Maddalena Capalbi, Ribbelle (Edizioni del Verri, 2018)

Chi sceglie di scrivere poesia nel dialetto della propria terra affronta una sfida assai rischiosa. La poesia dialettale, infatti, è stretta tra vari angoli angusti, la storia patria o il folklore, se non addirittura il trash. D’altra parte, nessuno può negare la legittimazione poetica e letteraria di scrivere versi in lingua. Quello che conta è conoscere il pericolo che c’è dietro l’angolo. Il Ribbelle di Maddalena Capalbi riesce a liberarsi da quella strettoia e ci propone una raccolta di poesia in romanesco che non ci lascia come eravamo prima di inoltrarci nella lettura. (…) così ciò er pianto a véde er ffinimònno,/ la lupa poi, che manco a immaginallo,/ me spingne indove er sole s’aripone. Impresa ancora più insidiosa con il romanesco, lingua per sua natura teatrale e dunque, come sappiamo, malleabile ad un uso ridanciano e istrionico. Insomma ci vuole coraggio.

Maddalena Capalbi vive a Milano dal 1973 e non è una poetessa dialettale, anche se questa non è la sua prima prova. Nel 2009 ha, infatti, pubblicato un’altra raccolta in romanesco, Arivojo tutto. Credo che questa scelta sia un ritorno alla lingua-della-madre più che alla lingua materna. Che cosa intendo: che la scelta dialettale porta intimamente e originariamente un segno di genere e di identità, prima ancora che un senso di appartenenza territoriale. Penso che quando la poetessa decida di scrivere in lingua, è alla sua identità più integrale, a partire dal suo essere donna, che la scrittura attinge. Per questo non è casuale il titolo, Ribbelle. Maddalena si sente, è una ribelle. E lo grida. (…) stavòrta senza pavura/ m’aribello/ e te sottero/ io.

“Il dialetto si stacca dall’italiano non più verso il basso”, scrive Paolo Barbieri, nella prefazione, “ma verso l’alto ed è usato nell’ambito e in funzione  di un progetto espressivo di genere prevalentemente lirico e di segno tendenzialmente elitario.” Francamente, se ho inteso bene, spero che non sia così. Il recupero del dialetto, fosse anche come semplice operazione archeologica di sopravvivenza, è un atto di resistenza, prima, di rivoluzione, poi, se è capace rinnovare continuamente i codici imposti, anche in via subliminale, dal conformismo. La lezione sui dialetti di Pier Paolo Pasolini è tuttora vivente e vivida. L’uso consapevole del dialetto, per chi conosce davvero la lingua-della-madre, può essere un’estrema forma di ribellione (appunto) al genocidio del pluralismo linguistico e culturale voluto dalla civiltà del Consumo. Zozzo de sangue se strense ar petto la libbertà/ come la rosa ar naso e je disse senza fasse escì/ l’anima da l’occhi:/ « Vita mia bàsta con ste zampàte in faccia! »

Più che elitaria, la tendenza della nuova poesia dialettale è performativa, conformandosi ad una “moda” ormai diffusa e radicata di aggiungere alla poesia, che è pura scrittura, altre protesi di sostegno, la recitazione, l’accompagnamento, lo slam, allo scopo di attrarre. Si tratta di un altro tipo di conformismo, che per assurdo si fonda su un atto di sfiducia verso la poesia. Ecco che se la poesia dialettale non si adagia, per guadagnarsi un qualche invito o premio in più, a questa effimera fortuna temporanea, può tornare ad essere avanguardia del riscatto della scrittura come atto di libertà e creazione autentica. Nel Volgar’ eloquio, il testo che raccoglie la sua ultima testimonianza nel Salento alla ricerca delle lingue-delle-madri, Pasolini metteva in guardia dalle “invenzioni che lasciano intatto il codice”. La poesia deve continuamente rinnovare i codici. Altrimenti, è solo uno show per autocelebrarsi. Dentro questo sforzo di innovazione formale assume senso anche l’impresa di tradurre in romanesco alcuni canti della Divina Commedia.

In questa raccolta la Capalbi non scimmiotta Belli o Trilussa , che non sarebbe neppure facile. Né il codice di queste poesie è semplicemente quello del romanesco. Penetriamo nel mondo di una poetessa italiana attraverso la mediazione di un’altra “parola” capace di illuminare altri percorsi. (…) … me viè da piagne/ ma vardi… m’arivardi/ e nu’ fai mai gnente!  Diversamente espressi sarebbero rimasti inediti. Marì arigaleme/ la voce tua (…)

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