Eretica erotica umbra. Anna Maria Farabbi a Milano

Frammentario_PedoneAbse

Venerdì 22 febbraio alle 18, presso la Libreria Odradek, via Principe Eugenio 28, Anna Maria Farabbi presenterà il suo ultimo libro. Frammentario di Carmela Pedone è idealmente un’opera a quattro mani, curata da Farabbi e pubblicata da LietoColle lo scorso ottobre, dopo la prematura morte dell’autrice. Partendo da Frammentario dialogherò con Anna Maria Farabbi sulla sua poesia, pubblicata in numerosi libri (tra i quali Adlujè e Abse, ed. Ponte del Sale). L’ingresso è libero, la zona quella di Viale Cenisio: MM5 (linea lilla, fermata Cenisio), autobus 69, 78, 91, tram 12.
Di seguito, anticipo la parte iniziale di un mio saggio inedito sull’opera di Farabbi e tre sue poesie da Abse.
(GM)

*

Le formule sono poca, facile cosa, e Anna Maria Farabbi è persona-opera troppo forte e vitale per lasciarvisi racchiudere, pure questa – eretica erotica umbra –, allitterante e vagamente magica, mi si è subito offerta, attraverso le parole di Anna Maria stessa, tentandomi nel dare forma al mio discorso su di lei.
Eretica: eresia, etimologicamente, come scelta; scelta forte e contrastante con l’autorità vigente, il potere costituito. Dunque la dimensione politica, civile e comunitaria, esistenziale e sociale, che è il primum di Farabbi.
Erotica: eros corporale, mistico, senza distinzioni di genere. L’eros vivifica l’esistenza: i corpi e la lingua (la poesia) insieme.
Umbra: l’Umbria, la terra e la lingua (non il dialetto) di una terra: il corpo fisico terrestre dell’Appennino umbro. Jacopone da Todi.
Nella formula sciamanica (la valenza anche sciamanica della poesia di Farabbi è stata messa in luce dalla critica) sembra agire poi la suggestione del latino umbra, ombra, e mi si è presentata infatti, per essere però rapidamente respinta. Farabbi non ha nulla di umbratile o evanescente, e il mio incontro con la sua poesia è avvenuto sotto il segno del colore puro: il rosso del gallo, su cui tornerò.
In quanto all’etimologia di umbro, apprendo che non rimanda al latino umbra, ma con ogni probabilità a un aggettivo indeuropeo *omro-: “solido, pertinace”, e quindi, in senso morale, “fidato”. Una conferma dunque di quanto si avverte, e colpisce come l’antichissimo nucleo di senso e nominazione conservi la propria pregnanza rispetto alla gente che, dopo millenni, ancora designa e rispetto alla poesia di Farabbi, che a quella gente appartiene. Vi appartiene da eretica, dicevo. Appartenenza ed eresia strutturano e dinamizzano un’identità, una presenza pasolinianamente “scandalosa”.
Eretico attiene in primo luogo all’ambito religioso: a un ambito in cui l’autorità religiosa sia molto forte, o religione e politica siano intrecciate, fuse. Un ambito antropologico, sociale, storico che parrebbe del tutto inattuale, non contemporaneo, e tuttavia è esattamente quello in cui Farabbi si colloca, rivendicandolo e vitalizzandolo attraverso un lavoro tenace in comunità di recupero e realtà socialmente marginali.
Questa l’autopresentazione che Anna Maria mi ha offerto attraverso uno scambio di email del novembre 2018:

[Traccio qui] Un mio breve profilo artistico [e]semplificativo, le geologie della mia ricerca […], come un filo luminoso per te nel mio mondo.

Insomma vorrei darti l’aorta, poi tu andrai nelle vene che vorrai.

Che poi io sia una creatura di fuoco questo lo sai già dal mio canto.

Hai visto: ho scritto ho lavorato sono stata pubblicata, ma sono un’eretica, una che nel corpo della sua arte esce dal canone (così come lo chiamano).

Parto con Fioritura notturna del tuorlo, dentro cui c’è già molto.
Poi apro con una trilogia – Il segno della femmina, Adlujè, La magnifica bestia – che si immerge a picco nell’identità femminile (tema fondante di tutta la mia ricerca interiore e artistica).
La nominazione – al punto da abbattere reticenze e occlusioni e riconquistando il corpo in tutta la sua geografia, la relazione con il tu.
Il mio filo rosso erotico eretico attraversa la mistica.
Ho cercato di lavorare da un espressionismo esposto a un nitore di essenzialità dentro cui agisce ku, il vuoto.
leièmaria è il romanzo che estendo in un respiro più ampio, la narrazione del mio rapporto con la scrittura e il viaggio e il corpo a corpo con la madre, la Grande Madre.
In Abse pianto una poesia politica che recupera i luoghi pubblici della città, sempre sporgendo il mio [io] femmina.
In dentro la O – oltre il lavoro dentro la lingua viaggiando in senso interdisciplinare e esperienziale le vocali – canto uno dei miei itinerari biografici e artistici, in un manicomio.
Nella Casa degli scemi continua il mio canto politico anarchico della nonviolenza, riportando alla luce un diario di un insegnante anarchico del ‘14 volontario barelliere finito in una casa degli scemi – soldati colpiti da shockshell.
Traduzioni notevoli, lavori sull’opera delle altre degli altri satellitano attorno a questo fulcro.

*

A tredici anni sono uscita di casa
perché mio padre
non voleva che scrivessi poesie.
Avrei dovuto essere normale pratica e mite.
Da allora camminando mi sono chiesta
l’utilità             se davvero esiste una mandorla atomica
nutriente nella poesia.
E se il mio orto interiore
un solo verso lavorato anni e anni
può barattarsi con l’espressione intima
di qualunque altra creatura.
Che sia davvero un bene         un viaggio sacro         un polmone.
Per questo ho studiato tanto le scritture degli esseri
non solo umani           l’analfabetismo
anche quello delle ergastolane di San Vittore
il labirinto auricolare e le energie tattili dei ciechi
il linguaggio dei segni e il profondo
ricettivo dei sordi
la notte nelle tempie fosforiche dei matti.

Questa creatura poesia è organica. Direi a mio padre così.
Ha una natura congiuntiva e irrimediabile.
Intensifica e implode. A volte schizza ori.
Gli direi di amarmi
con tenerezza conciliata ormai:
so liquefare un’ascia
assimilando il fiume.
Con l’umiltà di creare niente.

diario di una figlia poeta 

*

ogni volta che prendi la parola
convochi i tuoi antenati
verso cui devi rendere conto:
ascolta la tua eredità con l’orecchio in terra

[…]

liturgia del mio Appennino Umbro

*

Le rose esplodono.      Con la bambina in corsa
che le stringeva in pugno
portandole ridendo a sua madre.
Nel sogno la ricompongo.       Piango.
Divoro i petali             e l’intera primavera.
Il soldato mi chiede i documenti del mio pellegrinaggio:
vengo dal petto della madonna del latte
camminando il solstizio d’inverno l’età della pietra
e della mia natività. Passata presente e futura.
Vengo dalla cultura della madre
che soffia polline fosforico dentro il buio di ogni grotta
e riconosce uguali ebrei palestinesi preti di cristo
tu e io nessuno escluso. Il tempio
è il tempo: un’unica cosmica pancia dentro cui nevica.
O sono falde condensate di latte che scendono ora
coprendo per pietà il sangue
tra le rovine e i morti: il soldato mi spara.
Io sono la bimba o sono la rosa del rogo
nella striscia infernale di Gaza
durante questo eterno assassinio di massa:
in nome del padre del nonno del figlio
del profeta       rabbino papa o patriarca
lanciando il sasso lo sparo       la bomba atomica.
Io sono una piccola poesia femmina di voce o di carta
un palmo laico in offerta         contro vento
contro il delirio dell’io del d/io
contro la cultura del lutto e del possesso.

diario di un sogno emorragico:
da Gaza al resto del mondo

*

Anna Maria Farabbi, Abse
“La Porta delle Lingue”, n. 29
Il Ponte del Sale, Rovigo, 2013

 

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