FORMA E VITA IN SICILIA (di Leonardo Sciascia)

[ dal n. 5/1960 della rivista letteraria “Le ragioni narrative”, periodico letterario pubblicato a Napoli dall’editore R. Pironti e Figli in via Mezzocannone 75, tra i cui redattori troviamo i nomi di Domenico Rea, Mario Pomilio, Michele Prisco (direttore responsabile), Luigi Compagnone, Gian Franco Venè, Lugi Incoronato, ed al quale collaboravano, fra gli altri, Giovan Battista Angioletti, Bruno Maier, Francesco Flora, Leone Pacini Savoj, Carlo Salinari, Leonardo Sciascia, Giovanni Titta Rosa, Diego Valeri ] – E.D.L.

(in una foto di Giuseppe Leone,  Leonardo Sciascia tra Vincenzo Consolo, a sinistra, e Gesualdo Bufalino, a destra

***

« Preme di più intendere e valutare la realtà siciliana che cercare ‘cause’ e antecedenti che, nel migliore dei casi, non conterebbero a paragone delle azioni e delle opere che, univocamente, denominiamo siciliane perché così le vediamo e le sentiamo. Tale realtà appare dal momento in cui gli abitanti dell’isola di Sicilia si comportano come siciliani ossia rivelano in fatti di durevole significato le loro preferenze e capacità… ».
Abbiamo adattato alla Sicilia questa essenziale proposizione da cui Américo Castro muove il suo vasto ricchissimo e suggestivo studio su La realidad historica de Espana (ed. italiana: La Spagna nella sua realtà storica, Firenze, Sansoni, 1956). E frequentemente faremo riferimento a cose spagnole per una essenziale e fondamentale considerazione: che se la Spagna è, come qualcuno ha detto, più che una nazione un modo di essere, è un modo di essere anche la Sicilia; e il più vicino che si possa immaginare al modo di essere spagnolo.
Indubbiamente gli abitanti dell’isola di Sicilia cominciano a comportarsi da siciliani dopo la conquista araba (come d’altra parte gli abitanti della Spagna): in un tipo di vita che Castro direbbe narrabile; non ancora, cioè, storicizzabile e non più descrivibile soltanto. Com’è, o dovrebbe essere, noto, Américo Castro assume e divide il passato umano in tre diversi stadi di realtà che corrispondono a tre diverse categorie espressive : 1) una vita che si svolge dentro un mero spazio vitale, che è soltanto spazio vitale; e chiama questo tipo di vita descrivibile (per noi, quello della Sicilia prima degli arabi); 2) una vita di tipo narrabile, fatta di aspetti suggestivi e interessanti, di eventi degni di essere narrati ma che appartengono alla «eventografia » piuttosto che alla storiografia (che per la Sicilia sarebbe il lungo periodo che va dalla dominazione araba alla formazione del Regno d’Italia): 3) una vita di tipo propriamente storico, che irradia virtù creative, che è costruzione originale, compiuta forma di realtà umana (per noi, la Sicilia del 1860 ad oggi). A questo terzo stadio di vita, a questa vita di tipo storicizzabile, la Sicilia si appartiene con « virtù creative » incerte e disarticolate, anche se originali, per quanto riguarda la vera e propria azione storica, gli avvenimenti civili (che, svolgendosi dentro uno Stato a carattere unitario, e poi totalitario, si possono paragonare, per originalità e portata, a quelli della regione basca dentro lo Stato spagnolo); ma con « virtù creative » sicure originalissime univocamente definibili come siciliane, per quanto riguarda le opere letterarie: opere che esprimono una vita « storica ». una particolare e compiuta forma di realtà umana.
Gli avvenimenti civili che la Sicilia esprime nel periodo che va dall’unità d’Italia ad oggi sono il movimento dei Fasci dei Lavoratori e il movimento indipendentista-autonomista: movimenti che si iscrivono in una precisa continuità storica; continuità che bisogna vedere nelle istanze del popolo più che nelle dichiarazioni dei cacicchi (e del cacicchismo avremo modo di parlare più avanti). A proposito dei Fasci Siciliani, dei Lavoratori, Gramsci notava : « Le masse popolari siciliane sono più avanzate che nel Mezzogiorno, ma il loro progresso ha assunto una forma tipicamente siciliana; esiste un socialismo di massa siciliano che ha tutta una tradizione e uno sviluppo peculiare ». E il Colajanni aveva già scritto : « Non c’erano i Fasci e non era neppur nota la parola socialismo, eppure nel 1848 in Burgio si ebbero tumulti analoghi a quelli del 1893. Non c’erano i Fasci e non era neppur nota la parola socialismo, eppure nel 1860 in mezzo agli entusiasmi e agli slanci generosi della riscossa nazionale avvennero le cruenti sollevazioni di Pace, di Collesano, di Bronte, di Nissoria sempre al grido: morte ai galantuomini! abbasso li cappedda! E senza Fasci e senza socialismo avvennero i disordini di Canicattini nel 1865, le preparazioni dei contadini a Villalba ed a Valledolmo, la rivolta di Grammichele nel 1876, nella quale si dette l’assalto al casino dei galantuomini, che furono presi a fucilate, e più tardi la ribellione di Calatabiano al grido di : abbasso il municipio! abbasso le tasse! viva il re! sanguinosamente repressa… ».
Di queste esplosioni popolari (e Verga diede tragica e stupenda rappresentazione di quella di Bronte nella novella che si intitola Libertà), anche due uomini che stavano dalla parte della reazione repressiva diedero esatto giudizio : mosse dallo « intento di vendicare l’onta della miseria patita a causa dell’odiata classe dei proprietari » le disse il deputato Damiani, sostenitore di Crispi; e che la Sicilia era una mina già preparata da secoli, alla quale i Fasci e gli agitatori socialisti avevano dato fuoco, disse il generale Corsi. Il professor Lombroso, invece, attribuiva il rapido dilagare del socialismo in Sicilia al miscuglio delle razze e all’influenza del clima: affermazione che il Colajanni allora demolì facilmente, e noi abbiamo voluto ricordarla soltanto per dare idea di come il fe-nomeno apparve particolare, per originalità e intensità, anche nella immediatezza della cronaca.
Il deputato moderato Massari vedeva anche nel brigantaggio siciliano una forma di «protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie », e molto giustamente. E anche la mafia, che sta al brigantaggio come una specie di potere legislativo rispetto all’esecutivo, ha queste origini di protesta e vendetta di classe: origini divenute remote e vaghe nell’attuale carattere e organizzazione. E in effetti sarà sempre difficile in Sicilia distinguere, nell’immediato insorgere dei fatti, gli elementi della protesta collettiva, civile e politica, dagli elementi della protesta particolare, individuale o di gruppo (nel senso più proprio : di mafia; la parola – araba – significando luogo nascosto e riunione in luogo nascosto). Moltissimo deve il successo dell’impresa garibaldina alle consorterie mafiose (di una mafia, ripetiamo, molto diversa dall’attuale) e ai risentimenti privati, individuali, dei notabili; e così il tentativo della rivolta indipendentista, in questo dopoguerra, riesce difficile vederlo nella sua natura protestataria, sociale e in un certo senso socialista, quale in realtà era nella coscienza della massa, intorbidato com’è dalla presenza di interessi assolutamente opposti, antipopolari, di individui e di gruppi, e associato a manifestazioni di vero
e proprio brigantaggio. Ed anche il movimento del Fasci presenta, nelle sue giornate di rivolta, caratteri e particolarità più di movimento anarchico che di movimento socialista (pur considerando la indifferenziazione storica che nelle masse più arretrate potevano ancora avere anarchia e socialismo): di un’anarchia intesa come gesto rivoluzionario individuale che ha in se stesso il fine. Ma dentro questi inevitabili limiti, il movimento dei Fasci veniva articolando nel corpo vivo della solidarietà di classe gli istinti i sentimenti i pensieri le capacità le abitudini dei siciliani; iniziava insomma quel processo di rinnovamento tuttora in corso e che ha già al suo attivo il raggiungimento dell’autonomia regionale.
E non è un caso che agli avvenimenti che vanno sotto il nome dei Fasci Siciliani siano contemporanee l’irradiarsi di «virtù creative », le « costruzioni originali », le «supreme forme di realtà umana » delle opere di Verga Capuana De Roberto Pirandello : opere che noi diciamo siciliane, in quanto esprimono, con durevole e universale significato, sentimenti pensieri preferenze e incapacità peculiari all’uomo siciliano.
Essenziale carattere della vita che riconosciamo e diciamo siciliana è una forma esasperata di individualismo in cui agiscono, in duplice e inverso movimento, le componenti della esaltazione virile e della sofistica disgregazione.
Questo tragico giuoco dialettico che Pirandello seppe cogliere in forme assolute, di poesia, dalla vita dalla tradizione dalla cultura del popolo siciliano, Adriano Tilgher indicò come problema centrale dell’opera pirandelliana e ridusse ad una formula lucida e perentoria: opposizione di Vita e Forma. « Da una parte il flusso della Vita cieca muta oscura eternamente rinnovantesi di momento in momento; dall’altra un mondo di Forme cristallizzate, un sistema di costruzioni, che tentano di arginare e comprimere in sé quel flusso in eterno gorgogliante ». Ma Tilgher non seppe vedere ciò che invece Gramsci, più tardi, intuirà con fulminea chiarezza: che « l’ideologia pirandelliana non ha origini libresche e filosofiche, ma è connessa ad esperienze storico-culturali vissute con apporto minimo di carattere libresco », che in Pirandello « ci sono punti di vista che possono riallacciarsi genericamente a una concezione del mondo, che all’ingrosso può essere identificata con quella soggettivistica », ma che questi punti di vista esistono «nella vita stessa, nella cultura del tempo e persino nella cultura popolare di grado infimo, nel folclore »; ed essendo in definitiva il pirandellismo « giustificato da modi di pensare storicamente popolari e popolareschi, dialettali », i personaggi di Pirandello non sono « intellettuali travestiti da popolani, popolani che pensano da intellettuali », ma « reali, storicamente, regionalmente, popolani siciliani, che pensano e operano così, proprio perché sono popolani e siciliani ».
Prima che questo giudizio di Gramsci entrasse in circolazione, la rappresentazione pirandelliana delle estreme cristallizzazioni e disgregazioni dell’individualismo, venivano valutate, da quasi tutti i critici, nell’incidenza della «crisi dell’uomo d’occidente» e delle filosofie che ne scaturivano. E invece non si trattava di incidenza ma di coincidenza : e fino ad un certo punto, per di più. Il La Rochefoucauld, la cui definizione del sentimento dell’amor proprio Arminio Janner richiama a proposito di Pirandello (A. J.: Luigi Pirandello, Firenze, La Nuova Italia, 1948), diceva: « Per quante scoperte si facciano nelle terre dell’amor proprio, ancora ci sono molte regioni sconosciute ». Intendeva, naturalmente, parlare di sconosciute forme e manifestazioni di amor proprio : ma così, alla lettera, l’espressione — regioni sconosciute dell’amor prioprio —è particolarmente suggestiva. La Sicilia era una ignota regione dell’amor proprio, prima che Giovanni Verga la scoprisse. E il rapporto tra Verga e Pirandello lo si può approssimativamente fissare nei termini in cui Pirandello, nel Fu Mattia Pascal, pone la differenza tra la tragedia antica e la moderna : « La tragedia di Oreste in un teatrino di marionette!… Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe?… Oreste sentirebbe ancora gli impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena,
e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure : in un buco nel cielo di carta ». La tragedia antica di Verga, la tragedia moderna di Pirandello : e la differenza consiste, sì, in quello strappo nel cielo di carta da cui i « mali influssi » si riversano sui personaggi in un processo che potremmo dire di praxis psicologica che si rovescia (la praxis psicologica dell’individualismo); ma consiste anche in uno scarto geografico: tra Catania e Girgenti; tra il Val Demone, dove gli arabi non riuscirono a penetrare con sicurezza, e il Val di Mazara, dove furono sicuri nei secoli della loro dominazione. Basta guardare le statistiche giudiziarie per avere il senso di quale raffinata feroce idolatrica provincia dell’amor proprio sia l’araba Girgenti in Val di Mazara (oggi, col suo più antico nome. Agrigento). Che a Catania il sentimento del tragico e il sentimento del comico vivano nell’antica distinzione e separazione, e che a Girgenti invece costantemente giuochino quel dialettico e indissolubile contrasto da cui si genera il moderno sentimento che denominiamo umorismo, riteniamo di dover ascrivere al persistere della visione greca della vita, nel Val Demone, e al suo affievolirsi, nel Val di Mazara. In uno dei suoi fantastici racconti (nel volume pubblicato da Feltrinelli col titolo L’Aleph), Jorge Luis Borges immagina il travaglio, lo sforzo dell’arabo Averroè quando, imprendendo la traduzione della Poetica di Aristotele, si trova di fronte alle parole « tragedia » e « commedia »: « Due parole dubbie lo avevano arrestato al principio.., nessuno, nell’ambito dell’Islam, aveva la più piccola idea di quel che volessero dire ». Non sapendo che cosa fosse il teatro, Averroè non riusciva a penetrare il significato delle due parole: e la vita gli scorreva sotto gli occhi indistinta nei suoi elementi tragici e comici, tragedia e commedia insieme, il grande vario mutevole teatro del mondo. E in Pirandello c’è appunto questo: una specie di invenzione del teatro; come di chi non conosce la convenzione tecnica ed espressiva del teatro vero e proprio e invanta, cioè nel senso più proprio trova, il teatro nella vita, nell’indistinto impetuoso scorrere di «tragedia » e «commedia ».
Nella Dorotea di Lope de Vega c’è un passo di singolare importanza per la definizione che veniamo tentando di dare della particolare forma di amor proprio dell’uomo siciliane: «Armenio disse a Ciro che i mariti non ammazzavano le mogli, quando le trovavano in adulterio, per punirle dell’offesa, ma per la rabbia di essere defraudati d’amore. Che strano pensiero! ». L’amor proprio è dunque specchio di idea astratta: ed è inconcepibile che un sentimento possa incrinarne la purezza. « Che strano pensiero! »: e lo giudicherebbero strano l’Alfio della Cavalleria Rusticana e il Ciampa del Berretto a sonagli; il personaggio di Verga che (per usare termini pirandelliani) « vive » e il personaggio di Pirandello che, in forza di quello stroppo nel cielo di carta, « si sente vivere ».
Nel suo saggio sul Mastro don Gesualclo, che è forse la cosa più bella ed intensa che sia stata finora scritta sul Verga (tradotto da Vittorini, è stato pubblicato dal settimanale Omnibus nel numero del 9 ottobre 1937), D. H. Lawrence ebbe un’intuizione acutissima : « E presi uno per uno, gli uomini (i siciliani), hanno qualcosa della noncuranza ardita dei greci. È quando sono insieme come cittadini che diventano gretti ». Grande romantico di antiromantiche illusioni, il Law­rence ammirava i siciliani perché non erano così scioc­chi da abbandonarsi al sentimento della propria ani­ma : tutto il contrario di quei russi che, dice, non fan­no che versare té nelle tazze e anima nei discorsi. « Al sole si è oggettivi, nella nebbia e sotto la neve si è sog­gettivi » afferma : ma in verità si è soggettivi anche sotto il sole, e forse quel che lui definisce come gret­tezza non è che una particolare e sgradevole manife­stazione della soggettività. Stando insieme, i siciliani diventano gretti : gretti di quel particolare individua­lismo, di quell’assoluto amor proprio che Debenedetti finemente rileva, nel mondo pirandelliano, come « diu­turno servaggio in un mondo senza musica ». Vale la pena anzi, a riscontro dell’intuizione di Lawrence, citare il passo di Debenedetti per intero : « A somi­glianza di una celebre definizione che fa dell’universo kantiano una catena di causalità sospesa a un atto di libertà, si potrebbe riassumere l’universo pirandellia­no come un diuturno servaggio in un mondo senza musica, sospeso ad una infinita possibilità musicale : all’ intatta e appagata musica dell’ uomo solo » (G. D.: Saggi critici, Roma, OET, 1945).

I sentimenti dell’onore della rispettabilità dell’invi­dia della vendetta, vissuti in effetti come riflessi for­malistici di sentimenti più che come sentimenti (in una specie di « preoccupazione giuridica » in cui, per dirla appunto in termini giuridici, il merito si assotti­glia e svanisce nella forma), sono, anche nel comunesenso della parola, « gretti » in quanto degradano le persone, gli altri, ad oggetti : oggetti di onore di rispet-tabilità di invidia di vendetta. (E in Pirandello avviene, rispetto a Verga, una rivolta o vendetta degli altri nella coscienza del soggetto).
Ma occorre avvertire, come dice Menéndez Pidal degli spagnoli, « che ciascuna qualità è bifronte, radice di effetti positivi o negativi, secondo il verso che prende e la maggiore o minore rispondenza alle circostanze, nelle quali si sviluppa ». Aggiunge, e vogliamo segnarlo come limite di buon senso a queste nostre notazioni, « che anche i caratteri più durevoli non ope¬rano di necessità, poiché, se è vero che essi si manifestano nella grande maggioranza cli un popolo, ciò non vuol dire che ne determinino sempre l’azione, né che, in determinate circostanze, essi non possano restare relegati nella minoranza del popolo stesso. Inoltre, il fatto che li vediamo perdurare attraverso i secoli, non vuoi dire che essi siano immutabili : ché non siamo davanti a determinismo somatico e razziale di alcuna specie, ma piuttosto dinanzi ad attitudini e ad abiti storici, che possono e debbono mutare con il mutare delle basi che li reggono, col sopraggiungere di mutamenti nelle occupazioni e nelle preoccupazioni della vita, nel tipo dell’educazione, nelle relazioni e nelle altre circostanze ambientali ».
Tra le qualità che sono, nella vita dei siciliani, radici di effetti opposti, prendiamo ad esempio l’invidia. Come Gracién la chiamava « malignidad hispanica », potremmo chiamarla « malignità siciliana »: ed è un male che attacca come filossera la vita sociale e gli istituti civili (e basti pensare alle note vicende dei governi regionali siciliani). Ma, in una sorta di ambivalenza freudiana, l’invidia è radice di un effetto opposto: l’amicizia. Si verifica, insomma, quel duplice e inverso movimento di esaltazione e di disgregazione dell’individualismo, dell’amor proprio. Ma non pos­siamo, purtroppo, dire che l’amicizia rappresenti, so­cialmente, un effetto positivo rispetto all’effetto nega­tivo che è nell’invidia : di come agisce l’amicizia, de­gli atti che si compiono in suo nome, delle mafie cui dà luogo (e non ci riferiamo soltanto alle mafie delit­tuose), tutta la nazione va facendo esperienza. Ma an­che l’invidia, nel sopraggiungere di nuove occupazio­ni e preoccupazioni, lentamente va scomparendo nella solidarietà di classe : e in essa finiranno con lo sparire anche le forme deteriori dell’amicizia.

L’amicizia, nelle sue forme più deteriori, e l’invidia. danno luogo al fenomeno politico-elettoralistico che genericamente, in riferimento a tutto il Meridione, è indicato col nome di clientelismo, ma che in Sicilia ha caratteristiche molto simili al cacicchismo che ha avuto il suo peso negativo nella storia di Spagna. A Napoli le clientele fanno capo al grande avvocato, al principe vero e proprio, al patrizio che ancora conserva terre e zolfare. L’anno scorso, mentre Il Gattopardo furoreggiava, come per contrappeso, le alchimie di maggioranza nell’Assemblea Regionale Siciliana si giuocavano su tre nomi di cui è superfluo illustrare gli araldici meriti: Stagno d’Alcontres, Maiorana della Nicchiara, Paternò di Roccaromana. Dal voto di quest’ultimo, ad un certo punto, fu salvato il governo Milazzo, cui non mancava, com’è noto, l’appoggio dei comunisti.
Esemplare del cacicchismo siciliano è il protagonista de I viceré di Federico De Roberto, il principe Consalvo Uzeda di Francalanza : personaggio che corrisponde al Marchese Antonino Paternò-Castello di Sangiuliano, che ebbe un notevole ruolo nella politica estera italiana negli anni che precedettero la guerra 1914-18. Confrontando i dati biografici relativi a questo personaggio storico con quelli che si ricavano dai due libri di De Roberto che hanno a protagonista l’Uzeda (oltre a I Viceré, L’imperio; e un altro bel romanzo, L’illusione, si incentra sul personaggio di Teresa Uzeda, sorella di Consalvo), le coincidenze appaiono sicure : il marchese di Sangiuliano è nato a Catania nel 1852, fu sindaco di Catania; deputato dal 1882 in poi con gli incarichi di sottosegretario all’agricoltura nel 1892, di ministro delle poste nel 1898. di ministro degli esteri nel 1905-6 e nel 1910-14. Uno di quegli uomini, a quanto pare, convinti che « bisogna che cambi tutto perché niente cambi »: esattamente come il Tancredi del Gattopardo. O come il Flaminio Salvo de I vecchi e i giovani di Pirandello : il quale, tipico cacicco della Sicilia interna, ritiene persino superflua la finzione del cambiar tutto per non cambiar niente.
Il cacicchismo siciliano nasce in precisa funzione dell’interesse privato : non nel senso, come dire?, confindustriale, che è già politico, ma nel senso della « roba » verghiana : la roba come proiezione e integrazione del¬la personalità, dell’individuo. Solo incidentalmente la roba è reddito e strumento : effettualmente non è cosa da usare, ma cosa da lasciare. E’ legata in eguale misura al sentimento della famiglia, all’apprensione per il futuro della famiglia, e al sentimento della morte. Col crescere della ricchezza cresce ciò che della vita lasceremo, cresce la nostra morte. Il ritmo dell’accumulazione è un ritmo di morte. Così è in Mastro don Gesualdo, il quale, dice Lawrence, « non altro ottiene dalla ricchezza che un grande tumore di sofferenza, un amaro tumore che lo uccide », personaggio che fa il suo gruzzolo e sotto il gruzzolo soccombe. Il gruzzolo sarebbe un po’ come l’oggettivazione della morte.
Ma abbiamo detto dell’apprensione che muove questo ritmo di accumulazione della roba: e siamo di fronte ad uno dei sentimenti più condizionanti della vita siciliana. Sull’apprensione Brancati ha scritto finissime pagine in Paolo il caldo: e lo si può definire come il sentimento della insicurezza. Insicurezza storica : perpetua insicurezza della vita degli affetti, dei beni, che è venuta assumendo nel tempo un carattere ossessivo. In Sicilia è facile che una piccola questione rurale, di confini di viottoli di trazzere, passi dalle mani del perito catastale a quelle del perito balistico : e non per avara difesa della roba, ma soltanto per apprensione. E considerando anche gli altri, le persone, come oggetti, sulle persone della famiglia viene morbosamente proiettato questo sentimento di insicurezza, di apprensione. Come non è sicura la roba sotto il sole, la terra che il vicino può rodere nei confini e i frutti che possono essere rubati, così non è sicura una persona della famiglia che esca dalla casa. Che cosa non può accadere ad uno che esce dalla propria casa? Può perdere il portafogli e l’onore, i sentimenti e la vita. Proiettato sulle persone e sulla roba, l’amor proprio ha queste inquiete ossessive venature di apprensione.
« La relazione amorosa di Gesualdo con Diodata, che dura tutta la vita », dice Lawrence « è, secondo le nostre idee, quasi impossibile. Gesualdo non dà nessun valore al sentimento; o quasi nessuno… E’ una cosa del vecchio, antico mondo, di quando l’uomo era intensamente conscio di quello che gli apparteneva, ma non aveva che una coscienza confusa di quello che sentiva. E i sentimenti di cui non si ha coscienza non esistono ». Degradata da persona ad oggetto di piacere (e, s’intende, d’onore) la donna, il siciliano ha una particolare morale sessuale e un particolare comportamento erotico : la morale del possesso esclusivo e un comportamento che, riconoscendo nella donna una vita soltanto istintiva, tende a soddisfarne i sensi per ridurre il margine di apprensione, di insicurezza, relativamente alle sue azioni. E’ un comportamento di tipo primatistico, detenuto e vantato come primato, oltre che individuale, di gruppo e, in un certo senso, di razza : e si compone di elementi puramente vitali, primitivi o comunque appartenenti a civiltà ormai lontane dalla Europa continentale, e di elementi dottrinali di estrazione cristiana che si configurano in una specie di stilnovismo patologico (e ne abbiamo estrema rappresentazione nel Bell’Antonio di Brancati). Questi due elementi, l’elemento vitale e l’elemento cristiano, agiscono anch’essi dialetticamente, nel duplice ed inverso movimento dell’esaltazione e della disgregazione. Nel comportamento, che tende ad affermare un primato di resistenza « gallistica » (si pensi al Don Giovanni involontario di Brancati) è del resto fisiologicamente ovvio il duplice movimento di esaltazione e di disgregazione, di vittoria e di annientamento, che in esso si contiene. E’, in definitiva, questo del siciliano rispetto al sesso, un atteggiamento religioso : e così Brancati era arrivato ad intenderlo nell’ultima sua opera, l’incompiuto romanzo Paolo il caldo. Come per saturazione, un atteggiamento originariamente pagano si rovescia, non diremo nella sessuofobia cristiana, ma indubbiamente in una concezione della donna che attinge alla dottrina cristiana e cattolica.
Insomma : come la roba, nel ritmo dell’accumulazione, rende oggettivo il crescere della morte dentro di noi, la donna, nel puro accadere erotico, ci travalica in una specie di contemplazione della morte. Di una concreta sensualità che si assottiglia in contemplazioni di misteri e di simboli abbiamo, oltre alle pagine della seconda parte di Paolo il caldo, quelle del penultimo capitolo del Gattopardo : la morte come definitivo contrassegno, come ultima sintesi di questo modo di essere che è la Sicilia.

*

(si ringrazia G.T. per la collaborazione tecnica) 

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