Ricomincio da qui. (storia del 2010 rivisitata)

Quando la voce lo raggiunse, Arhat stava camminando con alcuni amici sulla strada antistante la moschea dell’Iman. Gli ci volle un po’ per fare ordine nelle parole. Aveva lo sguardo allacciato ai minareti, alle cupole, ai portali intarsiati, ai marmi, ai pavimenti e alle palme all’ombra delle quali aveva trascorso la mattinata conversando.
La voce era quella di un suo compagno di corso. Lo raggiunse alle spalle, e una volta vicina, ansimante, impaurita per il dubbio d’essere stata pedinata da orecchie invisibili, gli riferì che erano andati a cercarlo all’Università.
Si erano presentati in cinque, in borghese, erano sbucati d’un tratto, sapevano tutto, avevano portato via quelli che c’erano ed erano andati a scovare nelle case quelli che ancora mancavano. O forse l’inverso, prima casa, poi Università.
Il fatto era che tra quei nomi compariva anche il suo. L’avevano ripetuto più volte. Nei corridoi, nelle aule, “conoscete Arhat Yalik?” Proprio così. Avevano usato il suo vero cognome, “Yalik” avevano detto.
Arhat ancora non capiva.
Tutto quel trambusto per uno come lui che contava poco o nulla. E poi mica si poteva andare a prendere degli esseri umani così, in pieno giorno, come randagi da rinchiudere in un canile, no?
“Ah no?” disse la voce, “Arhat Yalik” continuò mischiandosi ad un’altra che si era messa in quel momento a battergli nella testa, “studente universitario, redattore della rivista Libertà e Diritti, comunista, curdo.”
Ancora non capisci?
E lui finalmente capì.

Gli amici avrebbero avvertito la sua famiglia, nessuno sarebbe dovuto andare a reclamarlo piangendo davanti ai cancelli di qualche ufficio. Si sarebbero tenuti in contatto in qualche maniera.
Presero accordi. Si scambiarono abbracci. Arhat scrisse due bigliettini: uno per suo padre, l’altro per la sua promessa sposa. Pregò che fossero consegnati quella sera stessa. E solo dopo che fu salito sulla corriera che da Esfahan doveva portarlo a Kermanshah, mentre guardava il fiume Zayandeh allontanarsi quieto per andare a morire nel Golfo Persico, solamente allora, pianse.
Un uomo nelle ultime file stava intonando l’ Esfahān nesf-e jahān. Lui osservava le colture d’orzo e tabacco scivolargli davanti come eserciti silenziosi, seguite dalle distese di frutta e cotone. E intanto pensava a sua madre, a suo padre, a suo fratello. Pensava alla donna che amava e al luogo che stava abbandonando. Pensò a se stesso bambino che spingeva una barca nel cuore del fiume, mentre qualcuno gli raccontava antiche storie di guerre e scià. E si chiese dove poteva andare. Dapprima considerò gli altipiani infiniti e secchi del Turkmenistan e dell’Uzbekistan, e il dolore senza più suono dell’Afghanistan. Non c’era più nulla che già non conoscesse, a est. Niente di sicuro. Nulla di buono. A est c’era l’est, mischiato a tutto il peggio dell’ovest.
Poi considerò l’ovest.
Considerò la catena montuosa degli Zagros, il lago Urmia, i territori desolati nel nord dell’Iraq, dove a quelle del conflitto si alternavano notizie di aggressioni e di deportazioni, di repressioni, di esecuzioni e d’uso d’armi chimiche ai danni dei curdi.
Esfahān nesf-e jahān continuava a sentir cantare alle sue spalle.
Vide la vetta del Zard Kuh comparire in lontananza e chiuse gli occhi.

“Sì?”
“La signora Giorgi?”
“Sì?”
“La professoressa d’italiano?”
“Sì.”
“Ha un minuto?”
E in quel minuto le viene spiegato che al Centro d’Accoglienza di Semirano sono arrivati duecento immigrati clandestini. Ci tiene a precisarlo, il tizio al telefono, che sono clandestini.
Queste duecento anime vanno tenute occupate in qualche modo. “Ché a passare tutti i giorni a far niente in un recinto lei lo sa cosa si finisce per fare?” Pausa. “Si finisce per pensare troppo.”
E al Centro d’Accoglienza di Semirano di gente che pensa troppo preferiscono non averne. Non vogliono problemi, a Semirano.
“Ce li mandano su da Bari” continua la voce al telefono, “là non sanno dove metterli. E noi li teniamo qui finché non viene deciso cosa farne. Il più delle volte chiedono asilo politico, ma non possiamo dare asilo politico a tutti…”
Un’altra pausa.
“E quindi devono essere identificati, se lo immagini, dal primo all’ultimo. E poi devono essere rispediti ognuno a casa propria. Procedura complessa e costosissima. Nel frattempo, però, vanno anche gestiti, insomma, intrattenuti. Così…….”
La professoressa Giorgi preme la cornetta all’orecchio. È un po’ sorda. È in pensione da anni. Passa le sue giornate a leggere o a camminare sul lungomare. Di passare alcune mattinate a insegnare l’italiano a degli immigrati – “a dei clandestini…” – in attesa che vengano “rispediti a casa” non le dispiace. La ritiene una crudeltà, certo, un inganno. Ma accetta.

Il Centro è uno di quei luoghi che negli anni sessanta costituivano il fiore all’occhiello dell’edilizia italiana, ma che adesso sembrano uteri sfatti concepiti da cervelli deformi.
La fanno accomodare in un ufficio con le pareti ricoperte d’intonaco che casca a pezzi, vesciche d’umidità che pendono ovunque dal soffitto, cartine geografiche ammucchiate negli angoli. Qualcuno, dietro una cattedra da scuola media, la ringrazia per l’interessamento e per il “senso civico” che sta dimostrando, e la informa che l’emergenza, in realtà, è passata. Non c’è più bisogno d’aiuto, ecco. “Il numero dei nostri ospiti è drasticamente calato.” Dice proprio così, “ospiti”. E poi, “drasticamente calato.”
Da duecento sono divenuti poco più di una decina.
“Almeno fino alla prossima ondata” continua l’uomo alla scrivania, “è tutto sotto controllo.”
Ondata pensa la professoressa. Fissa i pavimenti piastrellati, i poster appesi alle pareti come pelli scolorite.
“E dove sono finiti gli altri?”
Il tizio tace. Prende tempo. Soppesa situazioni ed eventuali conseguenze. ‘Non c’è motivo di mantenere un atteggiamento di difesa ad oltranza davanti a una vecchia’ si mette a ragionare, ‘a una pensionata.’
‘Qualunque sia il mondo in cui questa signora ha vissuto fino adesso’ conclude, ‘non è lo stesso in cui sto respirando io ora’. Si schiarisce la voce riposizionandosi meglio sulla sedia. “Vede” riprende poi, “nelle strutture come la nostra ne arrivano a centinaia ogni mese. Lei sommi le centinaia, e se ne ritrova di fronte migliaia. È come arginare una diga usando dei tappi di sughero. La maggior parte di questa gente non vuole neppure restare da noi, hanno parenti in Germania, in Francia, in Olanda. Sono attratti dal mito della produttività settentrionale…” Si gratta una guancia. “Il trucco è guardare altrove, ecco. Dar loro abbastanza… cose… distrazioni… in maniera da non farli… annoiare… E poi mettersi a guardare dall’altra parte. Che capiscano.”
La signora Giorgi non apre bocca.
L’uomo la invita ad alzarsi. La conduce davanti alla finestra. Le indica il perimetro. “Il muro c’è, lo vede?, corre tutto intorno al Centro. Ma non si è arrivati fin qui senza scavalcare qualche muro…” Si accende una sigaretta e le chiede di seguirlo fuori dalla stanza, nel cortile.
“Il fatto, se mi permette, è che non ci sono più gli ideali. Non ci sono più le ideologie. Non ci sono più i soldi. Soprattutto i soldi, le risorse. Vede che adesso sta cominciando a capire anche lei? Allo scadere della prima settimana, la metà di quelli che erano arrivati è già scomparsa. Volatilizzata. Svaniscono nel nulla. E una volta fuori non sono più un nostro problema… cioè… che se la veda la polizia. Altre due settimane e sono divenuti un terzo. Scappano durante la notte. Vanno oltre le alpi. Si muovono nei boschi… Per la fine del mese è rimasto solo chi che voleva qualcosa di differente da quello che volevamo noi… o chi non lo sa più neppure lui cosa vuole”.
“E cosa ne fate di questa gente?”
“Alle volte li rimandiamo indietro a forza” dice l’uomo fissando la professoressa Giorgi, ferma al centro del cortile come un palo arrugginito, “alle volte invece finiamo per non sapere più neppure noi cosa farne.”

Dopo la quarta lezione Arhat comincia a parlare un po’ d’italiano.
Da quando è stato identificato, di lui si sanno solamente due cose: la prima che è curdo. La seconda che è comunista.
La ragione per cui Arhat non è fuggito dal Centro quando ne ha avuto la possibilità è che arrivare ogni volta in una terra dove scappare è l’unica maniera d’esistere, significa non essere mai in nessun luogo. E Arhat è stufo di non essere mai da nessuna parte. Ha deciso di non muoversi. Di restare dov’è. Ogni notte vedeva gli ospiti scavalcare il muro e sparire nel buio, e il giorno dopo trovava gli inservienti a guardarlo come a dire “e tu? Cosa aspetti tu?”
Nel nord dell’Iraq, spiega alla professoressa Giorgi, ha visto villaggi bruciati e campi distrutti. Ha visto la macchina del dolore prendersi un’altra fetta di terra e stringerla. Stritorarla. Allora ha risalito la linea delle montagne insieme alle capre, mentre carovane di fumo disegnavano crepe sull’orizzonte, e si è spinto fin dentro l’anima rannicchiata del Kurdistan. A chi glielo chiedeva, rispondeva di chiamarsi Arhat Baykal. Ha raccolto tabacco per mesi sulle spianate a nord del Tigri, e colorato per settimane lana mohair nei capannoni bui della periferia di Ankara. Inviava lettere che non sapeva se sarebbero mai arrivate. Appeso alla cornetta di un telefono, nel Bosforo, ha scoperto che la sua promessa sposa era stata data in dote a qualcun altro. E allora si è rimesso in cammino.
Istanbul? “Un supermercato.”
La Macedonia? “Un pozzo di racconti senza fine.”
Tirana? “Adagiata sul suo cadavere.”
Infine Bari.
C’è sbarcato con in testa una vecchia chiacchiera che circolava all’Università. Qualcuno, anni prima, gli aveva detto che in Italia c’era il più grande Partito Comunista d’Occidente.
Si era messo a domandarlo di nuovo, una volta a terra. Ma si rifiutava di credere alla risposta.
Che non esisteva più nessun Partito Comunista.
“E forse” almeno così aveva gridato il tizio del gommone un momento prima di spingerlo in acqua, “neppure più un Occidente.”

Adesso salgono su per le montagne, la professoressa Giorgi e Arhat Yalik.
Si arrampicano su per i boschi di castagni e le valli risucchiate dentro i fiumi, superano le carbonaie abbandonate, i centri ristrutturati, i sentieri di rovi e i tornanti ombrosi. Arrivano a Bargherino, frazione di Semirano, dove una sede del vecchio Partito Comunista ancora c’è.
Chiedono all’avventore di un bar, attendono indicazioni, seguono un lastricato di pietra e sterpi fino all’incontro con un’insegna rotta.
Arhat si guarda attorno e bussa alla porta. Attende. Scorge una luce accesa nel fondo di una stanza.
Ricomincio da qui, pensa.
E sente un rumore di passi che si avvicinano.

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