Emilio Grollero, Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia

 

Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia di Emilio Grollero
di Giorgio Morale

Vuoi una storia breve ma bellissima o una storia lunga ma mediocre?”. Questa è la domanda di Ghiermo ai nipoti in Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia (La vita felice 2018) di Emilio Grollero. Bisogna dire che l’autore ci dà quello che noi preferiamo, un libro di storie brevi ma bellissime. Storie brevi ma che, per l’unità di luogo e la ricorrenza di alcuni personaggi, assumono un carattere corale e danno al libro un tono poematico, cui contribuisce la presenza di alcune poesie, e in particolare, molto suggestiva, quella in incipit. Mentre l’intrecciarsi di fatti presenti con ricordi storici, la notte di Natale del 1924, la condanna di una ruffiana nel 1799, la guerra, una morte ad Auschwitz, dà alla dimensione temporale un respiro che trascende la cronaca.

Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia è una anti-Spoon River. Ambedue i libri in ogni episodio scolpiscono in un gesto un destino personale, che spesso acquista valore simbolico, ma l’Antologia di Spoon River lascia con un groppo in gola perché comunica il sapore amaro della fallacia di passioni e azioni umane. Ne è un ottimo esempio uno dei suoi personaggi, Seth Compton: “Quando morii, la Biblioteca circolante / che avevo organizzato per Spoon River, / e di cui avevo avuto cura per il bene di menti avide, / fu venduta all’asta sulla pubblica piazza / come per distruggere l’ultimo vestigio / della mia memoria e della mia influenza”. La conclusione di Seth Compton è che non è riuscito a fare capire alla sua città che “nessuno sa che cosa è il male; e nessuno sa che cosa è vero / se non sa che cosa è falso”. La morte diventa l’annientamento di un progetto e fa sì che l’individuo sia esistito invano.

Il Corale invece consegna alla pagina luoghi e persone “perché non vadano mai via”, nella fiducia che “La morte non ha abbastanza forza / per cancellare le cose”. Come dice Vladimir Jankélévitch ne La morte, “La persona deve essere considerata inestimabile: essa è una cosa unica e rara, appare una sola volta nella storia”. Per il filosofo francese la finitudine è infinitamente preziosa, poiché ogni persona cambia il mondo con il suo apporto e quindi vivere è qualcosa di cui “ne vale comunque la pena”. Di ogni persona Emilio Grollero ci consegna difatti un gesto o un detto di inestimabile valore: un marinaio che ogni anno, a Natale, porta ad Agostino Alfonso, detto U Drogu, “un ‘grazie’, che non avrebbe mai avuto fine” per avergli salvato la vita in un giorno di tempesta; Serina che durante la guerra, sentendo avvicinarsi un aereo nemico, si tuffa in mare per nascondervisi e, alzando il capo perché la raffica che temeva la uccidesse tarda, “scorge il viso di un pilota che le sorride”; Menara che fa portare alcuni fra i pesci più buoni che ha pescato in una casa dove in quei giorni abita la sfortuna; la Tarantina che dà da mangiare a due autisti e quando chiedono il conto dice loro: “Signori, questo non è un ristorante, comunque grazie di averci fatto compagnia. Arrivederci e fate buon viaggio”; e Tom, che invece era un ristoratore, che, “ove avesse sentito qualche odore di povertà”, non presentava “alcun conto a quelli seduti alla sua tavola”. Ma non domina solo la bontà. C’è Geronima la ruffiana, c’è Zitta, che “Ogni offesa subita, la riparava con le sberle”, U Mattugrillu che fa paura persino agli uomini più coraggiosi. E poi gruppi che s’incrociano con individui, marinai ed emigranti, “gente che incontra gente”, donne che cuciono “le vite dei loro uomini… l’incerto futuro dei numerosi figli… storie, affetti e paure”. Insomma, un quadro di “individui, spesso, con una povertà materiale indicibile ma con radici così profonde che nessun libeccio poteva sradicare”.

Né manca la viva presenza dei luoghi, la statua del paese, Piazza Libertà, “tutte queste case appoggiate l’una all’altra” che esprimono, come dice un personaggio del libro, il poeta Giancarlo, “tutto ciò che non siamo più. L’idea di un vivere comune. Si costruiva guardando il sole e ascoltando il vento. Si progettava un luogo per ospitare un corpo unico, la comunità, non migliaia di vite sole”. E poi le ricorrenze e i gesti del lavoro, le cose, l’odore del pesce, le reti ad asciugare, i regali che “fa la luce”, le ricette culinarie che hanno il sapore e il ritmo del luogo e stuzzicano l’appetito persino di Dio. In Perché non vadano mai via. Corale per Laigueglia Emilio Grollero rende un mondo vario e vivo con la precisione di chi sa che “le parole sono il primo tassello di ogni cosa” e che “la musica è Dio che sorride all’uomo”; con l’aderenza alla vita che la fa apprezzare anche nei suoi aspetti meno composti, perché è preferibile la naturalità del vivere a un cosmo perfetto che risiede solo nelle astrazioni – il corpo scrostato, scoperto dei muri delle vecchie case, ad esempio, dà lo spunto a un elogio dell’imperfezione: “E’ imperfetto come le nostre vite, come i nostri pomeriggi, come il nostro non saper amare. E’ imperfetto come le cose che facciamo, come i nostri sogni, come tutte le domande a cui non sappiamo dare una risposta” –; e con la consapevolezza che, come ci ha insegnato il poeta di Paterson, “Solo il locale è universale” (William Carlos Williams, Selected Essays).

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