’avrebbe ultimato riportando… queste due frasi pronunciate da Cetti…: Ho incontrato la morte buttana. E l’ho mandata a farsi fortere”.

Alla luce di questa di questa sovrapposizione tra Andrea e il narratore acquistano rilievo i brani di metascrittura inseriti nel testo, riguardanti i dubbi di Andrea se scrivere il libro in prima o terza persona (cap. 20) e la difficoltà per un libro di denuncia di trovare editore e lettori (cap. 24), così come la rivendicazione dell’importanza di un libro di denuncia.

Cetti Curfino è infatti un libro di denuncia e così lo progetta Andrea: denuncia delle condizioni sociali che portano i più deboli al delitto, e tra i più deboli in primis le donne, dato che “La donna è il negro del mondo”, come recita in epigrafe un verso di Woman is the Nigger of the World di John Lennon. Ma proprio il carattere “sociale” viene problematizzato dalla fabula del romanzo. Cetti Curfino scrive il libro Mi chiamo Cetti Curfino con l’intento di realizzare quel riscatto che Andrea non è in grado di garantire né a lei né a sé. E le conseguenze sono drammatiche. “Perché? Perché? Perché?” urla a Cetti il figlio la cui vita è sconvolta dalla pubblicazione. Sorge allora la domanda: è stato un bene “denunciare quelle porcherie”? Davvero, sempre, “la verità aiuta”? Anche noi, convinti di una funzione anche sociale della letteratura, non possiamo non porci questa domanda, che rende Cetti Curfino di Massimo Maugeri una sorta di apologo, di conte philosophique e ne accresce la complessità.

3 pensieri su “Massimo Maugeri, Cetti Curfino

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