Fernando Guglielmo Castanar, “Il postino di Mozzi”

Intervista di Giovanni Agnoloni

Non è stato facile convincere Fernando Guglielmo Castanar, autore-curatore de Il postino di Mozzi (Arkadia Editore) a farsi intervistare. Uomo schivo, friulano doc, uno che per decenni ha fatto il postino sognando di diventare uno scrittore, e facendo la “posta” (è proprio il caso di dirlo) a Giulio Mozzi per poi sottrargli manoscritti e selezionare – come se fosse lui l’editor – le parti a suo avviso più interessanti. Alla fine di tutto, avrebbe formato un collage da sottoporre, forse a mo’ di vendetta, allo stesso Mozzi, che sarebbe diventato un libro con 29 coautori, tra cui il sottoscritto. Forse è per questo che ho qualche ritrosia a porgli delle domande, tuttavia la curiosità è troppa. Già, perché chi è Castanar? Anzi, cominciamo proprio così.

Castanar, ci vuole dire qualcosa di sé? Lei è un’assoluta novità nel panorama letterario italiano, eppure ci entra di prepotenza, con una selezione di nomi di tutto rispetto e con scritti eterogenei ma non scontati per qualità e serietà di intenzioni. Non è un po’ strana come parabola? Com’è che ci è arrivato?

Con piacere le racconto di me. Sono triestino, ma circola voce che poi, dopo l’esperienza a Padova (sono stato magazziniere alle Poste Centrali di Padova e poi postino, e – ebbene sì – ho recapitato la posta nella buca delle lettere di Giulio Mozzi) sarei andato a vivere in Lombardia e questo non risponde al vero. Sono solo molto amico di Costa, un collega postino e scrittore, nato nel pavese, sulle colline, che mi ospita a volte. Frequento la rete, anche se non appaio, e agli autori qui presenti, in questa specie di macelleria, come l’ha giudicata qualcuno, e non sono d’accordo, ci sono arrivato scrivendo loro, anzi no, diciamo la verità, ci sono arrivato sottraendo manoscritti alla posta di Mozzi e poi pubblicandoli in rete a nome di Mozzi… Immagini lei il disagio, Mozzi che si discolpava e gli autori che avevano mandato solo a lui e “sostanzialmente” non potevano credergli.

– Ci dica, Castanar: lei pensa che oggi per un aspirante autore, per emergere, serva veramente uno scout? Per questo si è “fissato” con questa storia dei manoscritti di Mozzi? O il suo è stato un atto di sostanziale resa, visto che aveva capito che non sarebbe riuscito a essere notato come autore a sé?

Ma cosa dice? Se parla di me, e io le parlo per me, io posseggo una voce, un passo narrativo, diamine, non se n’è accorto? Ho scelto un suo pezzo per far piacere a lei, non a me, io stesso sono il mio scout, lei sarà considerato da ora in poi, lei che ha contribuito a questo festival, intendo, non prima di aver collaborato alla cosiddetta macelleria. Un narratore oggi dev’essere un regale marginale, come sostiene uno degli antologizzati, prenda il Costa, ha scritto due romanzi di una qualità che farebbe arrossire i quattro barbuti della narrativa di oggi in Italia, ma non esce… E a lui non spiace. Lei mi dirà, se lo ritiene così bravo doveva farlo emergere con la macelleria… Ha ragione, avrei dovuto farlo. Ma l’Italia è questo, prenda il Salone del libro, io non ci metto mai piede, quest’anno la menano con Bolaño, ma cosa ne sanno di Bolaño, bisogna aver vissuto sotto i ponti per leggere Bolaño, bisogna aver fatto i guardiani di campeggio, bisogna aver portato la posta a Mozzi per leggere Bolaño. C’è uno scrittore che dicono piuttosto bravo e al quale ho chiesto un contributo per l’antologia, tra l’altro non è la prima volta che collaboriamo, aveva anche pubblicato una mia opera incompleta, e cura la collana della macelleria… Bene, questo qui ha vissuto qualche anno tra isole calde e coste brave, rigorosamente di estate e di notte, e sostiene che Bolaño qui e Bolaño lì, niente, crede che questo ci abbia capito qualcosa di Bolaño, e lei lo conosce perché ha tradotto con lui… Per parlare di B. occorre capire chi sono i sudaca, e chi sono i madrileni che li chiamano così, bisogna capirne il senso negativo… occorre, ripeto, aver vissuto sotto i ponti, ma basta. Mi fa innervosire. Mi pento di star qui a risponderle.

– Com’è che ha selezionato questi 29 autori? Mi imbarazza un po’ chiederglielo, perché ci sono di mezzo anch’io, ma mi interessa molto conoscere il suo metodo.

Avevo bisogno di una sfilza di nomi e ho chiesto, tutto lì. Ho anche chiesto a qualcuno: «La fai poi una presentazione? Io non appaio…». Mi hanno detto sì, certo, e l’hanno fatta, mi chiederà lei, che mi fa queste domande un po’ cosi? Macché, qualcuno sì, ma quelli che sapevo che non l’avrebbero fatta mica l’hanno fatta. Quando Osvaldo Bayer ha prestato una serie di libri a Chatwin per scrivere In Patagonia, e poi gli hanno chiesto se costui glieli avesse restituiti tutti, Bayer rispose: mi ha restituito quelli che si restituiscono.

– Confessi: lei spera di diventare un secondo caso Elena Ferrante. Va di moda lo scrittore misterioso. Fermo restando che, mi pare di capire, lei si firma col suo vero nome. Ma so bene che è riluttante ad apparire in pubblico. Eppure, voci incontrollate suggeriscono che potrebbe, hitchcockianamente, fare qualche apparizione alle presentazioni de Il Postino di Mozzi (e ce ne saranno diverse, in giro per l’Italia, a cominciare dal Salone del Libro di Torino). Mi sbaglio? Insomma, i lettori dovranno veramente guardarsi intorno per cercare di capire se una delle sedie vicine sia occupata da lei?

Salto la domanda.

– Infine, una domanda sul futuro: ha intenzione di pubblicare altre cose, interamente sue? Sarebbe un peccato se questo inizio non avesse un seguito.

Senta, Agnoloni, salterei anche questa e le spiego perché, le invio le altre risposte così come sono e va bene così; non ne ho più voglia, le stracci, le pubblichi, e se lo fa lo faccia così, compresi i refusi, faccia cosa vuole, insomma, sul  guardarsi attorno, poi, per vedere chi posso essere, solo uno sa chi sono, ed è Mozzi, perché al di là di tutto, in mezzo alla macelleria ci sono davvero estratti di racconti e romanzi di autori ora famosi che gli ho sottratto quando spostavo la posta a lui. E infatti non verrà alla presentazione, dico Mozzi, o se verrà si metterà distante. O chissà, forse no, siccome non ha mai, e dico mai, letto una mia riga, mi dirà Castanar, ohibò.

Quanto a Elena Ferrante, non so. A parte la di lei questione economica, che non mi spiacerebbe affrontare, mi piacerebbe anche avere l’onore di imitare uno degli antologizzati, che ha scritto in gioventù tre bellissimi romanzi per Einaudi e poi più nulla, si è messo a far foto e andare in giro con la bici. Oppure come il Ferrazzi, autore di due bellissimi romanzi che alla fine, pare, si è deciso a pubblicare, ma ogni anno rimanda perché preferisce dedicarsi a uscite eccellenti, per quanto lontane dal gusto comune, come scialuppe di miti o altri tipi di zattera. Oppure come il già citato Costa, coi suoi romanzi che sembrano avvitati sulla pelle di un lago. Ohibò.

Mi scuso per l’interruzione dell’intervista, dovuta a ragioni tecniche (saturazione dell’intervistato e dell’intervistatore). Passo (Castanar, c’è sempre? Castanar?…) e chiudo.

Un pensiero su “Fernando Guglielmo Castanar, “Il postino di Mozzi”

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