L’alberello dei limoni

di Paola Renzetti

A chi mai può interessare la tracciabilità di un alberello di limoni, venduto a una ragazza in gonna rosa? Non ci saranno tante avventure per un alberello da vaso, che non può deambulare in lungo e in largo, anzi è proprio impossibilitato a farlo. Ognuno trova il suo posto nella vita, si dice con una certa sicurezza, senza pensare a quello di chi l’ha avuto assegnato fin dalla nascita e non può in alcun modo mutarlo.

Questo è il destino di certi alberelli, e qui permettetemi una breve digressione… questo è anche il destino di molta gente, che non si è mai spostata dal luogo dov’è nata, per nessuna ragione o evenienza.

Ma torniamo al nostro alberello esposto insieme a qualche altro come lui, in una di quelle mostre di fiori e orti, che si tengono nel mese di marzo nella nostra città, nei grandi parchi, oppure su un’altra strada molto caratteristica, lungo il Naviglio.

Stanno là questi alberelli, a mostrare i loro frutti gialli e profumati tra le foglie agrumate, posti sulle panche o direttamente a terra. La gente passa piano per la calca e per guardare quelle lunghe schiere di bancarelle con le loro esposizioni. E’ tutto un fluttuare di colori, di pollini, di ramoscelli pendenti che vengono a solleticarti il naso.

In una città come la nostra, la primavera è veramente un fatto nuovo: si passa dalle brume grigie che durano giorni e giorni e non vedi più l’azzurro, a queste esplosioni di fiori, di aria nuova, di vita che si riversa in modo particolare nei punti centrali della città. E’ un centro molto vasto quello di cui vi parlo, fatto a sua volta di molti centri di aggregazione, dove confluiscono interessi diversi: la mostra in cui ci troviamo è proprio uno di questi.

C’è una di queste bancarelle che offre i primi fiori: margherite, primule, gelsomini, e… alberelli di limoni.
Qualcuno si avvicina per guardare meglio, considerare il prezzo e forse dopo lunga o piccola indecisione, comprare. Tra i tanti possibili acquirenti, che poi si riducono appena a due o tre, perché la maggioranza guarda e basta, ecco la ragazza in gonna rosa.

E’ lei che oggi seguiremo, per marcare la tracciabilità dell’alberello, sempre che si decida per il sì. Non è sola. Sta insieme ad un ragazzo, che si avvicina con lei al banco della venditrice. Una donna d’età, con capelli tinti di rosso, la corporatura grossa, mani e voce di chi sa maneggiare certi attrezzi da campagna: “Veniamo da Imperia, abbiamo là i nostri giardini. Signorina, lo prenda questo limone: sole, poca acqua e d’inverno un posto riparato. C’è il cartellino, è tutto scritto lì. E’ un regalo del suo ragazzo?” domanda. Lui sorride e sta in silenzio, lei non se la sente di dire che per ora sono solo amici. Dopo una piccola esitazione e senza esaudire quella curiosità, decide di fare il suo acquisto. E’ quello che ci voleva.

Perché abbiamo scelto la ragazza? Così. Con quella gonna plissettata che si gonfia qua e là, all’aria che ogni tanto si alza portandosi a spasso un po’ di nuvole e poi giù, su quel tessuto da vela di navicella del cielo, diversamente non potevamo fare. E’ proprio il tipo giusto, per un percorso di tracciabilità così particolare.
Ecco che adesso si abbottona il giubbotto nero di pelle: questo vento s’è fatto all’improvviso un po’ più fresco, e se ne va con l’alberello sottobraccio.

Il ragazzo si è appena offerto di aiutarla a portare quel peso non proprio così lieve, che lei con fare deciso, afferrando bene il vaso che ora è suo, lo accosta stretto al busto e fa: “Lo porto io”.
Se ne vanno così lungo la strada che costeggia il Naviglio, fino a salire i gradini che portano al livello della strada sovrastante, che s’incrocia direttamente con la via d’acqua. Il percorso in tram, e dopo una ventina di minuti sono in casa di lei: una vecchia casa popolare, con piccola cucina e altrettentanto piccolo balcone, dove affacciati si sente ancora odore di Naviglio. L’odore di Naviglio è strano, di acqua dolce, di umido, di stagno. Le anatre, aperta una scia sul fiume d’acqua verde, navigano lente nella loro direzione, ma quando in certi periodi dell’anno il letto è quasi in secca, si vedono affiorare solo i rifiuti.

L’alberello si trova lì, dopo aver viaggiato sul sedile di un tram e avere scosso qualche passeggero per quella bellezza di mare e di riviera destinata alla città, sorpreso bambini allegri, e per ultima la vecchia signora sulle scale, quella che abita al piano di sotto.
Come sarà la vita di un albero di limoni, che nel viaggio ha già perso qualche foglia? Il clima non è quello più ideale, ma non è l’unico a stare qui e forse ci vivrà per lungo tempo, questo ancora non sappiamo.

Questa è una città che nei suoi panorami offre visioni inaspettate: fichi centenari nei cortili interni lungo il Naviglio dove chiunque può stare nelle botteghe degli artisti a guardare (se vuole) una per una le tele esposte, e poi fin su, seguendo le lunghe ringhiere dei balconi. Questo non succede in altre strade del centro, dove si passa davanti a palazzi di antica nobiltà, con le fontane e i fenicotteri, intravisti appena dalla fessura di un portone che ti sovrasta per due altezze, con citofoni come specchi e i numeri al posto dei cognomi.

La ragazza in gonna rosa, forse non sa nulla di tutto questo. Lei si è portata a casa il suo pezzo di sole e lo terrà con ogni cura, con quel che le è costato. Adesso il suo amico se n’è andato, e lei di nuovo sola. Divide l’appartamento con altre due ragazze, studentesse come lei. Prende il telefonino e chiama un numero con richiesta di addebito al destinatario: “Pronto, ciao ma’. Che fai?… Ho comprato i limoni! Sì, una pianta…No, nun è grossa, è picciridda. Sta sul balcone… Niente volevo dirti che ho finito i soldi… eh, per l’albero anche…No, t’ho detto che è piccolo e sta là, sul terrazzino.” Così ancora per qualche minuto, e poi dall’altra parte, l’apparecchio si zittisce.

Adesso lei è più sollevata, sa che i suoi genitori con qualche sacrificio ancora, le manderanno un po’ di soldi per l’affitto. Lavora, ma deve anche studiare ed è difficile far star tutto insieme. Divide le spese e un po’ di vita con queste sue compagne d’avventura, tutte della stessa regione. Ce ne sono altre in questa città, dove a loro piace stare, perché si sentono più libere e non come al paese, dove non si può far nulla senza che tutto venga passato al setaccio. Cosa direbbero di lei, che la sera serve ai tavoli di un locale tipico, cose buone della sua regione? Arancini, pane e panelle, cannoli. E’ lei che li serve sul posto o li confeziona da portare a casa. Bene. Ma di sera fino a mezzanotte, e questo è male, direbbero alcuni che qui per fortuna non sono. Torna a casa sempre in compagnia, e poi l’appartamento è vicino. Insieme non è nulla, non hanno paura. Certo sono attente, hanno ricevuto una buona educazione e non scordano le raccomandazioni, che portano qualcosa, come impressa in fondo al cuore.

Ora Francesca si affaccia sul terrazzino, appoggiata alla ringhiera, respira quest’aria buona di primavera. Intanto sono arrivate le altre due, domenica è passata, c’è un po’ di tempo per studiare, prima del turno di lavoro serale. Domani c’è il laboratorio con obbligo di frequenza, sennò non si è ammesse all’esame.
Lei guarda l’alberello, le darà un po’ d’acqua senza esagerare, come le ha detto anche la mamma. Dall’altra parte, sul balcone a fianco, si affaccia la vecchietta che non resiste e vuol chiacchierare, dato che tutto il giorno sta sempre sola.
“Che bello, è di limoni. Ma non dura, signorina. Vedrà che col freddo, muore”. E lo dice, come se al mondo non ci fosse altro che aspettar la morte. La ragazza ride, ha ancora addosso la sua gonna rosa, che si infila dispettosa tra i ferri del balcone, s’è alzato ancora un po’ di vento. “Signora Renata, no vedrà, non morirà. Lo curerò, adesso l’inverno è lontano, ce ne vuole ancora”. Intanto si affaccia anche Anna e saluta la signora:”Salve… questa proprio non ha testa. A fine giugno ce ne andiamo giù, e dove lo mette ‘stu albero benedettu!”

La vecchia donna in quel momento ha un guizzo e sporgendosi verso di loro, si offre: “Lo tengo io, sempre se lei vuole”.
“Certo che voglio signora Renata, anzi forse io stessa l’avrei chiesto a lei”. Infatti la signora cura le sue piantine sul balcone con vera dedizione: un vaso d’iris blu, vite americana e due gerani. Tutto è risolto, a fine giugno si potrà partire tranquille e senza ingombri, senza l’alberello dei limoni.

Dovrà spostarsi da un balcone all’altro, non prima di aver subito un trapianto di vaso: stress necessario, per poter crescere, fiorire e dare frutti. Anche da alberi cresciuti sui balconi di città, c’è qualcuno che riesce a coglierne.

Francesca però ha un pensiero in testa, che le è venuto così senza cercare. Il viaggio in treno con l’albero è una specie di delirio, con tutte quelle ore. Ma l’idea di portarlo giù vicino al mare, e portarlo nel giardino dei limoni, non è niente, niente male. Si vedrà, non esclude di fare la pazzia. Le amiche ne rideranno sbuffando ed infine cederanno.

Ma la signora Renata, che dirà? Un po’ se ne dispiacerà, poi si consolerà con le sue piante sul balcone. E le ragazze si sa, devono andare. A lei più di tutto, quello dispiace. Di loro che se ne vogliono stare al sole e al mare, questo lo capisce.
C’è stata anni fa una volta, in quei posti, perché ha un parente che viene da laggiù. C’era una luce… una luce! Quella le è rimasta più di tutto, tra i ricordi.

Le ragazze per forza devono lasciare la città in estate. E poi qui chi ci vorrebbe stare? Tutti quelli che possono, se ne vanno. Non Renata, lei non potrà. Starà sul suo balcone ombreggiato dalla vecchia tenda blu, senza quasi più colore, che la salvi un po’ dall’afa.

Alberello o no, lei sarà felice se a settembre torneranno le ragazze per l’università. E lui? Il nostro lui? Forse ne perderemo la tracciabilità, ma non fa niente. Sarà sempre gioia e nutrimento per chi lo incontra. E qui la nostra indagine si arresta.

[Il racconto è tratto da qui, su suggerimento di Barbara Pesaresi].

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