“Deserto”, di Ilaria Palomba

Recensione di Francesco Improta

Ilaria Palomba, Deserto (ed. Fusibilia)

Con Deserto, silloge poetica vincitrice del concorso letterario “Profumi di poesia”, Ilaria Palomba continua il suo cammino nel deserto dell’essere, riallacciandosi a Mancanza, pubblicato dalla casa editrice Augh nel 2017, con tale convinzione ed efficacia da indurci a considerarlo un seguito e una promessa di ulteriori esplorazioni come sembra suggerire la chiusa di questa raccolta:

Adesso // cammina sul sole // non badare al crollo.”

In questa terzina permane, tuttavia, un panorama di rovine, ancora fumanti per il crollo recente, ma illuminato e riscaldato dalla luce del sole che indica nuove traiettorie, nuovi percorsi e probabilmente nuovi e inaspettati approdi.

Nella silloge precedente, come lascia intendere il titolo stesso, prevale il senso della perdita qui quello della rovina; non è un caso che una delle mot clef più frequenti e significative è la frana, ripetuta in maniera quasi ossessiva: “la pelle frana”; “rovino sulle rocce franate // e frano dove la luce risorge”; “una parete che frana”; “Potrei franare”; “la casa d’infanzia frana”. Quel deserto che in Mancanza rimaneva sullo sfondo, per lasciare spazio alla perdita e al dolore che ne consegue, qui occupa tutta la scena, campeggia sovrano con i suoi resti, con le ossa calcificate e abbacinanti, con i sogni frantumati e i cuori inariditi. Si ha l’impressione di muoversi assetati e riarsi nella Valle della morte californiana e più precisamente a Zabriskie Point, titolo, tra l’altro, di uno dei più controversi film di Antonioni, dove ἔρως καὶ θάνατος (Amore e morte) confliggono perennemente secondo la lezione freudiana. Anche Ilaria è divisa e lacerata da questo conflitto.

Al mattino l’assenza // è una specie di morte. // Al mattino mi allungo // Sul tuo spazio vuoto. // Al mattino non ho difese, // dimentico di essere stata. Uno spazio vuoto che non si riempie o se si riempie non lascia tracce. “Sotto la pelle non scorrerà più sangue. // E la vita sgorgherà altrove”.

Il ricordo dell’amore perduto brucia e trafigge la mente, il cuore e soprattutto il corpo di Ilaria che pur razziato e saccheggiato come dice Antonella Rizzo nella sua bella prefazione, rimane vergine e innocente. Lo sguardo di Ilaria è perennemente rivolto all’interno di se stessa; come una speleologa la Palomba scende nelle profondità del suo essere nel tentativo di rimuovere o quanto meno di chiarire i fantasmi, le paure, le pulsioni che si annidano nel sottosuolo di dostoevskiana memoria, ma il più delle volte ne esce sconfitta, divorata, ridotta a brandelli. La prefatrice conclude il suo intervento con un legittimo riferimento a Heidegger per l’autenticità della ricerca poetica di Ilaria in cui vita ed esistenza coincidono, io credo, però, che accanto al padre dell’esistenzialismo vada collocato Jaspers per la presenza costante in questi versi, come in quasi tutta la produzione della Palomba della psicologia del patologico; il tema della malattia, che la ricollega a Svevo e a Mann, e che comporta oltre a un surplus di attenzioni da parte degli altri una legittima esenzione dagli obblighi, è così forte e frequente da connotare anche l’amore, l’oggetto del desiderio: “Ho paura che il mio tutto // sia una prigione // il mio desiderio // una malattia, // che tu sia la cura // e la malattia.” Malattia che la spinge ad assumere pillole, per lo più tranquillanti e ansiolitici (Xanax e Prozac) e che si traduce anche nella paura di invecchiare, “di sfiorire ed essere dimenticata, divenire ribrezzo”. Non meraviglia che talvolta cerchi di distogliere lo sguardo dal di dentro per portarlo fuori, intorno a sé, o per rifugiarsi nel passato, nei campi dorati dell’infanzia ma nel primo caso la Basilica di San Paolo, su cui si posano gli occhi di Ilaria, è pregna di una luce oscena e dissanguato il sole alle sette. La città priva di rumori sembra morta da qui la nostalgia dei campi, in cui scorrazzava da bambina, delle tegole rosse (luminosa sineddoche), delle gatte silenziose, del sole nascente sulla spiaggia e del mare che ansima accanto come un cane fedele.

I versi sono taglienti e acuminati, lasciano ferite profonde da cui il sangue fuoriesce copioso; anche le prose non sono da meno e hanno una forza icastica che consente ad esse di competere e talvolta imporsi sulle poesie, valga per tutte l’esempio seguente:

Tu sei l’altrove. Sfamo le belve, ogni notte. Ogni notte mi chiamano e mi spoglio. Sudo e tremo e mi lascio trafiggere dal pensiero del tuo corpo, del tuo odore, dei tuoi occhi famelici nei miei. E non c’è nient’altro.

Niente altro che deserto, solitudine e silenzio, ma se è vero che per i romantici il silenzio era la musica più dolce e struggente che esistesse, non diversamente dalla pagina bianca (Maeterlinck) e dal mare non ancora solcato (Pessoa), non c’è rumore più assordante del silenzio ed è proprio attraverso il silenzio che Ilaria grida a se stessa e al mondo le proprie inquietudini, ansie e fobie.

Vorrei concludere queste mie brevi riflessioni, riportando integralmente uno dei componimenti che mi hanno maggiormente colpito e sedotto, dove c’è tutta Ilaria: l’innocenza rubata; l’adolescenza violata; l’oscurità; le sofferenze e il desiderio di un altrove, fosse anche la morte.

Ho paura che i fiori siano ringhiere, // l’innocenza del sangue // stilla ancora, la prima notte e il cielo, // catturo falene nel vestito rosso, // ho nascosto l’imbrunire nella cesta dei serpenti. // Oggi chiamami altrove // e insegnami a morire // senza piaghe.

                                                                                 

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