Figure della condivisione

Figure della condivisione (da “Banalità – luoghi comuni, semiotica, social network”,

di Stefano Bartezzaghi, Ed. Bompiani Campo Aperto, pagg. 53,54, 55)

a cura di Barbara Pesaresi

«Qualcuno, proprio oggi, cioè nel giorno in cui scrivo queste pagine, ha postato su Facebook:  “Mi chiedono perché sono assente da un po’ di tempo e non scrivo nulla. È che non ho opinioni da condividere”.

Si potrebbe usare questa affermazione a mo’ di test: il tuo orecchio sente qualcosa di strano, di stonato, in questa frase? Chi risponde di no ha ormai perfettamente assimilato la torsione subita dal significato della parola “condivisione”.

L’enunciazione nei social prende, in generale, un carattere proprio, che è quello della “condivisione”. Questa è la prima risposta di approfondimento che possiamo dare alla nostra ipotesi numero 2, a proposito dell’“enunciazione trasformata” (§1.1). Qualsiasi direzione prenda il nostro atto, si configuri esso come rivelazione, giuramento, critica, insulto, lamentatio, arguzia, indignazione, il suo carattere primario sarà quello della “condivisione”. L’attività di enunciazione sui social evidenzia infatti l’alternativa strategica fra “tenere per sé” e “condividere” opinioni, stati d’animo, osservazioni.

Il fatto è da mettere in relazione con la circostanza per cui i nostri atti non sono di norma sollecitati: nei social si interviene motu proprio e ci si indirizza a una platea non ben determinata (a parte eventuali tag verso interlocutori selezionati). Insomma, è un “mettere in piazza”, quindi un “condividere”. Fra l’accezione tradizionale e quella particolare del verbo, alla condivisione è successo qualcosa di nuovo.

Nella condivisione tradizionale, quando il suo oggetto è astratto, si dice: “condivido la tua opinione” (il tuo dolore, la tua indignazione, il tuo entusiasmo eccetera).

Nella condivisione social invece si dice: “condivido la mia opinione” (e simili).

La condivisione era cioè una reazione a una proposta, implicita o esplicita. Oggi, sui social, è invece direttamente la proposta stessa.

È certamente effetto dell’adozione di “condividere, condivisione” come traducenti italiani di “to share, sharing”. Ma è pur vero che “condividere” aveva un senso “attivo” anche in italiano, nei casi in cui il suo oggetto fosse un bene materiale: condivido il mio pane con te, condivido la mia stanza con mio fratello. “Condivido la mia opinione” – nel senso che la comunico, sperando che interessi e venga approvata – invece non si sarebbe detto mai.

Va infine osservato che i social inducono a trascrivere l’oralità. Opinioni, pareri, battute, racconti già per il solo fatto di diventare visibili sembrano acquistare “materialità” (sia pure per il tramite di supporti cosiddetti virtuali). Rispetto a una proposizione orale, un post o anche un semplice commento è un tipo di enunciazione che si è consapevoli di produrre (come si produce un “documento”, mostrandolo nella sua materialità).

Certamente la storica, meravigliosa vignetta di Altan che diceva “Mi vengono in mente idee che non condivido” oggi corre il rischio di non essere più compresa. Chi non ha almeno sorriso al post citato all’inizio del presente paragrafo potrebbe intendere la vignetta come se volesse dire: “Ho in testa delle idee che non metto su Facebook”.»

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