Una volta ladro, sempre ladro

Un romanzo, una biografia, una protesta.
Il romanzo è quello di un ragazzo, nato in quest’ultimo dopoguerra, in un paese di confine, italiano e mitteleuropeo, professionalmente cresciuto a Milano e a Monaco di Baviera, dove si fa strada in un campo difficile e specialistico. Negli anni più importanti della sua formazione gli capita un evento traumatico: suo padre viene indagato dalla Procura di Milano, incarcerato per sei mesi, poi sottoposto ad arresti domiciliari e mantenuto per sette anni sotto la spada di Damocle di una possibile incriminazione.
La biografia è quella di una famiglia colpita al cuore da un’accusa infamante che si risolverà in un tragico e indifferente “abbiamo scherzato”. “La giustizia italiana non seppe che farsene di quest’uomo … Semplicemente, non lo considerò degno di particolare interesse. I successivi sette lunghi anni sarebbero stati spesi presso il tribunale di Milano per capire se c’erano gli estremi per un’imputazione a suo carico e procedere, quindi, con un processo; sette anni durante i quali il giudice per l’udienza preliminare … aveva infine deciso che, in assenza di reato e di altre prove indiziarie non vi erano gli estremi per un processo.”
La protesta, scritta in toni civili, senza mai lasciarsi andare a pur legittime espressioni di risentimento, ma con nomi e cognomi, è la stessa che hanno in comune tante vittime di “Mani pulite”. Non soltanto chi è caduto nell’abisso della depressione al punto da non vedere altra via d’uscita che il suicidio (oltre ai notissimi Gardini e Cagliari, l’autore ricorda che i suicidi furono 31 solo negli anni 92, 93, 94), ma vittime furono anche un incalcolabile numero di persone incarcerate “per farle cantare”, scarcerate perché risultò che non avevano niente di rilevante da dire, e abbandonate al discredito, alla disoccupazione, all’impossibilità di ricuperare una parvenza di onorabilità e perfino la fiducia in se stessi. Innocenti riconosciuti tali dalla stessa Giustizia che, dopo averli incarcerati, li ha prosciolti senza neppure mandarli a processo.

Lorenzo Moretto racconta questa vicenda ricostruendo l’incredulità iniziale, il dubbio sull’innocenza del padre, la sofferenza degli incontri in carcere, ma anche l’invadenza di quella vita quotidiana che non dà tregua e impone la sua banalità anche a chi vorrebbe soltanto pensare ai suoi guai. Il libro è interamente percorso dall’apparente assurdità di vivere una tragedia e dover andare avanti, con tutto ciò che questo comporta: i rapporti con gli amici, i parenti, i vicini di casa, i colleghi. Le visite a San Vittore. I campionati mondiali di calcio. Il primo impiego. La ragazza con cui si va in camporella. Il fratello chiuso nella sua introversione. La madre, una roccia che con la sua apparente infrangibilità tiene insieme la famiglia.

La scelta stilistica dell’autore è delle più azzardate: la pagina “a mattonella”, senza dialogo, con rari punto a capo, alla maniera di Thomas Bernhard. Eppure la narrazione scorre senza intoppi, mescolando tragedia e quotidianità con quel particolare accento che viene dall’aver vissuto ogni singola cosa narrata.
Moretto ha la capacità di far sentire al lettore la precarietà della situazione in cui ha dovuto vivere, il dubbio di stare dentro a un sogno assurdo, il peso delle conseguenze che non lo abbandoneranno mai.
“Una volta ladro, sempre ladro” è un libro che tutti gli “odiatori professionisti”, così presenti nella politica italiana, dovrebbero leggere e meditare.

     Lorenzo Moretto - UNA VOLTA LADRO, SEMPRE LADRO - Minimum Fax

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