Frammenti di Cinema # 13

 

 

Forse perderò la stima di qualche cinefilo se confesso che non mi sono perso un film della famosa serie di una Pallottola spuntata con un irresistibile Leslie Nielsen. Per me è una regressione infantile, come andare al circo. Per scoprire che quest’attore è nella vita reale un petomane bisogna guardarsi S.P.Q.R. – 2000 e ½ anni fa di Carlo Vanzina del 1994 con Cristian De Sica e Massimo Boldi, ritornati insieme proprio quest’anno. La comicità di Nielsen è priva di parolacce e il sesso è presente per allusione, mai oggetto esplicito della situazione ridicola. Ecco, questa è la differenza tra due stili di commedia. Nielsen non ha mai avuto il bisogno di ricorrere al suo talento naturale, mentre i maghi dei cine-panettoni lo chiamano per un cameo che su quel talento fa leva.

Sarebbe banale ritornare sul rimpianto per la stagione perduta della grande commedia all’italiana. Mi limito a constatare che – come per la politica – la crisi non è figlia del genere ma dalla qualità dei protagonisti, sceneggiatori e registi, attori e persino caratteristi. Anche l’ultima generazione si è esaurita con la scomparsa prematura di Massimo Troisi e l’ascesa intellettuale di Roberto Benigni. Ecco che un film come Il tuttofare  del 2018, benché sia passato inosservato, possa essere suggerito alla visione per un Sergio Castellito all’altezza del migliore Alberto Sordi e per la capacità del regista, l’esordiente Valerio Attanasio, di raccontare il mondo della giustizia e degli avvocati dandone un quadro assurdo eppure del tutto credibile e (in fondo vero). Merita di essere segnalato anche l’ultimo prodotto di Giovanni Veronesi, I Moschettieri del re – La penultima missione, che è un tentativo, insidiosissimo per noi italiani, di cimentarsi con un film in costume. La prova è riuscita pienamente. “Ma che ci fa questo qua con noi. Stavamo così bene in tre,” dice Porthos (Valerio Mastandrea) riferendosi a D’Artagnan (Pierfrancesco Savino). In questa battuta c’è tutta il mistero e la seduzione del racconto e dell’arte di narrare, che è il vero tema del film. Che infine una generazione di comici si sia esaurita troppo presto, trascorsa l’epoca dei giganti degli anni ’50 e ’60 lo attesta, forse anche involontariamente, Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno, con Alessandro Gassmann, Gianmarco Tognazzi e Marco Giallini. Si tratta di un evidente omaggio al grande Non ci resta che piangere del 1984. Anche in questo caso, sostituendo l’espediente del viaggio indietro nell’epoca storica di Leonardo Da Vinci con il vintage degli anni ’80, il risultato finale è stato buono.

Se penso tuttavia alla bravura dei protagonisti di questa crisi del gusto di ridere, da Cristian De Sica e gli stessi Vanzina, fino a Checco Zalone, il quale addirittura sotto pseudonimo firma la colonna sonora del film dei Moschettieri, mi assale il dubbio che ad essere peggiorati siamo noi che andiamo al cinema. Se così fosse, loro sarebbe solo (mica poco) la responsabilità di assecondare questo peggioramento, invece che combatterlo o mitigarlo. Forse la verità è proprio questa che il pubblico ha ammazzato i maccaroni di Albertone e si è messo a mangiare quella zozzeria della mostarda.

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