Lasciare L’Isola Che Non C’è

È importante chiarire subito una cosa: Leaving Neverland, il documentario prodotto da Channel 4 e da HBO, e diretto dal regista britannico Dan Reed, con protagonisti Wade Robson e James Safechuck, non è un’investigazione con al centro della propria indagine Michael Jackson (come invece potrebbe apparire ad una prima, superficiale analisi).
È invece un’inchiesta che vuole mostrare nei minimi dettagli il funzionamento psicologico di un adescamento, ovvero un’opera che, nelle parole del regista stesso, vuol far vedere “come un abuso sessuale ai danni dei bambini si pianifica, si sviluppa, si evolve e si verifica, e le conseguenze che comporta a lungo termine nelle vite delle sue vittime e delle loro famiglie”.
È anche importante chiarire subito una seconda cosa: Leaving Neverland è senza dubbio un’opera a senso unico, un’inchiesta in cui non si dà volutamente spazio alla controparte (Jackson e i suoi difensori) per concentrarsi unicamente, e con maniacale insistenza, sulla ricostruzione degli eventi fatta dalle presunte vittime. In questo senso Leaving Neverland continuerà ad attirare le critiche feroci di quanti ci vedono un’opera diffamante e tendenziosa.
Nondimeno è innegabile che con Leaving Neverland Dan Reed abbia realizzato un documentario d’alta fattura, per lo sfiancante incedere delle testimonianze in esso contenute, l’insistenza sui dettagli, l’estenuante dovizia di particolari, la fastidiosa e al tempo stesso magnetica lunghezza delle immagini di repertorio, la lentezza paziente, sfibrante, ripetitiva, che porta spesso lo spettatore al limite della sopportazione.
In altre sedi, forzando il significato del termine, ho definito Leaving Neverland un piccolo capolavoro di “giornalismo investigativo” non per aver rinvenuto prove che prima non avevamo né per averci fornito le risposte che ci aspettavamo, ma per le domande che riesce a suscitare, domande che non volevamo e che non vorremmo porci, ovvero per la sua capacità di spingere gli spettatori in un territorio instabile e pericoloso, difficilissimo da attraversare.
Che infatti si creda o meno alle testimonianze delle presunte vittime, resta pur sempre il racconto esemplare di come un adescamento venga pianificato, attualizzato e portato avanti nel tempo, in più luoghi e in più di un’occasione, sotto gli occhi di molti testimoni e senza che venga riconosciuto come tale.
“Questo documentario” dice il regista Dan Reed, “è la storia di Wade Robson e James Safechuck, di loro e delle loro famiglie, e della maniera in cui sono dovuti scendere a patti con quello che gli è successo da bambini. Nell’ascoltare la loro storia, ci viene data l’opportunità di vedere come si sviluppa l’adescamento di un minore, perché c’è quest’idea che l’abuso sessuale su un bambino implichi la presenza di un tizio con indosso un impermeabile sporco, che afferra un ragazzino in un vicolo e lo sottopone ad orribili violenze, mentre nella maggior parte dei casi si tratta di un processo che implica gentilezza e una sorta di seduzione raffinata, quel tipo di seduzione che ci aspetteremmo in un contesto adulto ma che invece avviene con qualcuno che non è in grado né di capire né di acconsentire”.
I fatti: ballerino prodigio, all’età di sette anni l’australiano Wade Robson divenne uno degli amici preferiti di Jackson, al punto da essere invitato a pernottare nel suo ranch e a trasferirsi a vivere con parte della sua famiglia in California. Per ammissione dello stesso Jackson, durante il processo per abusi da lui subito nel 2005, i due passavano giornate intere nella sua camera a giocare o a guardare film, quasi sempre sdraiati sul letto, quello stesso letto in cui Robson sarebbe poi rimasto a dormire in più di un’occasione. Dettaglio fondamentale: nessun adulto era ammesso nella camera di Jackson durante questi pomeriggi e queste notti, e la stanza era separata dal resto della villa da una serie di porte munite di campanellini (per permettere alla popstar di venire a conoscenza dell’arrivo di eventuali intrusi prima che questi potessero bussare alla porta).
Safechuck entrò invece a far parte dell’entourage di Jackson nel 1987, all’età di 9 anni, dopo aver partecipato ad una pubblicità della Pepsi.
Secondo la ricostruzione mostrata dal regista Dan Reed, anche la famiglia di Safechuck restò infatuata dalla generosità e dallo charme della popstar americana, al punto che Safechuck seguì Jackson nel suo tour Bad e in più occasioni i due andarono in vacanza insieme. Al contrario di quanto avvenne con Robson, ad ogni modo, Safechuck e Jackson dormirono per la prima volta insieme non nel ranch della popstar, ma a casa di Safechuck, nella sua piccola camera, e col permesso dei genitori.
Ed è qui che si entra per davvero nell’essenza del documentario.
Il regista sa bene che la colpevolezza o l’innocenza di Jackson non potrà mai essere provata. Nessuno potrà mai chiarire se quello che succedeva dietro quelle porte fossero o meno abusi.
Quello che interessa a Dan Reed, insomma, non è dimostrare che Michael Jackson fosse un pedofilo, quando coinvolgerci in una sorta di seduta terapeutica planetaria e collettiva, un viaggio estenuante alla fine del quale saremo stati testimoni della maniera in cui funziona quel tipo di adescamento in cui, indipendentemente dal fatto che vi siano o meno violenze sessuali, le vittime non riescono a vedere cosa gli sta succedendo se non ad anni di distanza da quando gli è successo.
Tra le molte cose, tre mi hanno colpito in particolare.
Nel terremoto di polemiche che hanno seguito la proiezione del documentario, sono saltate fuori la testimonianza di un giornalista e le immagini riprese da una telecamera di sorveglianza.
Il giornalista è il reporter irlandese Sam Smyth che ha raccontato di come, inviato ad assistere ad un concerto, fosse venuto a conoscenza della presenza di un bambino (“il migliore amico di Michael”) che seguiva la popstar americana nel suo tour. L’entourage di Jackson aveva prenotato un piano dell’hotel e il bambino passava la maggior parte del tempo chiuso in una delle stanze, dietro una porta con affisso il cartello “Do Not Disturb” e le finestre coperte da veneziane che impedivano di vedere all’interno. Insospettito dalla cosa, il reporter aveva convinto uno degli inservienti dell’hotel a far scivolare sotto la porta della camera un bigliettino in cui si chiedeva al bambino se stesse bene e lo si informava che se avesse avuto bisogno di aiuto avrebbe potuto trovare il reporter nella hall. Non era seguita alcuna risposta.
Quel bambino era il piccolo Safechuck.
Le immagini, invece, provengono da una telecamera di sicurezza che nel 1989 riprese due individui, un adulto e un bambino con indosso cappelli da baseball, che entravano in una gioielleria per fare acquisti. L’uomo, poi rivelatosi essere Michael Jackson, indossava finti baffi, finti denti e una parrucca. Il bambino, ancora una volta, era Safechuck. Non è ben chiaro se il piccolo anello che Jackson regalò a Safechuck durante un finto matrimonio tra i due fu acquistato o meno in quell’occasione.
La terza, invece, ha a che vedere con la prima volta in cui Wade Robson fu invitato con la sua famiglia nel ranch della popstar americana. I Robson avevano pianificato di andare in visita per alcuni giorni anche nel Grand Canyon ma Jackson li pregò di lasciare il piccolo Wade con lui. A detta della madre di Wade la disperazione di Jackson fu così genuina, e il desiderio del piccolo Wade di rimanere col suo idolo fu così disperato, che la famiglia decise di andare per cinque giorni nel Grand Canyon lasciando Wade nel ranch con Jackson, ovvero con un adulto trentenne che di fatto avevano conosciuto meno di quarantott’ore ore prima. Erano gli anni ’80, non esistevano cellulari o social media, tenersi in contatto, quando non si era nello stesso luogo, era quasi impossibile. Wade aveva sette anni.
Col senno di poi, com’è possibile prendere una decisione del genere?
In aiuto ci vengono le parole della mamma di Safechuck: “si passa improvvisamente da avere uno stile di vita normale, una vita in cui tutto è identico a se stesso, a uno in cui una grande star ti invita a passare del tempo a casa sua, ti chiede di venire a trovarti nella tua, di cenare insieme, di rimanere a dormire nella tua piccola casa… Era Michael Jackson, poteva essere ovunque e con chiunque, e invece aveva deciso di stare con noi. Era come ritrovarsi improvvisamente in una fiaba, una cosa enorme, soverchiante, e abbiamo perso il contatto con la realtà”.
Fino a che punto è possibile approfittarsi della propria posizione per piegare la volontà e la vita altrui alla propria, facendo sembrare normali, o innocenti, comportamenti che ad anni di distanza si rivelano invece sospetti? Che si decida o meno di credere alle ricostruzioni fatte da Robson e Safechuck, resta l’evidenza di azioni che li hanno segnati in maniera devastante sotto gli occhi di quanti (genitori, amici, parenti, colleghi, organi di informazione e, di conseguenza, noi, il mondo intero) avrebbero dovuto vigilare.  
Il regista Dan Reed non dà eccessivamente spazio al processo del 2005 nel quale Jackson fu assolto dalla denuncia per abusi fatta da un altro bambino, Gavin Arvisio, di 13 anni, anche grazie alla testimonianza in sua difesa fatta da quello stesso Robson che oggi lo accusa. Né si preoccupa di investigare troppo in profondità la prima denuncia di molestie ricevuta da Jackson nel 1993 da parte di un altro tredicenne, Jordan Chandler (il caso venne archiviato dietro il pagamento di 15 milioni di dollari da parte della popstar). Né fa riferimento a La Toya Jackson, che accusò il fratello di pedofilia già nei primi anni ‘90, ma che poi ritrattò le sue dichiarazioni dietro forti pressioni familiari. Al regista, insomma, più che Jackson e la sua colpevolezza, interessano Robson e Safechuck e la loro innocenza perduta.
Leaving Neverland allora (lo dice il titolo stesso: Lasciare L’Isola che non c’è, ovvero il nome che Jackson aveva dato al suo ranch) si rivela essere l’ultima opportunità che viene data a due adulti danneggiati di dire la loro verità, di provare a liberarsi dei propri fantasmi e abbandonare una volta per tutte il luogo in cui la loro infanzia è rimasta imprigionata.
Le somme dovremo tirarle noi, o perlomeno dovremo provare a farlo, nel silenzio delle nostre teste o nel contesto sterilizzato delle nostre conversazioni sui Social Media.
Durante uno dei processi nei suoi confronti, Michael Jackson dichiarò “le bugie sono velociste, ma la verità corre le maratone”.
Che si sia suoi accusatori o difensori, non ci resta che augurarci che avesse ragione.

2 pensieri su “Lasciare L’Isola Che Non C’è

  1. Questi sono orrori che si rinnovano continuamente. Occorre l’attenzione e la vigilanza di tutti, senza creare ossessioni, per salvaguardare il benessere di chi è tanto prezioso e ha diritto a non vedersi irrimediabilmente strappata la propria infanzia. Il dolore causato alle vittime di abusi non potrà mai essere in alcun modo riparato. Manca ancora una vera coscienza civile, legislativa e giudiziaria, affinchè certi “crimini” (soprattutto se perpetuati da famigliari, educatori, prelati ecc.) vengano denunciati e perseguiti con pene severe. E’ un problema trasversale a tutta la società, riguarda la prevenzione a largo raggio, la consapevolezza e le risposte necessarie, che devono essere franche e senza esitazioni, senza cecità a riguardo.

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