Su “Né acqua per le voci” di Marina Massenz

E’ uscito il n. 112, del febbraio 2019, della rivista «Il Segnale». Per gentile concessione della redazione della rivista, che ringrazio, propongo una mia lettura del libro di Marina Massenz Né acqua per le voci, che vi compare in forma leggermente più breve.

Marina Massenz, Né acqua per le voci
di Giorgio Morale

Siamo usciti dalla scatola proprio / stamattina”. Il nuovo libro di poesie di Marina Massenz, Né acqua per le voci (Dot.com Press 2018), si apre in medias res, immettendoci in un qui e ora che non indica una situazione momentanea ma una condizione epocale. È l’essere gettati fuori, in un esodo che non trova approdi se non occasionali. È una situazione drammatica ma non tragica. Non c’è una scelta possibile, non c’è addio, non c’è abbandono. C’è una erranza che ha il suo avvio in incipit e si perpetua nel corso del libro. Tante poesie presentano una umanità in itinere: “Punta tacco punta, attraverso il bosco” (14), “tutti di corsa / qua e là sbandati sbarellati” (17), “Io passo qua e là con salti astuti” (18), “avanziamo e ridiamo” (20), “mi inoltro nel bosco” (41), “sbandiamo da ubriachi” (43). Vari sono anche i mezzi di locomozione presenti: “due treni” (18), un “vascello di carta” (19), “la tua carrozza” (20), la “nostra nave” (29), “la metropolitana” (35), “il tram” (36), “carrette sul mare… zattere sgangherate” (46).

Non è un viaggio di ritorno verso Itaca o verso un eden delle origini. Ugualmente in questo libro è assente l’infanzia, sorgente dell’io e fonte di ispirazione della poesia lirica. Non c’è un’origine con cui ricongiungersi. Si tratta viceversa di un viaggio dal dentro al fuori, in cui sembra abolita qualsiasi distinzione tra le due dimensioni, e il mondo arriva fin dentro la casa, che non è il luogo protetto e immune da contrasti. Anzi il pericolo e la minaccia arrivano fino all’interno la casa, di cui si dice che “la porta se c’è ha ruggine / … / ma più spesso non c’è” (12). È minacciata l’integrità fisica: “Svolgo i miei fili, dipano con / finta pazienza matasse interiori / nel tempo fradicio, il caldo trapassa / trasforma il compatto del corpo / in liquido lenzuolo” (12). La mente delira: “i mostri strisciano sulle assi di legno” (15). Incombe il senso della perdita: “Attendo i ladri, il loro arrivo / … / so che puntano con il fiuto dei nasi / lunghi e molli ai miei beni sempre / sparpagliati troppo esposti” (12).

Difatti il soggetto vive la perdita e la dispersione. L’io è “scomposto” (22). “La borsetta degli affetti personali / non si trova” (17), la “agendina cade in pezzi, / … migliaia / di foglietti scritti a mano / svolazzeranno nella stanza” (36). Anche il pensiero si smarrisce: “Svanisce poi d’un tratto, non vedo / più non vedo” (18). Questo statuto complesso dell’io trova espressione nella varietà dei soggetti presenti nei testi. Nella poesia di apertura il soggetto è un noi: “Siamo usciti dalla scatola” (11), un noi che ritorna in altre poesie come “Oltre la frontiera” (27) e “Qui dalla nostra nave” (29). Ma poi il soggetto diventa un io, un io precario che talvolta si rivolge a un noi, come in “Avviso agli invitati” (22) e in “Che confusione tra tutti” (25). Si avverte una sorta di desiderio di ricostituire un noi collocato nel passato, “Ci si incontra per caso e pare / si ricominci dal punto e virgola”, anche se prevale l’ironia (“stessa confidenza dirsi tutto / o quasi tranne i segreti insomma”, 25) e un giudizio impietoso (“che eroi eravamo di cartapesta forse?”, 26).

Anche fuori dalla casa domina il caos, la dispersione, la distruzione. La casa e il mondo lasciano ugualmente esposti, spaesati. Ovunque incontriamo “sparpagliati sfasciumi / e resti dispersi” (13). C’è una corrispondenza tra corpo e terra: la terra è “squarciata senza scampo”, mentre “nel corpo la vena sottopelle / si gonfia ed esplode” (14). Non è possibile dire “Addio mondo”, non è possibile nessuna fusione panteistica, “niente ricerca d’interezza” (38), perché “l’allarme è generale, / implacabile la tensione”. È un mondo di pericolo e fatica, che tiene il soggetto in tensione e ne acutizza i sensi. Il soggetto è sempre “di sentinella” e come roccia non può “sciogliersi / dall’interno come linfa-sangue / che cede e torna alla terra” (15). Lo stesso carattere roccioso ha la città, che “s’alza d’antenne, scorze di verze / calcina e detriti; niente nidi” (44) e che esibisce i segni di un’epoca post-industriale: “Ventre all’aria, carcasse industriali / agonizzano in scosse avvizzite” (44). Non esiste idillio, se non in una foto, di cui si dice che “Il quadro è bucolico / virgiliana la parola” (61). Una “bellezza inconcepita / … non giunge né parla / ma esaspera esaspera” (43). Il soggetto dichiara la sua estraneità: “sono la straniera la passeggera” (41).

Anche in questo “tutto pieno” si danno epifanie, momenti in cui il percorso ha una sosta. Succede così al soggetto di incontrare cinque caprioli che suscitano “stupore felice… / tra apparizioni di altri mondi / i mondi paralleli che non visitiamo / e si mostrano solo nel silenzio / esterno interno mentre la luce cala” (41); oppure di scoprire che “è nuovo l’io che in questa piazza / vedo come da sempre mio” (59), o di intercettare “un respiro / profondo dal ventre della terra” (60), o abbracciando il tronco di un albero di “avvertire il flusso interno il sangue vita” (28) o di gioire di “peluzzi / sottili dritti verso su, uno per uno / si possono quasi contare, alfieri / a lancia protesi” (33). È una epifania che si distanzia da quella della letteratura modernista per il suo valore gnoseologico ed etico più che estetico. Ma anche l’epifania è rivelatrice di un impossibile equilibrio, di una insuperabile disarmonia.

Va segnalata anche la dimensione politica del testo, che è accennata qui e là nella sua precisa collocazione storica, nella consapevolezza di una condizione condivisa, nella tensione a un noi forse mai pienamente realizzato, nella denuncia presente sin nel titolo e nella poesia omonima: “non c’è più / spazio non c’è, è tutto pieno, / né acqua per le voci” (46). Tale dimensione è rimarcata in crescendo nelle ultime poesie della raccolta. Lo vediamo nell’impegno con cui il soggetto cerca “di rassettare / tutte le briciole per terra” (68), anche se “ad ogni sforzo di riordino / le orecchie rimbombano / di scoppi, spari, cenere e fumo. / Guerrafondai. Disordine ovunque” (68). Nonché negli appelli programmatici: “Anche il deserto va rassettato / … salvate questo giardino!” (68). L’ultima poesia chiude il libro con un accenno di speranza. Da una parte viene confermata la presenza rapace di un uomo che “stringe e trattiene, / sfiora nella tasca le monete, / non sa la libertà del gettare senza / peso, del lieve toccare, cade” (70). Dall’altra appare finalmente l’acqua sospirata: l’acqua che “si fa largo / fresca forte ombra tra i massi del / fiume abbondante senza ritegno / e delle pietre che modificano forma” (70). Ed è finalmente riconciliato con la terra l’uomo che appare nell’immagine finale, il quale “guarda, raccoglie sassi / bianchi, piccoli, rotondi” (70).

La dissonanza è la cifra stilistica del libro. La troviamo sin dal componimento di apertura: “Siamo usciti dalla scatola proprio / stamattina giunture e riflessi crac / crac arrugginiti messa in moto / lenta ma efficace infine attivi”. I versi formano una cantilena ritmata coincidente con l’unità del respiro, che ha alla base un verso di tipo tradizionale, ad esempio in questa poesia l’endecasillabo, con variazioni che vanno dal novenario all’alessandrino o doppio settenario. La musica è evidente, e rafforzata da allitterazioni, assonanze e consonanze, ma è elusa con distorsioni dovute a questi prolungamenti della misura o a frequenti enjambement, per cui l’unità metrica non coincide con l’unità del significato. La dissonanza è esaltata dal timbro amelodico e anzi cacofonico del lessico, in cui prevalgono i suoni duri e aspri di consonanti gutturali e dentali, e trova una corrispondenza nell’inserzione di sintagmi appartenenti a un registro non poetico. Abbiamo sintagmi tratti dal linguaggio tecnico o commerciale, come “messa in moto”, “discarica specializzata”, “richiesta massima competenza”, “adibito allo scopo”, “seguire istruzioni”, come anche cliché e frasi fatte come “una mano lava l’altra”. Questa dissonanza si alimenta quindi di una scrittura colta e a molti strati che è funzionale a esprimere la disarmonia della condizione umana rappresentata nell’opera.

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