IL RITORNO DEL PADRE EDIPICO. PERCHÉ DOVREMMO ESSERE UOMINI CASTI.

di Domenico Lombardini



Papa Francesco è agli antipodi del padre edipico: “Chi sono io per giudicare”, disse il pontefice riferendosi agli omosessuali. Non è un padre legislatore, che legifera; non è un padre governatore, che fa rispettare la legge; non è un padre giudice, che giudica e condanna i colpevoli. In effetti, non sembra essere padre tout court. Vapuntualizzato che secondo il Vangelo, Gesù Cristo non venne per annullare la legge dei padri ma per emendarla e per compierla; con lui non venne un caos anarchico ma una nuova libertà, che dalla legge tuttavia promana: una libertà dura da portare, certo, come ogni libertà radicale; e poi che ognuno porti la sua croce. Sebastian Franck ci ammonisce: Il Cristo del mondo è l’anticristo di Dio, e viceversa. Tutto nel mondo è stato fatto contrario al Regno dei Cieli, perché così piacque a Dio; ed ecco perché vi mando come agnelli fra i lupi. Guardatevi da chi occulta lo spigolo duro della realtà, da chi con toni accomodanti e amichevoli vorrebbe cattivarsi le nostre simpatie, da chi ci costringe a sognare in un giardino incantato (De André).

Ma esiste un padre che non sia edipico? Forse che oltre il velo del nuovo padre adombrato da Massimo Recalcati (quell’Ulisse che Telemaco dovrebbe attendere non coltivando sentimenti di rivalità, non volendolo uccidere per prenderne il posto, e che dovrebbe invece accogliere a braccia aperte per stringere con lui una nuova alleanza) si paleserebbero ai nostri occhi stupefatti delle inequivocabili fattezze muliebri? Una donna, anzi una madre bell’e fatta.

Senza il Padre nel mondo resterebbero quindi le soffici mammelle del femminile, anzi della Madre, nella sua doppia accezione di Madre-protettrice e Madre-divoratrice (della prole). La dialettica che l’archetipo della Grande Madre instaura con il Padre, e oggi con la sua mancanza, ne giustifica, tuttavia, un risultato deteriore: il materno, non più temperato dal paterno apparentemente evaporato, ha preso un suo proprio movimento, e questa deriva acefala del femminile i figli di qua, di là, di giù, di su (li) mena(Dante e i lussuriosi): mancando del tutto il gesto ordinatore e orientativo del Padre, i figli sono in balia della Madre-divoratrice. Ed ecco l’accidia ed ecco la melanconia e la depressione. Ed ecco il coltivare in se stessi la proterva convinzione che il mondo, in fondo, ci debba qualcosa, che non si è debitori di nulla e a nessuno, che tutto ci è dovuto in quanto esistenti; e che anzi qualcuno ci debba ridare qualcosa indietro, qualcosa che ci è stato proditoriamente sottratto, perché siamo stati gettati nel mondo delle necessità, allorquando eravamo, prima, tra le comode mammelle di mamma e anzi, ancor prima, nel suo utero. E lo sguardo verde d’invidia del bambino che guarda il fratello più piccolo allattato al seno, come dice Agostino, è l’immagine che meglio restituisce tale livore. I figli non escono di casa, se non da adulti o quando sono costretti a farlo, e comunque non dopo una scelta libera e consapevole, oppure, cosa ancora peggiore, passano, se maschi, da una madre a un’altra, godendo oltre ogni limite lecito della cosa materna: nessuno è venuto a dire loro: “Tu non puoi giacere con tua madre: devi cercare altrove il godimento”.

Noi saremo tutto: dal Perché no? al Perché no!

Noi saremo tutto è il titolo di un libro di Valerio Evangelisti. È anche il nome di un collettivo comunista di Genova. Ma si può essere tutto? Perché no? È un segno di prevaricazione, di tracotanza, di insopportabile superbia quel Perché no?, un travalicare un confine che è assieme biologico e culturale, un etimologico delirare, hýbris. Ai figli è stato sottratto un diritto fondamentale: l’esperienza del limite. Il padre edipico sanciva il suo Perché no! una volta e per tutte, e da quel momento in poi la vita del figlio poteva conformarsi ad esso o rigettarlo risolutamente. Ad ogni modo, si instaurava una dialettica, uno scontro, infine una maieutica il cui risultato poteva essere la nascita di un individuo (individuazione). L’individualismo è segno che l’individuazione non è andata a buon fine, come se il processo evolutivo si inceppasse e ritornasse continuamente laddove è rimasto (la lingua batte dove del dente duole); tale processo sottende sempre una relazione con un altro (o l’Altro lacaniano) ma mancando quest’ultimo, alla controparte subentra un riferimento autistico. L’individualismo è il sintomo flagrante del fallimento del processo di individuazione. A supporto di tutto ciò, è l’ampia diffusione dei disturbi narcisistici, che hanno soppiantato numericamente quelli nevrotici. Nella nevrosi, infatti, l’altro (il padre, la madre, ecc.) è al centro del dramma del soggetto; nei disturbi narcisistici, invece, l’altro è ben che vada uno strumento che il soggetto manipola per soddisfare le proprie pulsioni di godimento. Il Perché no! apre a un nuovo orizzonte cognitivo: il figlio prima subisce la censura e poi comincia a porsi alcune domande: perché Perché no!, perché questa arbitrarietà? Da dove viene tale autorità? Perché dovrei riconoscerla? Il Perché no?, invece, non è profferito da nessuno, benché meno dai padri, ma come tale è esperito dai figli: è il silenzio dei padri quel Perché no?.

Democrazia, benessere economico e padri

Pier Paolo Pasolini scrisse: “La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell’uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell’amicizia tra maschi e dell’erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell’impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall’obbligo che impone loro la permissività: cioè l’obbligo di far sempre e liberamente l’amore”. Ai figli è stato sottratto un altro diritto fondamentale: il diritto all’insicurezza. Al passaggio a un regime economico basato sul consumo, quindi non sulla continenza ma sull’incontinenza della voglia, dell’occhio che cade senza posa su oggetti, i più del tutto inutili, ridondanti e dannosi, il padre che faceva della morigeratezza e della temperanza fondamento della sua autorità e del suo exemplum ha perso del tutto la sua ragion d’essere. Al super-ego esplicitamente proibizionista del godimento subentrò il silenzio del Perché no?, un super-ego paradossale che non ammonisce e ingiunge pene e giudizi, ma che rimprovera ai giovani di non godere mai abbastanza.

[L’articolo è tratto da qui]

2 pensieri su “IL RITORNO DEL PADRE EDIPICO. PERCHÉ DOVREMMO ESSERE UOMINI CASTI.

  1. Sull’analisi di Pasolini…credo che gli uomini, casti, non siano mai stati (e di questo ci sono ampie prove, a partire dalla Bibbia). Per la donna è sempre stato diverso. Chiamiamola costrizione (sempre stato difficile vivere la sessualità e comunque con alte penalizzazioni). Interessanti e comunque sempre discutibili gli apporti psicanalitici dell’articolo, che ben evidenziano una società dove la figura del padre sembra fragile, quando addirittura negativa o quasi eclissata. Io credo che però indietro non si possa tornare, facendo appelli a fantasmi inconsci, che abbiamo già abbastanza smascherato (non è mai esistita neanche l’innocenza, prima del capitalismo a cui Pasolini alludeva). Si può guardare solo avanti, a una famiglia dove i ruoli siano paritari e consapevoli, non imposti o prefissati da schemi sociali rigidi. L’emancipazione della donna non deve far paura all’uomo, come non deve far paura una società tollerante, che rispetta le scelte di tutti, assicurando leggi equanimi e democratiche.

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  2. ‘E proprio appropriato far risplendere vera luce sull’essere uomini veri oggi proprio alle soglie della settimana santa che ci farà vivere il mistero grande dell’uomo:il suo esodo verso la sola libertà:Cristo.Buona Pasqua!!!

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