Ornithology 34. Neruda

NERUDA

Pinguino
Spheniscus Magellanicus

Né stupido né bimbo né nero
né bianco ma verticale
e un’innocenza interrogativa
vestita di notte e di neve.
Ride la madre al marinaio,
il pescatore all’astronauta,
ma non ride il bimbo bimbo
quando guarda l’uccello bimbo
e dall’oceano in disordine
immacolato passeggero
emerge a lutto niveo.
Fui certo io il bimbo uccello
laggiù nei freddi arcipelaghi:
quando mi guardò coi suoi occhi,
con i vecchi occhi del mare:
non erano braccia né ali
erano piccoli remi duri
quelli che aveva ai fianchi:
aveva l’età del sale,
l’età dell’acqua in movimento
e mi guardò dalla sua età:
da allora so che non esisto,
che sono un verme nella sabbia.
Le ragioni del mio rispetto
si mantennero nell’arena;
quell’uccello religioso
non aveva bisogno di volare,
non aveva bisogno di cantare
e benché la sua forma fosse visibile
sanguinava sale la sua anima selvaggia
come se avessero reciso
una vena del mare amaro.
Pinguino, estatico viaggiatore,
lento sacerdote del freddo:
saluto il tuo sale verticale
e invidio il tuo orgoglio piumato.

Pingüino

Ni bobo ni niño ni negro
ni blanco sino vertical
y una inocencia interrogante
vestida de noche y de nieve.
Ríe la madre al marinero,
el pescador al astronauta,
pero no ríe el niño niño
cuando mira al pájaro niño
y del océano en desorden
inmaculado pasajero
emerge de luto nevado.
Fuii yo sin duda el niño pájaro
allá en los fríos archipiélagos
:
cuando él me miró con sus ojos,
con los viejos ojos del mar:
no eran brazos y no eran alas
eran pequeños remos duros
los que llevaba en sus costados:
tenía la edad de la sal,
la edad del agua en movimiento
y me miró desde su edad:
desde entonces sé que no existo,
que soy un gusano en la arena.
Las razones de mi respeto
se mantuvieron en la arena:
aquél pájaro religioso
no necesitaba volar,
no necesitaba cantar
y aunque su forma era visible
sangraba sal su alma salvaje
como si hubieran cercenado
una vena del mara amargo.
Pingüino, estático viajero,
sacerdote lento del frío:
saludo tu sal vertical
y envidio tu orgullo emplumado.

*

Tortora
Columba Araucana

Nella mia infanzia ho adorato
le zampe rosse delle tortore:
i piedi di pelle colorata,
e quelle dita scarlatte.
Da quale mondo di penne e sogno,
da quale vestiario inaccessibile
si sgranò la falconeria
verso la mia povera condizione?
Verso la mia povera condizione
di cacciatore senza schioppo
perduto nella pioggia e nelle foglie:
dal bosco scendevano volando
le innumerevoli tortore,
mangiando i semi neri,
il pane segreto della selva,
le crisalidi dell’aspra estate,
mangiavano i grani del cielo,
le direzioni del burrone,
l’alba cereale,
le ghiottonerie dell’aurora.
E ora scendevano a me.
Erano la mia famiglia selvatica.
Venivano vestite di vento
e in ogni penna risplendevano
le righe ocra della creta,
i colori delle colline:
vestivano il poncho campestre
del mio battesimo nazionale.
Addio, tortore fragranti
di polvere, di polvere da sparo, polline:
non so ormai più dove si posarono
quei piedi di pelle rossa:
scomparvero le ali,
le moltitudini della magnolia,
e ora per quei boschi
se n’andò dall’albero la mia famiglia:
non mi attende nessuno volando.
Sembra che solo sussistano
alcuni alberi bruciati.

Torcaza

En mi infancia las patas rojas
de las torcazas adoré:
los pies de cuero colorado
y aquellos dedos escarlata.
De qué mundo de pluma y sueño
de qué inaccesible vestuario
se desgranó la cetrería
hasta mi pobre condición?
Hacia mi pobre condición
de cazador sin escopeta
perdido en la lluvia y las hojas
del bosque bajaban volando
las innumerables torcazas;
comiendo las negras semillas,
el pan secreto de la selva,
las bayas del áspero estío,
comiendo los granos del cielo,
las direcciones del barranco,
el amanecer cereal,
las golosinas de la aurora.
Y ahora bajaban a mí,
Eran mi familia salvaje,
Venían vestidas de viento
y en cada pluma resplandecían
las rayas ocres de la greda,
los colores de las colinas:
vestían el poncho campestre
de mi bautismo nacional.
Adiós torcazas fragantes
a polvo, a pólvora, a polen:
ya no sé donde se posaron
aquellos pies de cuero rojo:
desaparecieroin las alas,
las muchedumbres del canelo
y ahora por aquellos bosques
se fue del árbol de mi familia:
no me espera nadie volando.
Parece que sólo subsisten
algunos árboles quemados.

*

Epilogo. Il poeta si accommiata dagli uccelli

Poeta provinciale,
uccelliere,
vengo e vado per il mondo,
disarmato,
senza altresì, fischiando,
sottoposto
al sole e alla sua certezza,
alla pioggia, al suo idioma di violino,
alla sillaba fredda della raffica.

Tra l’una e l’altra volta,
tra passate vite
e preferiti dissotterramenti
son stato cane d’intemperie
e sono ancora un morto nella città:
non mi abituo alla nicchia,
preferisco la fratta e le tortore
attonite, il fango, il delirio
di un gruppo di pappagallini,
il carcere del condor prigioniero
della sua implacabile altezza,
il fango primordiale dei ruscelli
decorati dalle topa topas.

Sì sì sì sì sì sì,
sono un disperato uccelliere,
non posso correggermi
e benché gli uccelli
non m’invitino alla pergola,
al cielo
o all’oceano,
alla loro conversazione, al banchetto,
io invito me stesso
e li spio
senza pregiudizio alcuno:
lucherini gialli,
tordi neri,
oscuri cormorani pescatori
o metallici merli,
usignoli,
vibranti colibrì,
quaglie,
aquile inerenti
ai monti del Cile,
loicas dal petto puro
e sanguinario,
condor iracondi
e zorzales,
falconi immobili, appesi al cielo,
diucas che mi educarono con il loro cinguettio,
uccelli del miele e del foraggio,
dell’azzurro velluto o della bianchezza,
uccelli dalla schiuma incoronati
o semplicemente vestiti di sabbia,
uccelli pensierosi che interrogano
la terra e sbeccuzzano il suo segreto
o attaccano la corteccia del gigante
e aprono il cuore del legno
o fanno con paglia, creta e pioggia
la casa dell’amore e dell’aroma
o vanno tra migliaia della loro specie
formando corpo a corpo, ala con ala,
un fiume d’unità e di movimento,
solitari
uccelli duri tra le rocce,
ardenti, fuggitivi,
polverosi, erotici,
inaccessibili nella solitudine
della nebbia, la neve,
l’irsuta ostilità
dei gelidi altopiani,
o dolci giardinieri
oppure ladri
o inventori azzurri della musica
o testimoni taciti dell’aurora.

Io, poeta
popolare, provinciale, uccelliere,
sono andato per il mondo cercando la vita:
uccello a uccello ho conosciuto la terra:
riconobbi dove volava il fuoco:
la precipitazione dell’energia
e il mio disinteresse fu premiato
perché seppur nessuno mi pagò per questo
ricevetti nell’anima quelle ali
e l’immobilità non mi trattenne.


Epilogo. El poeta se despide de los pájaros

Poeta provinciano,
pajarero,
vengo y voy por el mundo,
desarmado,
sin otrosí, silbando,
sometido
al sol y su certeza,
a la lluvia, a su idioma de violín,
a la sílaba fría de la ráfaga.
Entre una y otra vez,
entre pasadas vidas
y pretéritos desenterramientos
fui perro de intemperie
y sigo siendo un muerto en la ciudad:
no me acostumbro al nicho,
prefiero el matorral y las torcazas
atónitas, el barro, el desvarío
de un ramo de choroyes,
el presidio del cóndor prisionero
de su implacable altura,
el barro primordial de las quebradas
condecorado por las topa topas.
Sí sí sí sí sí sí,
soy un desesperado pajarero,
no puedo corregirme
y aunque no me conviden
los pájaros a la enramada,
al cielo
o al océano,
a su conversación, a su banquete,
yo me invito a mí mismo
y los acecho
sin prejuicio ninguno:
jilgueros amarillos,
tordos negros,
oscuros cormoranes pescadores
o metálicos mirlos,
ruiseñores,
vibrantes colibríes,
codornices,
águilas inherentes
a los montes de Chile,
loicas de pecho puro
y sanguinario,
cóndores iracundos
y zorzales,
peucos inmóviles, colgados del cielo,
diucas que me enseñaron con su trino,
pájaros de la miel y del forraje,
del terciopelo azul o la blancura,
pájaros por la espuma coronados
o simplemente vestidos de arena,
pájaros pensativos que interrogan
la tierra y picotean su secreto
o atacan la corteza del gigante
y abren el corazón de la madera
o construyen con paja, greda y lluvia
la casa del amor y del aroma
o van entre millares de su especie
formando cuerpo a cuerpo, ala con ala,
un río de unidad y movimiento,
solitarios
pájaros duros entre los peñascos,
ardientes, fugitivos,
polvorientos, eróticos,
inaccesibles en la soledad
de la niebla, la nieve,
la hostilidad hirsuta
de los páramos,
o jardineros suaves
o ladrones
o inventores azules de la música
o tácitos testigos de la aurora.
Yo, poeta
popular, provinciano, pajarero,
fui por el mundo buscando la vida:
pájaro a pájaro conocí la tierra:
reconocí donde volaba el fuego:
la precipitación de la energía
y mi desinterés quedó premiado
porque aunque nadie me pagó por eso
recibí aquellas alas en el alma
y la inmovilidad no me detuvo.

*

Pablo NERUDA, Arte de pájaros (1966)
Arte degli uccelli

traduzione di Giuseppe Bellini
Passigli, Firenze, 2004

Nel 2006, sempre a cura di Giuseppe Bellini, Passigli ha pubblicato anche un Bestiario nerudiano illustrato con disegni tratti dal trecentesco Taccuino di Giovannino de’ Grassi.

2 pensieri su “Ornithology 34. Neruda

  1. Pingback: Ornithology 34. Neruda | Crudalinfa

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