Countravāl l’aigo – Controcorrente – 2

(eccovi la seconda parte del post pubblicato giovedì scorso, an. sp.)
di Daniela Boccassini

Anno dopo anno, su queste rive, il tuo organismo si nutre di questa carne-non-carne, impara a rispondere al suo ancestrale, segreto richiamo: estasiandosi della sua fibra, inebriandosi del suo profumo, gioendo del suo colore. Identificandoti quasi a tua insaputa con la sua totemica onnipresenza, anche tu, giorno dopo giorno, poco alla volta diventi, o ridiventi, salmone: perché è il ricordo del suo modo di essere che si deposita in te; è tra le fibre del tuo essere che il suo modo di ricordare viene a rivivere. Non importa se sei vegetariano e non mangi salmone: da sempre, da prima che l’essere umano comparisse, il salmone ha legato la sua vita a queste terre. Ogni cosa che qui cresce, cresce portando in sé una traccia del dono di sé che il salmone ha fatto a questi luoghi.

Tra noi esseri umani che qui abitiamo c’è chi tutto questo ancora ricorda: vede e sa a dispetto dell’urbanizzazione; c’è chi, in grazia dell’urbanizzazione, tutto questo ignora: dimentica, o rifiuta di vedere. Vi è poi uno stormo, un branco, una scuola di esseri intermedi, chiamati a transire dall’uno all’altro modo di vivere, e di sentire, in queste terre: e questo transire è come una conversione interiore, avviene per risalita, lenta, estenuante — countravāl l’aigo, appunto. Vorrei poter dire di aver compiuto questa conversione per scelta, appena arrivata. Vorrei poter dire che ciascuno dei migranti che nel corso dei secoli è giunto sin qui potrebbe raccontare, con parole appena diverse, questa medesima storia. Ma non ho bisogno di dirti che non è così. Non ho bisogno di ricordarti che un percorso controcorrente avviene per gradi, e a fatica: questo già vale quando si tratta della nostra quotidiana alimentazione, corporale e culturale, figuriamoci quando si tratta di avvicinare gli aspetti simbolici e mitici del cibo largitoci dai luoghi. Ciò che questo cibo totemico significa, ciò che esso implica, e narra, inizialmente ci sfugge del tutto — ci risulta non solo alieno, ma in larga misura indigesto: inaudito e inaudibile, come un linguaggio che non intendiamo, come il dialetto che abbiamo dimenticato. E infatti la maggior parte dei coloni qui giunti, da generazioni ormai anziché porsi all’ascolto di questo particolare vernacolo, e della sua connaturata selvaticità, ha imposto la sua lingua conquistatrice, un modo civilizzato di guardare al salmone: ignorandone l’eco-sistema, ha messo in opera un ego-sistema — più avanzato, più funzionale — di asservirlo, appropriandosene.
Ci siamo così rapidamente abituati ad acquistare il nostro cibo prelevandolo dai frigoriferi delle grandi catene di distribuzione, esposto inerte su un vassoio di polistirolo e avvolto in un sottile, trasparente sudario di plastica, che è necessario riuscire a saltare oltre questo immenso sbarramento commerciale, per poter anche solo iniziare a entrare in relazione con questi corsi d’acqua, e con gli esseri viventi che ogni anno li risalgono rispondendo a una chiamata interiore di cui la nostra cosiddetta scienza non sa a tutt’oggi come rendere conto. Eppure, nonostante tutto ciò che la nostra potenza tecnologica ha saputo frapporre tra i salmoni e le sorgenti cui essi tendono per tornare a morirvi e riseminarvi la vita, a tutt’oggi l’intero ecosistema di queste terre ruota attorno al salmone, e alla sua dimenticata sacralità. A dispetto delle barriere, materiali e mentali, che la nostra presenza ha innalzato tra il salmone e i suoi fiumi, la terra e l’aria, tutto il mondo vegetale, animale e umano di questa regione dipendono in realtà dal suo poter fare, annualmente, ritorno. E il ritorno continua, anno dopo anno, atteso e festeggiato, sebbene in forme che si fanno sempre più profane, più incerte, più minacciate: perché l’industria alimentare, l’inquinamento delle acque, lo sbarramento dei fiumi, la sovrappopolazione e l’allevamento in vasca di varietà geneticamente modificate condannano le poche specie superstiti di salmoni selvatici a quella che ormai è la loro prossima, prevedibile e preannunciata, estinzione. E questo, per non dire nulla delle proposte di trasporto commerciale di greggio nelle acque dello stretto in cui tutti i fiumi della regione confluiscono. Un numero crescente di noi inizia a rendersi conto dell’avvicinarsi di questa catastrofe proprio ora: quando le orche nel loro essere ridotte a un manipolo di superstiti incapaci di riprodursi perché impossibilitate a nutrirsi, ci mostrano, come riflesso in uno specchio, il destino che le ha già inghiottite; quel medesimo destino che su di noi ormai visibilmente incombe, se appena volessimo fissare gli occhi in quel medesimo specchio delle nostre brame. Vi vedremmo dipinta non certo l’immagine della più bella del reame, bensì quella del Jolly Roger, teschio e ossa incrociate: il ritratto fedele della fine che ci prepariamo, da quei pirati impenitenti che siamo, signori della guerra e del nostro efferato, irriducibile modo di essere brulicame.
Eppure, per quanto decimati, disorientati, ostacolati, i salmoni seguono fedeli il loro corso esistenziale, e di anno in anno fanno ritorno. La loro memoria genetica di qualcosa di molto simile al nostro motto, countravāl l’aigo, li richiama alle le sorgenti d’acqua dolce in cui un giorno erano nati per riseminarvi la vita, e insieme concludervi il loro tragitto esistenziale. Un pescatore indigeno mi ha raccontato, qualche giorno fa, che i suoi antenati erano in grado di capire verso quale dei fiumi e torrenti locali era diretto ciascuno dei salmoni che riaffiorava in queste acque: la diversa conformazione delle squame sul loro dorso era ciò che permetteva ai pescatori di un tempo di riconoscere i salmoni in base alla loro identità ancestrale, alla loro appartenenza locale. Quell’intreccio di squame nere, grigie e argentate che sotto le luci al neon del supermercato ci appare casuale, è in realtà la lingua dei salmoni, incisa come un tatuaggio sulla loro pelle, declinata in una miriade di vernacoli: tanti quanti erano i fiumi e i torrenti, e tanti quanti i dialetti parlati dagli indigeni di questa regione. Uno dei motivi per cui i salmoni sono in declino, mi ha spiegato quel pescatore, è che l’urbanizzazione ha comportato l’eliminazione della maggior parte dei numerosissimi corsi d’acqua che fino a qualche decennio fa caratterizzavano questo territorio e l’ecosistema forestale ad essi connesso, così che quelle famiglie, quei lignaggi, quelle parlate di salmoni non hanno più una casa — la loro — cui tornare. Si estinguono cercandola invano, impossibilitati a intraprendere quel viaggio di risalita controcorrente che avrebbe permesso loro di deporre le uova nell’unico luogo destinato loro: in quell’ansa di fiume dove il particolare linguaggio tatuato sul loro corpo consuona da sempre con quello iscritto nella terra, cantato dalle acque, sussurrato dal vento, irretito nelle fronde sinuose dei cedri.
Anche noi — tu e io, intendo — riconoscendoci nella necessità di procedere countravāl l’aigo sembriamo aver risposto in modo misterioso a una chiamata in qualche modo a questa simile; una chiamata che ci racconta di ritorno alle sorgenti, che ci sollecita ad abbandonare le salinità marine cui tutta una vita ci ha resi avvezzi, per ritrovare le acque di torrenti dimenticati, in cui possa tornare a guizzare la memoria del nostro essere arcaico, del nostro essere primordiale. Ma vedo ugualmente bene che anche noi, come i salmoni, ci aggiriamo oggi incerti in acque torbide, senza che il nostro sesto senso riesca a discernere il luogo preciso della nostra appartenenza ancestrale, quell’apertura d’acqua dolce che sappiamo di poter riconoscere, perché da sempre ci chiama con parole di cui a noi soltanto è stato dato di comprendere il significato. Quale indirizzo è tatuato, senza che ne abbiamo razionale coscienza, nel più profondo delle nostre esistenze individuali? Riusciremo a ritrovare la via che ci riporta a casa, o quella foce è stata da qualche mano impietosa cementificata? L’estinzione è uno spettro in agguato. Non c’è motivo di credere che proprio noi saremo risparmiati. Ma possiamo sperare che questo risveglio, questa chiamata non siano stati invano: che ci sarà dato di compiere il viaggio controcorrente cui siamo stati chiamati, per andare a morire là dove morire significa dare senza eroismo la propria vita, perché la vita possa essere rinnovellata.
***
Ecco dunque il motivo del mio lungo silenzio, caro Massimo. Ha corrisposto, questo silenzio, a una discesa nelle profondità midollari della memoria biologica che queste tre parolette racchiudono, perché è in queste profondità che il vero significato del nostro motto per me si nascondeva, e si è poco a poco rivelato. Se diamo ascolto unicamente alla nostra memoria epidermica, o muscolare, la chiamata a procedere controcorrente potrebbe significare resistere alla tentazione di lasciarsi travolgere dalle correnti invisibili che sostengono a nostra insaputa l’illusione di cui ancora, collettivamente, continuiamo a nutrirci: l’illusione di vivere a perdita d’occhio sulla cresta di quell’onda abusivamente denominata progresso. Procedere controcorrente in quest’ottica può, e forse deve, comportare la ricerca, per ciascuno di noi, del fiume della sua storia personale: non c’è dubbio che si tratta di una possibilità del tutto valida in se stessa, di un imperativo vitale in questo momento di amnesia collettiva. Eppure, senza per questo voler negare tale modo di procedere, l’esempio del salmone mi spinge alle soglie di un livello più profondo ancora della memoria, un livello, diciamo così, osseo, nel quale ciò che è in gioco è la necessità di abbandonare l’acqua salata in cui abbiamo vissuto fino ad acclimatarvici, per riconvertirci alla dolcezza delle acque sorgive. Di certo questo ritorno è, per i salmoni come per noi che abbiamo perso la capacità di respirare nella dolcezza dell’arcaico, un ritorno mortale. Tornare alle sorgenti della vita, per inseminarle di nuova vita, significa infatti morire di dolcezza: perché dalla dimensione salina dell’acqua cui il nostro corpo, le nostre branche, si sono assuefatti nel corso dell’esistenza, non vi è fisiologicamente la possibilità di abdicare senza al contempo morire. Da questo punto di vista ogni rivo d’acqua dolce ci sarà e tomba e casa, ogni acqua che sgorga dalle profondità della terra si rivelerà definitivamente, mortalmente ospitale.
A guardare le cose nella prospettiva combinata della storia così del salmone come dell’umanità su questo pianeta — una storia lunga centinaia di migliaia, se non milioni, di anni — è come se in questo momento, nel momento cioè in cui siamo noi e non altri ad aggirarci lungo queste rive immemoriali, si manifestasse ai nostri sensi interni il ricordo della foce di quel particolare fiume nelle acque del quale noi esseri umani prendemmo un tempo e forma e vita, quel fiume del cui linguaggio le nostre anime sono, nonostante tutto, ancora e sempre l’espressione. Immersi nelle profondità saline della nostra coscienza urbana, della nostra esistenza civilizzata, avvistiamo il punto in cui questa esistenza, nella sua lunghissima catena plurigenerazionale di cui ci troviamo ad essere oggi gli eredi, si avvicina al suo termine. Se restiamo immemori nelle acque oceaniche, in quelle certamente ci estingueremo. Se rispondiamo alla chiamata che ora ci interpella, se intraprendiamo questo viaggio countravāl l’aigo verso le sorgenti dimenticate della nostra originaria identità corale, della nostra cosmica interdipendenza, sarà l’opera di tutta una vita — e di tutta la vita, a trovarsi così insieme coronata e sacrificata. La nostra vita, ma ugualmente tutta la vita che brulica in questo momento nella fragile, mobile e sottilissima superficie della nostra miracolosa biosfera: tutta questa vita è ora alla ricerca di quella foce miracolosa che possa permetterle di risalire alle origini della vita stessa per riuscire a ridare a quella vita nuova vita, un nuovo canto a quell’incanto. I pescatori indigeni dicono che solo il due o tre per cento dei salmoni ogni anno fa ritorno alle acque natie, e che questa percentuale è oggi pericolosamente in declino.
Procedere countravāl l’aigo significa dunque andare a gettarci nelle braccia materne di un’acqua dolce che ci è sì casa, ma non per questo si mostrerà accogliente nei riguardi di ciò che, abbandonandola da giovani, siamo diventati. Questa risalita richiederà da noi il massimo sforzo, una lotta corpo a corpo con la forza di gravità, con i nostri limiti e la nostra fatica, con lei che ci avvolge per risospingerci indietro. Questo ritorno sarà un immenso sacrificio, e parrà ai più un massacro. In questo consacrare la vita per riaffermare e proteggere il valore essenziale della vita sta l’essenza stessa del nostro motto, da sempre, ma soprattutto in tempi come quelli che viviamo, nei quali la salinità divenutaci connaturata ci porta a ritenere che per riaffermare e proteggere il valore della nostra vita personale sia lecito, financo meritorio, mettere a rischio quella di tutto l’ecosistema cui apparteniamo.
Un giorno di tempi remoti, un giorno che segnò l’inizio di un anno, di un aion, durato due millenni e ora al tramonto, un pescatore d’uomini, sulle rive del mare di Tiberiade, consegnò con parole e azioni agli uomini di quelle contrade — le nostre — un messaggio che con quello del salmone perfettamente consuona. Certo quell’uomo, quel dio, di carne di salmone non si cibò mai. Ma fu egli stesso assimilato simbolicamente alla figura del pesce, nel suo darsi sacrificale. E l’era cristiana ha corrisposto a quella zodiacale dei Pesci, l’aion che nel suo presente volgere al termine conclude tutto intero l’immenso, impensabile ciclo dell’anno astrologico. Siamo certamente giunti alla confluenza di molte correnti, nel punto in cui morte e vita si affrontano e rispecchiano, scambiandosi di segno.
Oggi non crediamo più all’esistenza di quel pescatore d’uomini. Pochi ricordano le sue parole, e quand’anche le ricordano, c’è da chiedersi se l’amaro del sale nel quale sono state così a lungo preservate non abbia finito per avere il sopravvento sul ricordo della loro originaria dolcezza. Un giorno non troppo lontano, quando in natura non ci saranno più salmoni, non crederemo più nemmeno al valore del loro esempio, del quale infatti la maggior parte di noi non ha nessuna cognizione cosciente. A quel punto cesseremo di esistere: forse non come specie, ma certo nei modi in cui questa versione della nostra specie ha prevalso finora.
Ciò non toglie che anche tra noi, come tra i salmoni, il richiamo alla risalita controcorrente continuerà ad agire, fino all’ultimo. C’è qualcosa, nella nostra storia collettiva, umana e più che umana, che oggi ci chiede di risvegliarci al richiamo di questo motto: di scegliere il ritorno verso il luogo d’origine non solo nostro, ma di tutta la biosfera che ci è casa. Questa scelta, di procedere controcorrente, comporterà un immenso sacrificio, individuale e collettivo, motivata come sarà dalla speranza di partecipare al solo rito che sappia garantire alla vita una fine che comporti anche un nuovo principio. Ma soprattutto, non dobbiamo perdere di vista che questa scelta controcorrente sarà preferibile alla sua alternativa: morire d’inedia nelle acque oceaniche, avendovi perduto non solo ogni speranza di ritorno, ma l’ablazione della memoria del ritorno come via verso la rinascita.
Countravāl l’aigo. Andare controcorrente, fare ritorno da questo lunghissimo esilio che ci ha irretiti, mi appare oggi un imperativo ecologico: il solo dialetto che importi davvero di riapprendere, l’unico fiume che meriti di essere risalito. Augurandoci che qualcuno possa ancora dire domani che la vita che pareva perduta, perdendosi sarà stata salvata.
Felice Natale, carissimo amico d’acqua dolce.
Baia Mezzaluna, B.C., 24 dicembre 2018

NOTE
1. Se volete farvi un’idea della risalita del salmone sulla costa pacifica, e di ciò che essa significava per gli abitanti dei luoghi ancora all’inizio del Novecento, in immagini e nelle straordinarie parole di un indigeno, guardatevi questo filmato: “A Salmon Story”

2. Devo la distinzione fra memoria epidermica, muscolare e ossea a Martin Shaw, che ne parla in molti suoi testi, video, interviste; v. ad esempio questo.

5 pensieri su “Countravāl l’aigo – Controcorrente – 2

  1. Questo testo assolutamente merita di essere diffuso, conosciuto, e pubblicato su carta.
    Da un lato per il suo messaggio ecologico, che potrebbe smuovere coscienze e azioni, dall’altro per la sua grande bellezza e profondità poetica e spirituale.

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  2. Grazie, Giovanna, di questi commenti, che vanno dritti al cuore del perché e del come è nato questo scritto. Giunti come siamo a questo punto non so se riusciremo a “salvare” il pianeta o noi stessi, ma ciò nonostante c’è qualcosa che comunque chiede di essere trasformata, ed è la comprensione del nostro rapporto con il mondo.

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  3. Sempre meno uccelli nei boschi
    – il pianeta desertifica –
    e l’udito non è più quello d’un tempo
    ma qui si continua a uscire
    dai sentieri, a battere la montagna in lungo e in largo,
    perché senza la passione per questi frulli d’ali
    e imprendibili presenze
    nell’aria intorno
    nemmeno più
    la si chiamerebbe vita

    *

    Questa poesia è nel mio post di ieri, Ornithology. Solo dopo mi sono resa conto di quanto sia in sintonia con questo scritto “Controcorrente”, parlando di uccelli (cadorini) anziché di salmoni (canadesi), ma il pianeta lo condividiamo tutti, da un continente all’altro.

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  4. splendida poesia, grazie Giovanna — il pianeta lo condividiamo tutti davvero, a partire dagli uccelli e dai salmoni. E poi, proprio seguendo questa via controcorrente si arriva al punto in cui il letterale e il simbolico diventano la stessa cosa, nella poesia ritrovata della vita, che è un morire e un rinascere assieme (perché infatti la stessa cosa lo sono da sempre e finché vita ci sarà, checché ne dica la nostra cosiddetta cultura scientifica e tecnologica) e anche noi, quando questo inizia ad accadere, entriamo a vivere in questa “altra” dimensione, a renderci conto.

    Ieri sera senza cercarle ho incontrato queste parole di Tich Nhat Hanh, che dicono come meglio non si potrebbe esattamente questo che dici tu, contemplando quelle imprendibili presenze alate, che ho cercato di dire io mettendomi all’ascolto dell’inaudita voce dei salmoni in estinzione nelle profondità invisibili delle nostre acque:

    «The world is not a problem to be solved; it is a living being to which we belong. The world is part of our own self and we are a part of its suffering wholeness. Until we go to the root of our image of separatness, there can be no healing. And the deepest part of our separatness from creation lies in our forgetfulness of its sacred nature, which is also our sacred nature.»

    Mia traduzione: Il mondo non è un problema da risolvere; è un essere vivente al quale apparteniamo. Il mondo è parte di noi stessi e noi siamo parte della sua sofferente totalità. Finché non andremo alla radice della nostra idea di separatezza, non potrà esservi guarigione. E al più profondo della nostra separatezza dal creato vi è il nostro oblio della sua sacralità, che è anche la nostra.

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  5. Il punto in cui il letterale e il simbolico diventano la stessa cosa.

    Al più profondo della nostra separatezza dal creato vi è il nostro oblio della sua sacralità, che è anche la nostra.

    Ti sono grata, Daniela,.per la sintesi luminosa che offri con queste parole.
    Confido davvero che “Controcorrente” possa essere diffuso e conosciuto e stampato (è troppo lungo e complesso per funzionare davvero bene in rete, a mio avviso). Anche in lingua inglese, trattando del Canada, dove vivi.

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