Gabriele Fredianelli, “Storia e storie della scherma”

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Storia e storie della scherma. 600 anni di sfide, assalti, duelli, di Gabriele Fredianelli (ed. Odoya), giornalista fiorentino, è un libro che è di per sé un viaggio, nel tempo e nel mondo (geografico e dello sport), e delinea il percorso evolutivo che dai duelli d’onore ha portato alla nascita della scherma come disciplina olimpica.

Il saggio, dal gradevolissimo taglio divulgativo-narrativo e dall’ottima scrittura, comprende una nutrita lista di profili biografici di grandi campioni e maestri di questo sport.

Ho posto a Gabriele alcune domande che credo vadano al cuore dei temi trattati nell’opera. Prima, però, questo estratto, dalle suggestioni decisamente letterarie, in quanto ha al centro il genio di Jorge Luis Borges.

Estratto da Storia e storie della scherma:

«All’inizio di queste storie, ho un solo grande rimpianto. Mi sarebbe piaciuto poter raccontare una storia che parlasse di Jorge Luis Borges e della scherma, di una sala di Buenos Aires e degli insegnamenti di un maestro italiano, tipo Eugenio Pini magari, arrivato in Argentina a fine Ottocento, proprio quando il futuro scrittore veniva alla luce. Tra tante storie incredibili che ho letto, non ce n’è però nessuna che leghi Borges e la scherma. Lui, bambino, amò semmai più gli episodi di milonghe e di coltelli fatti brillare, all’improvviso, nel buio di una sala da ballo nel quartiere Palermo della capitale argentina. Non credo proprio che Borges abbia mai tirato di scherma, anche perché fin da piccolo soffrì di problemi alla vista; eppure, il suo appartenere al mondo dell’alta borghesia ne avrebbe fatto uno schermidore perfetto in quegli anni in cui i migliori maestri italiani imperversavano in città.

Nonostante questo, la spada è uno degli elementi più ricorrenti nel mondo letterario di Borges, subito dopo gli specchi, i libri, i dizionari e il labirinto.

“La forma della spada”  (“La forma de la espada”) è un magistrale racconto nella celebre raccolta Finzioni, ambientato tra l’Uruguay e l’Irlanda, con un finale spiazzante. Ed è uno dei miei preferiti.

“Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine. / Ho sognato la spada e la bilancia., scrive in un’altra poesia intitolata “La felicità”  (“La dicha”). E .Io sono queste cose. Assurdamente / sono anche la memoria di una

spada / e quella di un tramonto solitario / che si dissolve in oro, in ombra, in niente.. Questa si intitola, significativamente, “Io”  (“Yo” ). A Ginevra, Borges riposa nel cimitero di Plainpalais, sotto una pietra chiara su cui sono scolpiti sette guerrieri con spade e scudi e la scritta in inglese antico “And ne forhtedon na” (“Giammai con timore”), tratta da un poema epico del X secolo. Dietro la pietra, ci sono un drakkar vichingo e due versi della saga islandese dei Volsungar: “Hann tekr sverthit Gram okk / legger i methal theira bert” (“Egli prese la sua spada, Gram, e pose il nudo metallo tra i due”). Ditemi voi se un tipo così non ci sarebbe stato meravigliosamente in queste pagine, mentre prendeva lezioni dal maestro livornese Pini al Jockey Club di Buenos Aires.»

Intervista all’autore Gabriele Fredianelli:

Qual è il segreto del fascino della scherma, per cui ti sei innamorato di questo sport?

Credo che nessun bambino, a nessuna latitudine del mondo, si possa sottrarre al fascino di una spada o una sciabola di plastica sognando di essere Zorro, D’Artagnan o Sandokan. Crescendo, e riflettendo sul senso di questo sport che è in realtà una vera e propria disciplina di ampio respiro, si finisce per apprezzarne anche il valore simbolico. In fondo si tratta di mimare ogni giorno, in pedana, per gioco, quello che un tempo era un rituale di vita e di morte. La scherma è uno sport che discende dal duello e prima ancora dai combattimenti guerreschi: eppure la prima cosa che ti viene insegnata è il saluto (sempre obbligatorio) nei confronti dell’avversario. E ogni assalto finisce con una stretta di mano. Fino a un attimo prima hai in qualche modo cercato ritualmente di “uccidere” il tuo avversario, secondo regole comuni e da entrambi accettate, anche se oggi in modo del tutto incruento per fortuna. E un attimo dopo, a fine combattimento, gli stringi la mano come a un fratello. Quando rifletti su certi particolari capisci che, inconsciamente, è anche questo il fascino della scherma.

L’estratto che hai scelto dal tuo libro Storia e storie della scherma, legato alla figura di Borges e al suo immaginario ricco di simboli, evidenzia quanto lo sport in genere, e la scherma in particolare, possa essere ricco di suggestioni letterarie e carico di simboli. Non sarà questo il motivo per cui, in definitiva, appassiona tanto?

Nel mio libro ho raccontato una lunga serie di storie veramente accadute. Ma paradossalmente una delle pagine a cui sono più affezionato è una storia solo immaginata e sognata: quella di Borges e la scherma, un rapporto che a quanto ho avuto modo di intuire non si è mai consumato nella pratica, nonostante la passione dello scrittore argentino per la spada nel suo senso simbolico. Il rapporto tra scherma e letteratura – mediato e contaminato molto spesso anche dal cinema – è troppo lungo e vasto per provare anche soltanto a ripercorrerlo e meriterebbe uno studio a parte (che, non nego, è uno dei progetti che cullo per il futuro, anche se si tratta di un oceano da solcare): dalla chanson de geste a Dumas, dal Conrad dei Duellanti a Pérez-Reverte, dalla letteratura spicciola di cappa e spada ad autori anche meno noti ma che hanno dedicato pagine intense alla scherma (come un magistrale racconto di Barbey d’Aurevilly nelle Diaboliche), saltando di secoli in secoli, di paese in paese.

Pensi che sia possibile concepire l’insegnamento dello sport anche come disciplina culturale, e non solo (sia pur sana e utilissima) pratica fisica, nelle scuole e fuori, recuperando almeno in parte i principi che informarono la classicità greca e latina?

Una della grandi lacune nell’ordinamento universitario odierno secondo me è proprio il numero ridottissimo, negli atenei italiani, di insegnamenti di storia dello sport. Dove lo sport sia inteso proprio come tramite culturale forte e vibrante lungo tutto la storia dell’umanità (quando ancora non si chiamava sport ovviamente) e in particolare negli ultimi due secoli. Non dimentichiamo, rimanendo in Italia, che nell’Ottocento una delle più interessanti e proficue riflessioni sulla “ginnastica”, come si diceva allora, e le sue implicazioni sociali e pedagogiche è stata sviluppata da Francesco De Sanctis, allora ministro della pubblica istruzione. Nonché uno dei critici letterari che hanno fatto la storia della letteratura italiana.

La scherma, in particolare, è strettamente legata, alle origini, alla vita militare e al “rito”, così popolare nel costume dei secoli passati, del duello d’onore. In che momento e con quali modalità è uscito dal seno di questi discutibili usi ed è diventato un cimento atletico senza secondi fini?

È impossibile tracciare un confine tra il duello d’onore e la nascita della scherma come sport. Sono due mondi che per almeno mezzo secolo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, vanno di pari passo e continuano a intrecciarsi (tanto che molti campioni della prima metà del Novecento non si sottrassero a duelli, compresi i celebri fratelli Nadi). Se si dovesse scegliere uno spartiacque di comodo ovviamente sarebbe quello del 1896, con la prima edizione dei Giochi Olimpici moderni, nei quali la scherma è presente e quindi è ufficialmente considerato uno sport a tutti gli effetti. Ma all’epoca non era certo tramontata la moda dei duelli, che è proseguita di fatto, almeno in Italia, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

L’allusione borgesiana adombra anche la sua espansione e crescente popolarità di là dall’Atlantico, in terra argentina, grazie all’opera di maestri italiani invitati a insegnarla in quella terra lontana (ma così densa di italianità). Possiamo dunque affermare che, insieme al calcio (la tua seconda grande passione) si tratta di uno degli sport che è più strettamente legato alle dinamiche storico-antropologiche di migrazione e reciproca contaminazione di popoli e culture?

L’Argentina di fine Ottocento-inizio Novecento è stata una fucina culturale potentissima, non solo per il continente americano ma anche per l’Europa, basti pensare al tango o alla stessa letteratura. La scherma ne è stata il riflesso anche se in realtà, rispetto al calcio per esempio, non ha poi saputo impiantare una scuola propria, dipendendo quasi sempre dai diretti insegnamenti europei dei tanti maestri, principalmente italiani, che hanno insegnato a Buenos Aires e in altre capitali del Sudamerica. Ma per capirsi, il primo campione olimpico di scherma di un paese sudamericano (escludendo perciò Cuba, che ha una tradizione a parte) è stato il venezuelano Ruben Limardo a Londra nel 2012. La scherma argentina non a caso, nella storia dei Giochi, ha vinto solo un bronzo in oltre un secolo.

Infine, una domanda generale sugli sport. Possiamo sostenere che alla radice del loro fascino, e quindi anche del loro potere di suggestione sugli scrittori (di letteratura e cinema), vi sia proprio la loro stretta interrelazione con i fenomeni di emarginazione e crescita sociale? Penso a esempi come quello di certi calciatori nati poveri, come Pelé, o di pugili emersi dalla strada e nonostante le discriminazioni razziali, come Cassius Clay, o a vicende di sfida al potere più aberrante, come quella del velocista Jesse Owens. Può dirsi qualcosa di simile anche per la scherma, e in particolare per qualcuno dei suoi protagonisti, di cui nel libro hai delineato la biografia?

Nel corso dell’Ottocento e del Novecento lo sport è stato un grande detonatore di ascese e riscatti sociali, forse il più potente che anche oggi esista, e quello che permette a un ragazzo cresciuto in una favela brasiliana di diventare in pochi anni un protagonista assoluto a livello mondiale. La scherma in realtà, in questo caso è un mondo a sé, perché spesso i suoi atleti più rappresentativi sono stati rampolli di nobili o agiate famiglie. Ma non mancano esempi neppure in questo senso, a ben osservare. Come per esempio due importanti figure che ho trattato nel libro. Il Cavaliere di Saint-Georges e Jean-Louis Michel che, tra Settecento e Ottocento, nonostante fossero mulatti e figli illegittimi, nati rispettivamente in Guadalupa e ad Haiti, riuscirono a farsi luce in Francia proprio grazie alle loro abilità in pedana e sfruttando anche il passepartout dell’esercito napoleonico.

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