Valentina Di Cesare, “L’anno che Bartolo decise di morire”

Estratto dal romanzo L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare, appena uscito per Arkadia Editore, nella collana “Senza Rotta”

L’anno che Bartolo decise di morire

Quel giorno il portalettere era stato costretto a lasciare la busta in portineria, perché aveva suonato ripetutamente ma nessuno rispondeva. Il portiere riordinò tutto, considerò che forse Lucio fosse al mare, come faceva spesso di sabato mattina, divise la corrispondenza per ogni inquilino e tornò a sedersi nell’androne. Più volte nei giorni successivi Lucio pensò che proprio mentre il postino gli consegnava la busta, lui veleggiava spensierato con la sua motocicletta sul lungomare e, in quell’esatto momento, non si preoccupava di niente, era libero, pienamente libero con il vento sugli occhi, a sorpassare linee di villette rosa a grappolo sulle colline. La contemporaneità, la sensazione di serenità che stava vivendo in quegli attimi e ciò che lo attendeva a casa: fu questo a sorprenderlo, non riuscendo a riflettere su altro, non potendo arrischiarsi a ponderare nulla sul futuro. Quanti potevano essere i tempi di una vita? Non gli erano mai parsi così numerosi, così diversi tra loro come quel giorno. Erano tanti, staccati tra loro, come gomene mosse da fila diverse. Nessuno lo aveva avvertito, nemmeno un fischio di richiamo, un cenno con la mano e senza voce: in una giornata qualsiasi, durante un qualunque sabato, mentre Lucio metteva in ordine la sua usuale serie di azioni sotto il cielo, i tanti fili del tempo avevano rincorso il proprio obiettivo, ognuno il suo, e senza raccordarsi avevano scompigliato la sua vita con un agguato alle spalle. Era soltanto un lavoro prima di allora, ma si era trasformato in un tormento.

I giorni seguenti i visi e i passi di tanta gente nelle sue stesse condizioni si brunirono insieme all’atmosfera della città, insieme ai discorsi e agli umori. Il vigore della vita si era eclissato in tanti sguardi, regnava all’inizio uno strano silenzio che a volte esplodeva in feroci proteste ai cancelli o lungo il Corso. Tanti erano stati sfiorati dalla situazione ma solo da lontano, tutti erano dispiaciuti perché non c’era in città un solo uomo o una sola donna che non avesse un amico o un parente impiegato alla Aris; bastava passare di fronte all’edicola di Roberto per notare i titoli cubitali dei quotidiani locali. Sin dai primi giorni dopo il licenziamento, la vita di Lucio come quella degli altri, era profondamente mutata. Lo spillo dei giorni nuovi e vuoti gli si appuntava ogni mattino sul petto, inquieto come una febbre bassa ma regolare; si svegliava solo quando apriva gli occhi, che in quel momento lo sganciavano da un sonno mai rilassato, un riposo contorto, insofferente, come una lunga nebbia. Prima di quei momenti, Lucio non aveva mai avuto ragione di sospettare come quel tipo di noia fosse una specie di morte, una zavorra impassibile, un impedimento alla ragione, all’oculatezza, al desiderio. La sua testa era già un continuo rimuginare da mesi, a causa della separazione da Cinzia, alla quale ora si era aggiunto il resto e sin dai primi giorni dopo il licenziamento non riusciva a sopportarne più il peso.Voleva poter non pensare a niente, se ne stava congedato in un punto invisibile, con il sospetto nei confronti di ogni movimento; teneva la televisione spenta, i giornali non li apriva più, gli veniva naturale privarsi di ogni memoria, anche quella più necessaria. La catena del suo silenzio iniziava ad annodarglisi attorno, senza che se ne accorgesse.

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