Vivalascuola. Che pensioni ci aspettano?

Venerdì 22 febbraio dalle ore 9 alle ore 13 presso la Casa della Cultura, in via Borgogna 3, a Milano, si svolgerà il Corso di formazione su Riforme pensionistiche, disoccupazione e sotto-occupazione “giovanile”: loro effetti nella società e nella scuola. Una vita da precari, promosso dall’Associazione culturale e professionale Scuola e Società. Via Borgogna è nel centro della città (poco distante da piazza Duomo) ed è raggiungibile con i mezzi: MM1 (fermata SanBabila) – Bus 54, 60, 61, 73, 84, 94. Presentiamo il programma del corso e un intervento di Giovanna Lo Presti.

PROGRAMMA DEL CORSO

Venerdì 22 febbraio dalle ore 9 alle ore 13
ore 9.00: Registrazione e accoglienza
ore 9.30: Dopo la riforma Fornero: a che punto è la notte
Natale Alfonso (CUB SUR – Torino)
Ore 10: Battersi contro la crisi: è veramente possibile senza una teoria?
Giovanni Mazzetti (Direttore del Centro Studi e Iniziative per la Redistribuzione del lavoro, Docente di Economia Politica)
ore 11.45: “La scuola dei nonni”: a quali conseguenze porta l’invecchiamento dei docenti
Giovanna Lo Presti (Scuola e società – Torino)
ore 12.30 – 13.00: dibattito
Coordina l’incontro Elisabetta Daina (CUB Scuola Università Ricerca – Milano)

Prenotazioni e informazioni: tel 011655897 – 0270631804 e-mail: scuola_e_societa@libero.it

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* * *

Anche in tema di pensioni, guardare al passato per non naufragare nel presente
di Giovanna Lo Presti

Da una parte sola. Dalla parte dei lavoratori.
(Giacomo Brodolini)

Per parlare di pensioni e comprendere la portata regressiva degli interventi avvenuti in campo previdenziale negli ultimi venticinque anni bisogna fare un passo indietro. Non tutti oggi ricordano ciò che fece, alla fine degli anni Sessanta, Giacomo Brodolini – i più, anzi, ne ignorano persino il nome. Giacomo Brodolini, socialista, fu ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel governo Rumor, tra la fine del 1968 e l’11 luglio del 1969, data in cui, ancora giovane, morì per una malattia che minava la sua salute da tempo. La consapevolezza di aver poco da vivere non gli impedì di portare a compimento progetti che, confrontati con l’angustia di ciò che nell’ultimo quarto di secolo è stato spacciato sotto l’etichetta di “riforma” (magari “epocale”) ci fanno vergognare per la miseria dei politici attuali.

Dunque, Giacomo Brodolini, padre dello Statuto dei lavoratori, del quale non arrivò a vedere la nascita, lega il suo nome a due provvedimenti egualmente importanti: il superamento delle “gabbie salariali”, che differenziavano le retribuzioni in base alle zone geografiche di residenza dei lavoratori e una riforma della previdenza che segnò il passaggio al metodo retributivo per il calcolo dell’assegno pensionistico. La riforma delle pensioni voluta da Brodolini ancorava la pensione al 75% delle ultime retribuzioni (pochi anni dopo si arrivò all’80%) e stabiliva la perequazione automatica delle pensioni all’aumento del costo della vita: tale riforma venne modificata per la prima volta dalla riforma Amato nel 1992. Seguirà, all’intervento del 1992, un vero stillicidio le cui tappe principali sono la riforma Dini (1995), la riforma Maroni (2004), la riforma Fornero (2012). Passo dopo passo, dal 1992 ad oggi, i numerosi interventi sul sitema pensionistico ci hanno portato sempre più lontano da una visione solidale della società, in nome della quadratura del bilancio dello Stato.

La ratio contabile assume una irrefrenabile urgenza quando, alla fine del 2011, il governo passa di mano e politici di dubbia lega vengono sostituiti dai “tecnici” guidati da Mario Monti, assurto a paladino della salvezza nazionale. Tant’è che le misure adottate da quel governo, fra le quali la “riforma Fornero”, passano sotto la nobile e drammatica etichetta di “Salva Italia”; quasi che si potesse salvare una nazione sacrificando i diritti dei cittadini. Fu una stagione pessima, per quello che riguarda pensionati e lavoratori; una stagione all’insegna dei sacrifici (come illustra bene Giovanni Mazzetti nel suo saggio Contro i sacrifici). Lo stesso presidente della Repubblica Napolitano non esitò a gettare alle ortiche quello che ancora in lui restava dell’antica formazione socialista ed affermò che, dovendo l’Italia far fronte a grossi rischi per la propria finanza e per la propria economia, era giusto chiedere “sacrifici agli italiani di tutti i ceti sociali, anche agli italiani dei ceti meno abbienti, perché si facciano le scelte indispensabili al fine di preservare lo sviluppo della nostra economia”.

Contemporaneamente alla necessità del “sacrificio generalizzato” (ma, ad esempio, Monti che dichiarava allora un reddito da un milione di euro, quanto avrebbe dovuto sacrificare del suo reddito per “sacrificarsi” davvero? E quanto, di fatto, si sacrificò?) trionfava l’idea che i padri erodano le risorse dei figli, mossi da un sentimento egoistico e rapace. Nonostante tale “idea” contrasti con il senso comune diffuso in un Paese come il nostro, volto al risparmio (e per chi risparmiano i padri e le madri se non per i propri figli?) ancora oggi la litania dei padri che rovinano i figli viene usata per stigmatizzare la cosiddetta “quota 100”, ancorché questa non sia che un ritocco (per giunta assunto in via sperimentale) alla “riforma Fornero”.

Ci sembra, in conclusione, che il tema delle pensioni e dei sistemi pensionistici travalichi il proprio ambito specifico e sia invece un nodo importante in cui confluiscono molte linee di tensione che percorrono la nostra società. In una società solidale nessuno dovrebbe essere lasciato indietro: bambini, giovani, adulti, vecchi hanno lo stesso diritto al rispetto e ad una esistenza dignitosa. Ma se proprio ci dovessimo concentrare su due età della vita, dovremmo pensare a tutelare soprattutto bambini e vecchi, costitutivamente più deboli e più bisognosi di risorse. D’altra parte una vecchiaia misera e che non possa godere delle necessarie risorse economiche non potrà che riflettersi su giovani ed adulti, che dovranno badare (anche economicamente) ai loro genitori o parenti anziani.

Proprio perché da troppo tempo il primato dell’economia trionfa indiscusso, proprio perché da decenni affermazioni opinabili vengono spacciate per dogmi di fede, abbiamo sentito l’esigenza di affrontare, adottando una visione ampia, il tema delle riforme pensionistiche e dei loro effetti complessivi sulla società.

Ne parleremo nel convegno del 22 febbraio prossimo, alla Casa della Cultura di Milano, con Giovanni Mazzetti, economista che ha dedicato numerosi saggi all’analisi dei sistemi pensionistici, Natale Alfonso, che presenterà un quadro complessivo delle riforme pensionistiche in Italia, concentrandosi sul periodo che va dagli anni Cinquanta ai nostri giorni, Giovanna Lo Presti che prenderà in esame le conseguenze dell’allungamento della vita lavorativa nella scuola italiana.

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