Angela Passarello, Bestie sulla scena

La “Commedia delle bestie” di Angela Passarello
di Giorgio Morale

La mula
In attesa di essere cavalcata, scacciava con la coda la zecca, che le si era attaccata all’inguine. Dalla visiera, i suoi occhi, misteriosi come quelli di una sposa delle Mille e una notte, dominavano ogni angolo della corte.
Nella stretta curva di via Bac Bac, il baldacchino, su cui era appoggiato il Santo nero, continuava a vacillare, ma senza capovolgersi; la mula che lo precedeva, ansimante e sudata, a briglie sciolte, si era staccata dalla processione ed era fuggita per i vicoli stretti.
Uno dei portatori del Santo, dopo averla rincorsa, era riuscito a riprenderla, e a portarla nella piazzetta, dove sostavano le diverse mule, bardate a festa, con il carico di frumento o di spighe in offerta votiva. “Taliàti, taliàti, li mula parati! Evviva! Evviva! Evviva, San Calò!” esultavano i devoti. (A. Passarello, Bestie sulla scena)

Con il suo nuovo libro Bestie sulla scena (il verri edizioni 2018) Angela Passarello ci dà una sorta di “commedia delle bestie”. Il riferimento è evidentemente, al di là di ogni confronto, alle due più celebri commedie della letteratura, la Divina e la Umana. Da questo punto di vista il titolo è appropriato: questa è veramente una commedia in cui la scena è occupata dalle bestie, di cui ci dà un affresco variopinto che, come hanno notato vari lettori, da Giovanni Anceschi a Giorgio Linguaglossa, se può essere ispirato dai bestiari medievali, non ne ha né il carattere fantastico né quello simbolico. Nemmeno obbedisce alla convenzione favolistica o disneyana degli animali parlanti impersonanti vizi e virtù mutuate dagli umani. Lo sguardo, come sottolinea Linguaglossa, è esclusivamente realistico, un realismo non tentato nemmeno dalla tecnica dello straniamento volta a rivelarci ciò che da sempre abbiamo sotto gli occhi ma che l’automatismo della visione nel quotidiano commercio con esso ci impedisce di vedere. Angela Passarello chiama invece ogni cosa con il suo nome abituale, tanto che sarei tentato di obbedire all’interdetto di Jacopone da Todi quando dice: “Dov’è chiara la lettera / non fare oscura glossa”. Ma in arte la chiarezza è una qualità raggiunta attraverso un lungo lavoro, e di quest’opera pertanto è bene sottolineare la ricca stratificazione e la complessità nonostante le sue non ampie dimensioni.

La “commedia delle bestie” si svolge in 63 scene, alcune di una pagina, alcune di mezza pagina, qualcuna anche di pochi versi, che in nove di questi episodi si inseriscono nel contesto in prosa. Anzi, il fatto che la prima scena (Farfalla) sia in versi dà un tono poematico alla raccolta. A dispetto della frammentarietà della scrittura, la molteplicità degli episodi e una architettura latente dilatano le dimensioni dell’opera e le danno unitarietà. Ogni episodio è sostenuto da uno schema: un esordio situato nella quotidianità delle vicende, a cui l’epilogo apporta quello che negli haiku è chiamato “salto logico” (kiru), sotto forma non di una morale né di un colpo di scena, ma del compimento di una situazione che rivela un aspetto perturbante pur se a tutti noto. Così il susseguirsi e il variarsi di uno schema crea nel lettore una aspettativa quale si crea nella narrativa seriale. Lo sguardo come detto è rigorosamente esterno, eppure riesce a restituire la varietà degli scambi che possono darsi tra uomini e bestie, senza che nulla di psicologico o intellettuale si sovrapponga alla materialità della rappresentazione.

Una parte del libro è costituita da alcuni testi già apparsi in una precedente raccolta di Angela Passarello, Ananta delle voci bianche (Ed. I quaderni di Correnti 2008), di cui alcuni affondano in immagini dell’infanzia siciliana dell’autrice e dell’animale ci mostrano gli aspetti meno accessibili all’uomo. Nel transitare in questa nuova raccolta alcuni di questi testi hanno subito un intervento rivolto a eliminare qualche residuo di intenzione simbolica che permaneva in Ananta. Ad esempio, ne L’asina il padrone dell’animale nel vecchio testo “Sopra la terra lasciò inclinato un ramo come segnale di croce”, nel nuovo “Sopra la terra lasciò inclinato un ramo come segnale”. Il “segnale” basta a dire il legame dell’uomo con l’animale anche senza il ricorso al simbolo cristiano. La scelta dell’autrice è stata quindi di scarnificare il linguaggio e concentrare la significatività nei gesti dell’animale senza che lo sguardo umano interferisca. Questa scarnificazione e eliminazione del dichiaratamente numinoso accresce l’alterità dell’animale e la numinosità della sua presenza, come avviene ne La civetta, che, liberata della evocatività che appare nel testo più antico e con l’aggiunta di caratterizzazioni fisiche, diventa ancor più “sacra e intoccabile”.

Classici nella loro misura, si ritrova in questi quadri il Mediterraneo e un mito che non è quello novecentesco cresciuto nell’ombra della psiche e sospeso sull’abisso dell’inconscio. Un mito che impronta il paesaggio e nasce da esso, ben oltre le vestigia della rupe e del tempio. Ugualmente da lontano vengono alcune scene che affondano in un folclore che più che cattolico è rurale, fatto di coralità, feste, addobbi, offerte votive, ornamenti talvolta da Mille e una notte. E non inganni la compostezza apollinea della forma. Anche la crudeltà del mondo della vita è qui compresa: abbiamo il dolore creaturale di morti e mutilazioni, come un sacrificio, come un prezzo, innocente, da pagare all’esistenza. Gli animali sembrano detenerne il segreto, come il serpente “regale e impetuoso… custode di quel luogo abbandonato”, oppure la tacchina, che “sembrava una sovrana in meditazione”, oppure la gatta, che “sembrava indicare altri aspetti misteriosi della sua natura animale”, o le api che “custodiscono il segreto del miele”, o la già citata civetta “sacra e intoccabile”, o le lucciole con le loro “magiche lanterne”, o la formica nera e il lombrico, la cui dimora sotterranea rimane avvolta nel mistero.

Un altro gruppo di testi mostra gli animali umanizzati dalla vicinanza dell’uomo e dalla trasformazione che costui ha recato all’ambiente. Così le vespe costruiscono il loro alveare “nella cavità del tubo arrugginito” e il passero va “in cerca di briciole, al bar Centrale”. Alcuni sono compagni dell’uomo, che nella loro vicinanza cerca di colmare il proprio vuoto, come ne La gatta di via Farini; alcuni della vicinanza dell’uomo subiscono la violenza, come il cappone “deprivato della sua identità”, la gallina a cui “il collo… venne tirato”, il maiale scannato, la coniglia portata all’uccisione, le “lucertole mutilate” per gioco dai ragazzi, le lumache “sterminate con un gas tossico”. La umanizzazione raggiunge punte di ironia, se non proprio satiriche, ne Il cane di Laurie Anderson, con la domanda finale: “Se non fosse stato adottato, come sarebbe stata la sua vita?”. Oppure in Una sera d’estate un pitone, in cui il brigadiere si domanda “se certi animali esotici hanno il diritto di circolare fuori del loro habitat naturale”.

In alcuni testi si arriva infine alla completa debestializzazione, a una sorta di “mondo dei simulacri” delle bestie. Ciò avviene in racconti come Il gufo meccanico e La mucca Nestlè, in cui gli animali hanno cambiato natura e sono diventati giocattoli. Riconosciamo in essi un analogo dell’uomo e delle minacce che incombono sul suo destino nell’età della tecnica. Talvolta anche nel destino quotidiano gli animali sono degli analoghi degli umani, come il Ragnetto costruttore che persegue il “progetto del suo fare” oppure come Il piccione clandestino che condivide con Fatima, priva di permesso di soggiorno, la condizione di “occupante abusiva”.

In conclusione, malgrado lo sguardo esterno rispetti la loro alterità, e forse proprio per questo, le bestie di Angela Passarello, in scena loro malgrado, suscitano un moto di pietas. Che diventa vera e propria simpatia nel caso della mula che “si era staccata dalla processione ed era fuggita per i vicoli stretti” recuperando una breve libertà. E arriviamo persino a gioire quando leggiamo della zecca che perpetuerà la ciclicità delle generazioni quando “A terra l’uovo deposto l’avrebbe rigenerata nella breve vita”.

* * *

Angela Passarello, nata ad Agrigento, vive e lavora a Milano. E’ stata redattrice della rivista Il Monte Analogo. Ha collaborato con La Mosca di Milano. Ha pubblicato la raccolta di racconti Asina Pazza (Greco e Greco, Milano 1997), la raccolta di poesie La carne dell’Angelo(ed. joker, Novi Ligure 2002), le prose poetiche Ananta delle voci bianche (Quaderni di Correnti, Crema 2008), Piano Argento (edizioni del verri 2014), Pani Scrittu (edizioni del Pulcino Elefante 2015), Bestie sulla scena (ed. del verri 2018).

3 pensieri su “Angela Passarello, Bestie sulla scena

  1. Originale opera , in cui ritroviamo il talento pittorico e scultoreo della versatile artista Passarello (come non ricordare gli occhi ciechi, espressivi e tragici dei suoi animali?). Un’artista da sempre aperta alla natura in un senso speciale, incardinato su complesse simbologie archetipiche e su un profondo sentire la terra dei suoi padri e delle sue madri come fonte di ispirazione. Il realismo puro, di cui parla Giorgio Morale, sI addice al supremo disincanto di chi percepisce la natura come un immenso fondale di mistero, così affascinante e arcano da non dover essere ulteriormente interpretato. Assai preferibile, anche se forse più difficile, è accoglierlo così com’è, con umiltà e rigore quasi verghiani e senza sovrastrutture: con il pensoso sgomento di chi guarda da una finestra il mare in piena.

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  2. Angela Passarello è pittrice e poeta. Quando usa il linguaggio poetico lo fa per dare, con immagini vivide e realistiche, sostanza alle sue memorie siciliane. Dà all’immagine reale tutto il peso della significazione senza artifici retorici. Agli antipodi della sua pittura che attinge anche al fantastico.
    È sempre un piacere leggerla per entrare nel mondo della sua Sicilia così verace.

    Nino

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