Mirko Božić, poesia e prosa del dolore dal cuore della Bosnia

Testo introduttivo e traduzione degli estratti di Giovanni Agnoloni

Mirko Božić è un giovane poeta e narratore originario di Mostar, luogo-simbolo della Bosnia-Erzegovina. È emerso inizialmente per i suoi componimenti in versi, ma è stato riconosciuto come una delle voci giovani più interessanti del panorama letterario di lingua croata grazie al suo romanzo Kristalno Zvono (“La campana di vetro”), edito da Fraktura. Su tutta la sua produzione aleggia il tema del dolore e della morte, legato alla tragica eredità di guerra della sua città e al dramma della prematura perdita di sua madre.

 

Mirko Božić

È inoltre traduttore letterario dall’inglese e dal tedesco, guida turistica e ideatore del festival letterario “Poligon Offline”, che si tiene ogni autunno a Mostar, con ospiti provenienti da diversi paesi. L’anno scorso ho avuto il piacere di intervenire, su suo invito, a un evento letterario di anteprima rispetto all’edizione 2018 del festival, e recentemente l’ho presentato a Firenze, presso la libreria L’Ora Blu”, dove ha letto alcune sue poesie e un estratto in prosa, da me tradotti dalla versione inglese.

Confidiamo che questi due eventi segnino l’inizio di una collaborazione culturale tra Firenze e Mostar, suscettibili di portare altri scrittori italiani in Bosnia e altri autori bosniaci (o comunque di lingua croata) a Firenze.

 

Ecco i suoi testi, alcuni dei quali erano stati scritti originariamente in inglese:

Pasqua ebraica

Un ragazzo comprò un coltello
Gli domandai perché avesse acquistato
Qualcosa che poteva ucciderlo
Rispose in ebraico
Che 40 anni nel deserto
Trasformano i coltelli in giocattoli

 

Dicembre addio

Scie chimiche nel cielo
Campi ricoperti di neve
Che rilucono come metanfetamina in cristalli
Il cane se ne frega, scodinzola
Abbaiando agli alberi spogli
Mentre si apre varchi nel paesaggio
Simili a lunghi stecchi di mikado
Un paio di case lì vicino
Biancheria appesa, segni di vita
Lupi che ululano nel buio
Un posto perfetto per nascondersi
Amanti e futuri cadaveri
Fate un bel respiro, assorbitelo tutto
Il paesaggio esterno e quello interiore
Tutto quel che vi serve è una buona coperta

 

Una buona giornata

Oggi è una buona giornata
Per contare continenti e tristi annunci mortuari
Solo le mappe e i necrologi non mentono mai
Vorrei trasformarmi in una montagna
Ma dove trovo così tante foreste e neve
Gente che sorride del proprio necrologio
Qualcuno dovrebbe chiedergli che cosa li diverte tanto
Laggiù, di là dall’Acheronte
Forse è stato permesso loro
Di conservare i denti

 

Convulsioni II

La sala d’attesa
Del reparto di neurologia
Sembra una stazione della metropolitana
Che alimenta sottilmente la paranoia
Con manifesti sulla prevenzione delle malattie
Un luogo d’illusione e speranza forzate
Impacchettate in vecchi e sporchi armadietti per lenzuola
Camici con diagnosi nei corridoi
Stagisti con assortimenti di penne
Nei taschini sul petto, dalle cui
Maniche penzolano dita gialle
Di pause-sigaretta
Le sale d’attesa degli ospedali
Sono ideali per ascoltare Chet Baker
O leggere pubblicità o picchiettare ossessivamente i tacchi
A tempo con i condizionatori d’aria
Vagoni immobili pieni di prigionieri spaventati
Dalle proprie diagnosi, che ripetono in continuazione
La stessa litania- forse, eppure, forse, eppure
Forse

 

Mani

Prenderò nelle mie mani
La mia morte
Come atto conclusivo di resistenza
Verso me stesso girerò l’interruttore
Prima che qualcun altro ottenga
L’autorizzazione legale per farlo
La mia morte sarà solo mia
Voglio appartenerti
Finché sono vivo
E quando perderò la capacità
Di pulirmi da solo il didietro
Risolverò da solo la questione
E la finirò da uomo
Senza dolore o rimpianti
L’ultimo volo verso la libertà
E tu piangerai
E ancora
E ancora

 

Estratto dal racconto “Il tè del pomeriggio”

Era mercoledì, quando finalmente decise di andare fino in fondo. Mentre era ancora in possesso delle sue facoltà, e in grado di compiere da sé le sue scelte, si risolse a non aspettare fin quando le avessero messo il pannolone e fosse stata costretta a letto e ridotta alla demenza, e di chiudere il discorso in tempo. Il tempismo era tutto, in fondo. Il momento giusto, in altre parole. Proprio come bisognerebbe sapere quando togliere il pentolino dal fuoco o mettere al mondo dei figli, o cominciare una relazione importante. Per quanto non avesse mai veramente padroneggiato il terzo aspetto, visto che il padre dei suoi due figli, ormai adulti e con le loro famiglie, l’aveva abbandonata durante la grande guerra e non aveva mai fatto ritorno. Non le era spettata la compassione cui le vedove hanno diritto – sapeva che era vivo, semplicemente non voleva tornare e non sembrava curarsene. La guerra era stata per lui la via di fuga ideale dal loro folle matrimonio, e lei rimpiangeva solo di non essersene andata per prima. Invece adesso era bloccata con i suoi due preadolescenti che avevano bisogno di attenzioni, vestiti, cibo e istruzione. La sua vita sentimentale dopo la separazione, mai legalmente formalizzata in un divorzio, non era stata che una successione di insignificanti flirt, che raramente duravano più di un mese o due. Forse, semplicemente non era destino che accadesse, e tutto quello che il futuro, per quanto prevedibile, le riservava era un profondo oceano di patetica e scialba solitudine. Un pensiero catastrofico.

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