Giorgio Galli, “Le morti felici”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore, 2018

Una serie di variazioni, modulate come riflessioni filosofico-narrative, sul tema della morte, del suo approssimarsi e del suo senso. Questa l’essenza de Le morti felici di Giorgio Galli, scrittore colto e raffinato, che abbiamo già conosciuto con La parte muta del canto (ed. Joker, 2016).

Che si tratti di un compositore lungamente dimenticato, come il ceco Leoš Janáček, che si dice essere morto in un letto d’ospedale mentre era insieme a una donna che amava, o di Igor Stravinsky, deceduto con la consapevolezza di essere vissuto nell’epoca sbagliata, o ancora del grande Franz Kafka, trapassato con l’amarezza di non aver raggiunto la felicità, ma con la serenità di esservisi adoperato al massimo, la morte, in questi brevi ma intensi ritratti, viene dipinta come una presenza perturbante, capace di condizionare negativamente l’agire umano ma, paradossalmente, di sprigionare, nel suo compiersi, il senso di un’intera esistenza.

Eppure, essa è fredda, perfino gelida, e perfettamente indifferente, quando non addirittura sarcastica. Come nella fine di Arturo Toscanini, convinto fino all’ultimo che il suo pupillo, il direttore d’orchestra Guido Cantelli, fosse ancora vivo, mentre era morto undici anni prima in un incidente aereo.

La prospettiva di Giorgio Galli è priva di aperture fideistiche o anche soltanto di speranza; cerca solo di scavare ulteriormente nel solco di vite già spese e consumate fino agli ultimi istanti. E con questo atteggiamento riesce a conseguire un’invidiabile neutralità. La stessa attribuita a Cioran, quando l’autore gli fa dire: “Non sono pessimista: il pessimismo discende dall’essere stati ottimisti. È la delusione che fa il pessimista, ed io non mi sono sentito mai deluso” (pag. 41).

Diversi dei profili così delineati sono dedicati a musicisti. La competenza musicologica di Galli ha sicuramente giocato un ruolo in questa scelta, ma è anche vero che la stessa idea dei finali di esistenze diverse contiene in sé un’intuizione musicale. Come nel Secondo concerto per pianoforte e orchestra di Prokof’ev, nel cui ultimo movimento il compositore, con quattro accordi, riesce a evocare il silenzio dell’inverno. Lo stesso inverno di violenza e oblio dei gulag del regime staliniano, costante minaccia per gli intellettuali come lui, sotto il comunismo sovietico; essenza trasversale di un’epoca che sarebbe anch’essa morta.

Poi, però, c’è anche l’inverno di Robert Walser, celebre scrittore svizzero, cultore del paesaggio e del cammino nella natura, trovato morto nella neve dopo la sua ultima passeggiata, quando si era allontanato dalla clinica dov’era stato ricoverato. Questo inverno, in un mondo già minacciato dagli orrori del nazismo, è reale e metafisico, e sembra abbracciare tutte le morti possibili, la cui essenza sottile pare essere proprio lo svanire, il ritrarsi in uno spazio di silenzio che, peraltro, non è assenza.

Un silenzio che è scelta consapevole per il compositore Sibelius, che voleva che la sua musica non somigliasse, ma fosse “il verso delle gru, il gorgoglio dell’acqua, la traccia lasciata dai laghi e dalle pianure nel suono dell’universo” (pag. 84); “da uomo del Silenzio” (pag. 88), aggiunse poi, non temeva più la morte.

Infine, il ricordo di Leonard Cohen, uno dei cui ultimi concerti, il 7 luglio 2013 a Roma, viene evocato come perfetta esemplificazione del punto in cui la musica vira nel Silenzio – che è come dire che la vita (la sua, che sarebbe finita di lì a poco) sfuma nell’essenza del dopo, qualunque cosa questo significhi. E la sua voce, divenuta ancor più grave del solito, sembra aprire uno squarcio rivelatore di (mistica?) luce.

Opera delicata e viscerale al contempo, Le morti felici è la dimostrazione di un’autorialità matura, capace di rielaborare come storia nuova storie di vite vere e perciò, apparentemente, già concluse. Attinge dall’ultimo barlume di energia di queste esistenze finite per riaprirle come inattese e sorprendenti possibilità. Che è poi quello che dovrebbe essere lo scopo e il senso della Letteratura, almeno in rapporto alla vita di chi la legge.

3 pensieri su “Giorgio Galli, “Le morti felici”

  1. un necessario chiarimento: abbiamo due Giorgio Galli Uno è uno scrittore affermato “politico” , l’altro è il Nostro sensibilissimo scrittore che scrive libri straordinariamente belli e poetici.

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