BUONA LETTURA: “Letti da un soldo”

Buona lettura 16 – Letti da un soldo, di Enrique González Tũnón

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.


Esce per Arkadia Editore, per la traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, Letti da un soldo, brillante traduzione della raccolta di racconti di Enrique González Tũnón, “Camas desde un peso” (1932).

Sin dall’avvio del primo racconto, dal titolo “I Cinque”, attorno a cui poi ruota tutta l’opera, è evidente quella vena narrativa che racchiude scioltezza e verità. Una verità chiaramente amara, tipica del disagio sociale di chi conduce una vita costantemente in bilico.

“I Cinque” altro non sono che cinque scansafatiche, accumunati dalla stessa solidarietà della fame, i quali, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, bazzicano per Buenos Aires rientrando ogni sera alla bettola “La pignatta misteriosa”, vero e proprio ospedale di casi disperati.

In Letti da un soldo, nessuno più di loro è adatto a svolgere la funzione di cantore tormentato alla ricerca di un barlume di speranza nella miseria di tutti i giorni; quella miseria di chi non ha un posto nel mondo e si limita a scandire con le proprie disgrazie l’angoscia del vivere e le sue stranezze ∼ ladri, prostitute, ubriaconi, perdigiorno, spacciatori, usurai, prestasoldi.

Di grande forza, per verità umana e stilistica, i racconti di Enrique González Tũnón rivelano il grigiore e la sciatteria degli ultimi senza esprimere alcun giudizio, ma limitandosi a svelare, come se fosse appena uscita dalla penna di un buon cronista, la vita anche degli angoli più nascosti di Buenos Aires.

Se i “Cinque” ∼ si è detto ∼ sono i “cantori miserabili” dello smarrimento della propria esistenza, Tũnón è il cantore del “fervore” di Buenos Aires, di quei sobborghi che ben conosceva e che più avevano risentito del processo di cambiamento culturale e sociale dovuto alla grande intensificazione che interessò la città in quegli anni.

Ma la rappresentazione di Buenos Aires non si ferma qui, perché a questi racconti se ne affiancano altri tratti da El alma de las cosas inanimadas (1927) e La rueda del mulino mal pintado (1928), dove i protagonisti sono decisamente più bizzarri (uno su tutti, il “telefono epilettico”): espressioni, quindi, di una città immaginaria, dominata dalla prospettiva dell’assurdo.

Nella sua produzione, Enrique González Tũnón riesce a coniugare diverse forme di scrittura e una grande ricchezza di suggestioni, anche squisitamente stilistiche, per raccontare il suo disagio, quello di uno scrittore che fatica a comprendere sino in fondo se stesso e il reale che lo circonda; capace solo di esibire deformità e ingiustizie e di nascondere le dolcezze più autentiche.

E se da un lato realtà e finzione formano un solo canovaccio, dall’altro il racconto si confonde con la cronaca, la storia viene verificata dalla narrativa  e questa, a sua volta, si confonde nuovamente con il quotidiano per dare origine a uno scambio autentico e continuo, tipico di uno spirito sempre vitale.

Per questo è giusto ricordare che Tũnón ha vinto la scommessa di essere tanto più vero e umano proprio perché amante della sua scrittura, del suo essere scrittore.

Il rifugio ultimo è nella parola: “quando morirò non piantate un salice, piantate una macchina da scrivere“. Perché la vita – anche quella degli ultimi – penetra nella pagina scritta.

Mara Pardini

Enrique González Tuñón nacque nel 1901 a Buenos Aires, nel quartiere popolare di Once. Tra i protagonisti della scena letteraria bonaerense degli anni Venti e Trenta, Tuñón sperimentò diverse forme di scrittura. Come il suo amico Roberto Arlt, contribuì a rinnovare il giornalismo letterario dell’epoca, con uno stile sperimentale e inconfondibile, scrivendo su “Crítica” e collaborando con riviste come “Proa” e “Martín Fierro”. Fu uno degli esponenti della bohemia literaria di Buenos Aires, città che conosceva perfettamente e che attraversava ogni giorno per lavoro, ma soprattutto per il gusto del flanerismo, spesso in compagnia di suo fratello, lo scrittore e poeta Raúl González Tuñón. Scrisse testi per i tanghi di Carlos Gardel e sceneggiature per il cinema. La sua produzione narrativa annovera raccolte di racconti come El alma de las cosas inanimadas (1927), La rueda del molino mal pintado (1928) e Camas desde un peso (1932). Morì nel 1943, a Cosquín, nella provincia di Cordoba.

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