Countravāl l’aigo – Controcorrente

(pubblico qui la prima parte di un notevole scritto della prof. Daniela Boccassini, professor of italian studies alla University of British Columbia, Vancouver Campus, Canada. an.sp.)

di Daniela Boccassini

Carissimo Massimo,
i giorni passano, anzi volano a velocità supersonica, o scivolano via sciogliendosi come ghiacciai in ritirata, o se ne vanno in fumo come le poche foreste superstiti in un mondo ormai affetto da surriscaldamento globale… scegli l’immagine che preferisci — in questi tempi di catastrofi ambientali la nostra vita individuale e quella del pianeta che avevamo dimenticato esserci casa tornano a ricongiungersi in modi così estremi, da risvegliare forse un barlume di coscienza, di offuscata memoria, in un esiguo, ma crescente, numero di noi. Proprio in questo inarrestabile trascorrere dei giorni lungo il crinale della catastrofe, in questo nostro essere testimoni di una serie di disastri annunciati così drammatica che anche solo una manciata di generazioni fa i nostri antenati non avrebbero esitato a riconoscervi i segni di un’apocalisse, in tutto questo frastornante angoscioso divenire, il nostro comune motto — tuo e mio: contreval l’iaue — mi accompagna, serafico e luminoso, passo dopo passo.

Da quando ci sono venute incontro quasi per caso un giorno di quest’ultimo autunno, queste tre parolette antiche non mi hanno più lasciata, e giorno dopo giorno si sono fatte symbolon, dono iniziatico: rivelazione. D’altronde, nulla è mai per caso, e sono interiormente certa che queste parole hanno viaggiato a lungo prima di apparirci, facendo segretamente la spola tra la tua isola e il mio finisterre.
Devo confessarti che la prima cosa che mi è venuto spontaneo di fare, non appena il nostro motto mi è entrato in cuore, è stata di tradurlo, dal francese medievale in cui me lo consegnasti, nella parlata provenzale dei miei avi. Contreval l’iaue è così diventato countravāl l’aigo, ed ecco che in grazia di questa minima metamorfosi fonetica l’acqua di queste parole ha miracolosamente cominciato a scorrermi nelle vene e insieme ad avvolgermi, liscia, luminosa, musicale: come un ruscello ai margini del bosco in una notte di plenilunio — come il ruscello che scorreva dietro casa ai tempi in cui ero bambina, quando d’estate spalancavo la finestra per poterlo ascoltare, e per potermi meglio immaginare come le stelle che vedevo scintillare in cielo si riflettessero nelle sue acque chiare. Countravāl l’aigo: da quando mi ripeto a mezzavoce queste parole come un mantra risalito alla superficie della coscienza da profondità quasi insondabili, questa misteriosa aigo, questo ruscello incantato che racconta storie d’altri tempi, miei e non solo, non ha più smesso di mormorarmi dentro, né io di prestargli attenzione. Lascia dunque che ti dica qualcosa di questo nostro reciproco incanto; lascia che ti parli di quelle forme di luce e d’ombra che il suo dirsi, e il mio prestargli ascolto, hanno evocato.

***

Perché, innanzitutto, questa urgenza di sostituire ai fonemi della lingua medievale d’oïl quelli della parlata d’oc, questo bisogno di dar voce a quell’immagine in un linguaggio nel quale la mia memoria atavica istintivamente si riconosce — guizzando, felice? Certo non perché la parlata d’oïl mi sia estranea: il francese come sai mi è stato lingua materna, tanto quanto l’italiano lingua paterna. E allora? allora, ha mormorato il rio, si tratta di risalire oltre l’idioma parentale, per ritrovare la memoria di un linguaggio ancora più vicino al nostro originario essere acqua e aria, terra e cielo. Così facendo, ho ritrovato a tentoni la memoria di un modo di parlare, e di rispondere alla vita, che all’epoca della mia infanzia si vedeva destituito di ogni dignità, braccato com’era in quelle gole alpine in cui affondano le mie radici esistenziali, dall’avanzata sempre più capillare e compatta della modernità, e congiuntamente ad essa del linguaggio urbano, della lingua nazionale — francese o italiano a seconda del versante dello spartiacque che quelle valli demarcano.
Forse ricorderai anche tu i programmi di alfabetizzazione che da bambini guardavamo incantatati sullo schermo gracchiante delle nostre prime televisioni: il maestro Manzi mi è stato più maestro della mia maestra di scuola. Disegnava a carboncino su dei grandi fogli bianchi l’anima delle cose, prima delle parole intese a rappresentarle. Insegnava a scrivere e a leggere l’italiano ai contadini e agli operai analfabeti d’Italia, certo. Ma soprattutto, di quegli analfabeti e delle “cose” istintivamente conosceva i risvolti più nascosti: ne comprendeva il dialetto dell’anima; vedeva il dramma di un’Italia in bilico tra il non più e il non ancora nel quale anche io, bambina, inconsciamente sapevo di trovarmi. Altri, a lui seguiti sugli schermi televisivi e nelle scuole, per convincerci del valore di quel linguaggio unificante, nazionale, non avrebbero esitato ad alimentare nei loro ascoltatori — noi tutti, grandi e piccini — un senso di ripulsa misto a vergogna per ciascuna di quelle miriadi di parlate locali di cui i nostri antenati erano ancora artefici e depositari: parlate accusate di essere incolte, sospettose della scrittura, refrattarie alla letteratura, e soprattutto avverse alla modernità. Parlate caparbie, incapaci di trascendersi — e quindi da rimuovere, così come si rimuove una foresta per fare orgogliosamente spazio al nuovo che avanza: a un grappolo di condomini in povero cemento, l’avvio raffazzonato di un ulteriore conglomerato umano e urbano.
Un’immagine tira l’altra, mi son trovata a ridiscendere con la mente, poco a poco, senza quasi accorgermene, la corrente di quel gran fiume, l’Italia del dopoguerra e del miracolo economico, nel quale siamo tutti poco alla volta confluiti, e che per forza di gravità ci ha trascinati, quasi sempre a nostra insaputa, nei gorghi unificanti di una foce comune, all’uscita dalla quale ci siamo poi dispersi nel gran mare del globalismo transculturale in cui oggi ci troviamo a nuotare, sopraffatti dai rifiuti che la nostra fame di modernismo vi scarica, insaziabile. E guardando dalle profondità di questi oceani sempre più torbidi verso i torrenti alpini in queste acque confluiti, vedo d’un tratto, con l’occhio della mente che il nostro motto sembra aver attivato, e capisco, qualcosa che fino ad ora non avevo mai veramente inteso. Capisco come quel parlare selvatico cui appartenevo per nascita fosse ritenuto da estirpare perché si accordava perfettamente al modo di essere, intrinsecamente terrigno, di coloro che con quelle pinete, con quei torrenti, con quei pascoli e quelle baite dai soffitti bassi sapevano di essere da sempre in naturale, intimo accordo. Ne erano testimoni, come in un linguaggio del corpo che a quello della voce si sposa impeccabilmente, i gesti misurati di quei miei avi, quel loro modo soffice di posare sul sentiero un piede dopo l’altro, il loro respiro calmo e profondo, quel loro parlare sommesso, segnato da silenzi prolungati. E anche se a me veniva proibito di usare quelle parole — che pure capivo tutte nel loro chiaroscuro musicale, come l’acqua e la pietra che incontrandosi cantano — era nondimeno a quella specifica declinazione dialettale dell’umano modo di essere che sapevo di appartenere. Allora come oggi questa particolare coscienza, e memoria, di essere viva, pare iscritta in me come se fosse un tatuaggio dell’anima. So di condividerlo, questo tatuaggio, questo linguaggio, con chi di quella coscienza e memoria è stato partecipe in una catena generazionale lunghissima, umana e non solo umana: perché della terra e dell’aria, del sole e dell’acqua, dei frutti e degli animali che quella coscienza e memoria hanno condiviso ci siamo tutti, quasi a nostra insaputa, nutriti.
Nonostante questo amore selvaggio, questo radicamento innato, nel venire trasportata, se non travolta, dalla corrente che mi spingeva a valle mi sono sentita strappare a forza dalle braccia di quella terra avita, così aspra, così accogliente. Ci avevano spiegato che questo era necessario affinché potessimo “farci strada nel mondo”. E di strada, in effetti, ne abbiamo fatta — a forza di percorrere labirintici svincoli suburbani, di trovarci immessi nel groviglio di molteplici incroci esistenziali, di confonderci nell’anonimato di quei lunghissimi tunnel metropolitani in cui tutti si affrettano verso una qualche invisibile meta, come abitati da sogni indecifrabili, da altri per loro conto, e tornaconto, sognati. Prigionieri di quel collettivo miraggio, giorno dopo giorno abbiamo progressivamente perso financo la memoria di un nostro possibile risalire alle sorgenti dell’essere, nostro e della vita; abbiamo lasciato che le correnti marine ci portassero sempre più al largo, e chi fra noi non credeva all’illusione di questo nostro doverci per forza “far strada”, ha lasciato che la corrente lo portasse, come il mare una barca priva di timone, al largo: all’appuntamento con quel destino che sai ti guarda sempre maternamente le spalle, come un angelo custode del quale ti hanno assicurato che l’inesistenza è un dato di fatto scientificamente provato. Io, come sai, sono stata spinta dalle correnti ben oltre le colonne d’Ercole fino a trovare, oltreoceano, nuove terre, ignote foci, altri fiumi, sconosciuti declivi.

***

E’ così, caro Massimo, che queste tre parolette mi hanno raggiunto in questo mio finisterre. E nel loro sommesso, insistente risuonarmi dentro hanno finito per aprire uno squarcio nel fitto di questo mio quotidiano d’oltreoceano, nel tessuto variegato di esperienze stranianti che da un trentennio avvolge, quasi una nuova epidermide, la massa muscolare dei miei più antichi ricordi esistenziali. Mi hanno rivelato, queste tre parolette d’altri tempi, quanto quei ricordi siano ancora vividi, incarnati: loro in me, e io in loro. Ma al contempo, continuando a cantarmi dentro, mi hanno anche chiesto di guardare, e di ascoltare, di percepire insomma, oltre quei ricordi, oltre le radici alpine del mio essere, oltre il dialetto dei miei avi, per immergermi nelle profondità, non più marine bensì nuovamente fluviali, di un mistero fino ad ora presentito, ma mai ancora veramente esplorato: quello che questi lunghi anni di vita sulla costa pacifica del continente nordamericano hanno intessuto in me, quasi completamente a mia insaputa, tra questi luoghi e quelli della mia origine, tra questo incolto e quello dal quale un giorno fui a forza strappata. E così ho sentito, più che capito, come sia giunto il momento di abbandonare non solo le profondità oceaniche nelle quali ha preso forma la nostra esistenza adulta, ma anche il terracqueo nel quale ho a lungo sostato su queste rive, per iniziare un percorso di risalita delle vie d’acqua dolce che qui sfociano. Mi sono così ritrovata, con la mente certo, ma una mente a questi luoghi poco per volta naturalizzatasi, a risalire queste valli così altre dalle mie, eppure divenutemi casa: controcorrente, sono partita alla ricerca delle sorgenti che qui rampollano, protette da cedri e arbusti, nascoste tra muschi e felci, per riavvicinare da questa prospettiva straniante il mistero delle origini, mie e di tutti. In questa lenta, lunga e faticosa risalita controcorrente ho iniziato a comprendere che se ogni torrente ha un suo ecosistema, ciascuno di questi ecosistemi, nella sua unicità, ha in comunque con tutti gli altri qualcosa di molto specifico. Simbolicamente, potremmo chiamare questo qualcosa “assenza di salinità”. Meglio ancora però, direi “dolcezza”: perché dolce è, da Dante in poi, tutto ciò che ci riporta, dall’esilio, verso casa. E nel corso di questa risalita, onda dopo onda, sasso dopo sasso, sono giunta a vedere, e a capire, come queste tre parolette non sarebbero diventate un motto, un simbolo per me, se la vita non mi avesse fatta approdare in territori così lontani dalle valli da cui provenivo, se non fossi stata esposta, per anni giorno dopo giorno, al segreto di questi luoghi – così che poco alla volta, respirandolo e nutrendomene, quel segreto mi si è fatto casa. Siamo, o diventiamo, non solo quel che mangiamo, ma anche quello che respiriamo, ci ricorda la saggezza indigena; lo sapevano tanto i miei avi materni, abbarbicati assieme alle loro capre alle rocce alpine fino a confondersi con esse, quanto i miei avi paterni, che dagli scogli ancorati nelle profondità marine avevano appreso a trarre e identità, e alimento.
Non è difficile capire, quando approdi a queste rive, che questa è la terra del salmone, e che qui tutti si nutrono di esso: gli orsi e le aquile, certo, come hanno ripetutamente mostrato anche in Italia i documentari di Piero Angela, ma non solo. Quando dico tutti intendo davvero tutti, ad inclusione dei maestosi cedri del Pacifico e dei cespugli di salal, dei corvi bluneri, delle gazze e dei microscopici colibrì, dei cervi e dei procioni, delle libellule, dei grilli innamorati e delle inarrestabili tamie. Perché non basta guardare un documentario per iniziare a capire, a capire da dentro, a capire davvero; bisogna poter divenir partecipi del nutrimento di cui questa terra è intrisa, assieme a tutto ciò che ne è espressione e forma. La generosità del salmone trapassa quel poco di visibile che le nostre telecamere, i nostri occhi e le nostre menti sono in grado di carpire. Vasta e capillare, la tela intessuta dal darsi del salmone non conosce limiti: abbraccia, nutre e sostiene ciascuno degli organismi che dal terreno e dalle acque impregnati del suo essere prende alimento. Tutto, qui, è maglia di un’unica rete vitale, che il ritorno annuale del salmone stende, come un immenso ecologico abbraccio, a perdita d’occhio.
Nonostante l’ostinazione con cui i coloni hanno voluto e ancora vogliono credere, e farci credere, che questa è terra di conquista, e dunque appartiene loro di diritto (ma a quale diritto, esattamente, si appellano?), questa è in realtà la terra del salmone — e di coloro che del salmone si riconoscono progenie. Di questa certezza è intrisa la forma mentis a questi luoghi indigena, quella degli abitanti umani che con il salmone per millenni hanno convissuto in arcana simbiosi. Quando non vi saranno più salmoni a far ritorno, anche gli esseri umani, assieme a tutto il resto di questa particolare biosfera, finiranno per estinguersi, o per diventare, in qualche perverso modo, disumani. Già oggi, qui come ovunque questa disumanità dilagante cresce a macchia d’olio, come un versamento di grezzo di cui non sai esattamente quando avverrà, ma di cui sai con certezza che il suo sopravvenire prossimo venturo segnerà la fine di un mondo, del mondo.
Ma, obietterai con il comprensibile scetticismo di chi ascolta e cerca di comprendere da luoghi i cui pochi dialetti superstiti si declinano in suoni e accenti così diversi da questi, è davvero possibile entrare in sintonia con quel modo di vedere il mondo cui, dall’alto della nostra superiorità plurisecolare di conquistatori civilizzati, abbiamo dato il nome di “primitivo”, o al meglio, generosamente, di “arcaico”? Non so dirti fino a che punto entrare in relazione con questo modo di vedere il mondo sia possibile senza comprendere tutte le sfumature del suo atavico linguaggio. So per esperienza però che è possibile entrare in risonanza empatica con il territorio, con il suo mondo vivente e con le invisibili correnti, d’aria e di spirito, che lo animano. E questo lo sai bene anche tu, Massimo caro, che da Marsala guardi verso Marettimo riconoscendovi il profilo di una delle montagne sacre dell’antichità, la punta ancora emergente di un continente ormai quasi interamente sommerso: quello che fu un tempo l’indigenismo d’Europa. Il discrimine, mi pare, sta nel modo in cui entriamo in relazione con la terra che ci ospita e con i suoi abitanti, umani e non umani: se, da nuovi venuti, accettiamo umilmente il dono anziché appropriarcene, se ascoltiamo assorti le voci del silenzio, anziché coprirle con la vuota eco delle nostre parole di impostori, anche a noi poco alla volta verrà elargito il medesimo cibo, e un giorno ci sarà dato di vedere, di comprendere come, un boccone dopo l’altro, siamo anche noi stati iniziati al mistero della terra che ci ha accolti, una terra di cui abbiamo poco alla volta appreso a riconoscerci figli adottivi.
[segue]

3 pensieri su “Countravāl l’aigo – Controcorrente

  1. Bellissima, commovente capacità di scrittura ed evocazione. La terra, la terra e l’acqua sono quanto di più sacro. Un sacro che non si vuole riconoscere, e allora non ci sono campagne ecologiche che tengano e che bastino.

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