“E il sonno non ha buio”, i versi di Maria Rosaria Valentini

di Enrico De Lea

Con l’attenta e partecipe prefazione di Nadia Terranova, la nuova silloge poetica di Maria Rosaria Valentini, “E il sonno non ha buio” (Giulio Perrone editore, ROMA, 2019), rappresenta lo snodo lirico di una già assai nutrita presenza letteraria dell’autrice, che, tra l’Italia (con gli editori Sellerio e Keller) e la Svizzera (Capelli ed.), dove vive, ha al suo attivo una produzione narrativa di sicuro rilievo.  Nell’ambito della scrittura in versi, dell’espressione canonicamente poetica, per la natura del genere lirico, sussiste in radice il rischio di una scrittura e di un contenuto che esprima un “io” lirico, in quanto disilluso, pacificato e consolatorio. Da tale rischio è assolutamente esente la poesia della Valentini, che, sin dal titolo (“E il sonno non ha buio”, tratto da uno dei testi conclusivi) esprime un non pacificato e radicale oratorio della luce e delle sue dimore, in luoghi, esseri, voci, memorie, momenti che all’autrice si offrono come occasione per avvicinarsi al tempo, in qualche modo tentare di stanare il suo mistero, come scrive la stessa nella sua nota introduttiva. Un libro, come scrive Nadia Terranova nella chiusa della prefazione, del quale “il sentimento più prepotente che rimane è quello del desiderio” e nel quale “si respira la vita, si respira una bellezza sottile e persistente, pungolata dal dolore che è crescita, mancanza, abbandono, ma non è mai distruttivo “, in cui si esprime come “abbiamo intorno a noi, sempre più di quello che perdiamo”.   I testi della raccolta, organizzati in sezioni, ciascuna caratterizzata da un titolo-tema (Case, Stami, Desideri, Attese, Memorie, Timori, Notti, Voci) sono, per il lettore, una spiazzante sorpresa, com’è nella migliore poesia, nei quesiti e negli esiti, sempre provvisori ed inconclusi, che pongono.

I versi (tratti da un testo della silloge) dell’exergo, “Una rondine non fa primavera./Due sì./A quelle, allora” (che rammentano significamente certe accensioni della Dickinson) e la chiusa della penultima poesia, “Nessun credito all’oblio”, ci paiono due delle occasioni in cui traspare, con assoluta perentorietà, la forza poetica di questa autrice, fatta di domande non scontate (e in poesia, se autentica, non può che essere costitutivamente così) e di risposte sempre provvisorie ed aperte, in cui  il dolore e la finitezza degli esseri non sono mai l’ultima sorte, ma comportano una prospettiva d’aria, di luce, di semi gettati e in attesa di gemmazione-fioritura. Ogni chiusura comporta, quindi, una possibilità ulteriore, anche negli esiti descrittivi dei testi, con correlativi oggetti potentissimi: “in un’angusta nicchia/ se ne sta Santa Lucia./ Il sole / riposa/ sulla sua tunica/ bianca”, in passaggi in cui il ruolo di nume/musa è evocato nella luce della dimora e dell’attesa. E tale attesa ulteriore è la forza di questa scrittura che non si acquieta all’oblio, anzi, dagli arresti che gli accadimenti della vita pongono, s’arrischia a nuove accensioni e luci (“la notte ha fame di memorie (…)/ Parlerò, oltre le fibule del tempo./ Porterò gherigli dle domani e / odore di melograni”); così, nel maternale che è “Stami“, il senso di una costante compresenza (“Non tornerai a dire: /./Ma io scruto la via,/prima del passo ” o,ancora “Un giorno saprai/dei molti sogni/che mi hai regalato”).Tutto, in questa poesia, ci parla costantemente di una possibilità ulteriore, di una speranza messa in atto (“Oltre la soglia resto./Stiro l’attesa /che larga si dipiega/ su questo ciglio di sera”). Queste “voci di ieri” che “ruminano nel mio corpo” sono la fonte di una nuova forza e di una nuova luce, che, significativamente, esclude che la condizione temporanea del sonno (colmo di sogni, fra l’altro), della quotidianità correlativa, possa mai concepirsi, nel dialogo con le voci di ieri, come un impensabile “buio”.

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