Chandra Livia Candiani, Vista dalla luna

Da oggi 21 marzo è disponibile nelle librerie il nuovo libro di Chandra Livia Candiani, Vista dalla luna (Salani marzo 2019). Un libro terribile con una copertina rosso fiammante. Il libro comprende due raccolte, Vista dalla luna e La porta, accomunate dal tema dell’infanzia. Le due raccolte sono la genealogia de La bambina pugile (Einaudi 2014) e Fatti vivo (Einaudi 2017) e rappresentano una parte di quegli inediti che nel 2005 Vivian Lamarque lamentava non vedessero la luce. Ripropongo per l’occasione una mia nota su La porta, che era stata pubblicata autonomamente nel 2006.

Dietro la porta / l’assassino di fuoco
di Giorgio Morale

Per addivenire a una spoliazione dell’io da incrostazioni ideologiche e del linguaggio da ogni senso comune c’è stato un prima, una tempesta che affonda nell’esperienza del male e del dolore, nelle violenze dell’infanzia e nelle ferite della vita, nell’esperienza della separazione, della fragilità, della perdita, della morte.

Delle violenze dell’infanzia Livia Candiani parla ne “La porta”: “La porta. / Era. / Di ferro. / Certe volte di ghiaccio. / Perfino / di umano / costato…”. La porta. Un’altra delle figure che Chandra Livia Candiani definisce “minime” e che hanno fatto parlare di “leggerezza” della sua poesia: fiabe (“I sogni del fiume”, Biblioteca di Vivarium 2005), ninne nanne (“La barca di nebbia”, Biblioteca di Vivarium 2006), lettere mai scritte (“Io con vestito leggero”, Campanotto 2005). In realtà, nonostante la “leggerezza” dovuta alla personale disciplina nell’affinare l’ascolto e alla maestria nell’arte del levare peso alle parole, quelle citate si rivelano figure forti, che mettono in comunicazione mondi diversi. Che ci regalano un’altra vista. In questo caso una porta, una soglia. E davanti alla porta, in un istante, sospesa tutta una vita. “È meglio presentare una sola Immagine in tutta la vita, che produrre opere voluminose” diceva Ezra Pound. Dal particolare, dalla porta, dalle parti di essa (maniglie, stipiti) si diramano corridoi, labirinti, che assecondano una geografia complessa, che costruiscono uno spazio interiore e dicono il passato, l’infanzia, la memoria. Scorrono incubi, minacce: “Dietro la porta/l’assassino di fuoco”. Il verso spezzato crea un ritmo necessario, verticale. Il ritmo richiesto dalla porta. Dalla tensione trattenuta. Dallo scoprire passo passo. Non è facile aprire questa porta. “La porta era / sbarrata. / Catenacci. / Di ferro. / Cocente.

Proviamo a spostare un punto e crolla tutto. La tensione si trasmette da una parola all’altra. Da un verso all’altro. Come diceva Ezra Pound, “Nessun verso è libero per chi vuole fare un buon lavoro”. Un ritmo complesso, anche, che intreccia in una ricca sintassi immagini e silenzio. Efficace, perché crea un’attesa ritmica. Puntualmente elusa, quando serve, perché la scrittura di Livia Candiani è vigile, anche quando evoca figure della psiche. Unisce il controllo e la precisione con l’indeterminatezza obbligata del dire l’indicibile. “Molti corridoi. / Conducono alla porta. / Circondano la porta. / Molti corridoi. / Davanti alla porta. / Dietro alla porta. / Invisibili.”. Finché si aprono finestre, navi salpano nel mondo e attraversano il tempo, e il poema stesso è una di queste navi giunto fino a noi. (da qui)

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