“L’anno che Bartolo decise di morire”, di Valentina Di Cesare

Recensione di Francesco Improta

Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire, Arkadia Editore, 2019

Prima di procedere a una disamina di questo libro credo sia doveroso spendere qualche parola per questa giovane casa editrice che nata recentemente ha già conquistato una buona fetta del mercato librario e un numero crescente di lettori con iniziative diversificate ma tutte ugualmente innovative e spregiudicate. La collana cui appartiene questa pubblicazione, “Senza rotta”, deve il suo nome a un libro inedito in Italia fino all’anno scorso, Sin Rumbo, di Eugenio Cambaceres, scrittore argentino del­l’ottocento, e allude a una navigazione a vista, priva di coordinate e quindi capace di spaziare nelle più diverse direzioni.

L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia, € 13,00) è la seconda prova narrativa dell’abruzzese Valentina Di Cesare, che ha già al suo attivo un romanzo di discreto successo, tradotto all’estero e portato anche a teatro, Marta la sarta. Come si può notare in entrambi i titoli figura un nome proprio di persona, ma mentre Marta è al centro della vicenda e finisce coll’attraversare la vita degli altri personaggi con passo leggero e una sottile ironia, nel tentativo spesso riuscito di dare un senso alla vita, o più semplicemente di carpirne qualche segreto, Bartolo è uno dei personaggi, amici e sodali, che si muovono all’interno di questa vicenda senza tempo, dividendosi, alme­no in apparenza, la noia di una vita ripetitiva, sempre uguale a se stessa. L’anno…, che ritorna spesso come un refrain all’inizio di molti capitoli (per la precisione 12 su 20), rimane nel vago, senza mai essere indicato con precisione, mentre fin dalla prima pagina si accenna chia­ramente alla stagione autunnale, quando tutto dai colori della natura, alle foglie stridule che ricoprono come un tappeto le strade alberate e i viali dei parchi, agli odori che si percepiscono nell’aria, cospira a suggerirci il senso del transito, del trapasso da una stagione operosa, allegra e festosa a quella del sonno, della tristezza e del letargo. Lentamente ma inesorabilmente tutto trascorre via: nel caso specifico, come sug­gerisce il titolo, Bartolo decise di morire.

Erano trascorse ormai tante mattine autunnali e Bartolo non si vedeva più passare. Anche quel giorno nessuno lo incrociò. A tutti sembrò una cosa insolita e qualcuno […] aveva espresso preoccupazione.

Sembrerebbe l’incipit di un noir ma così non è: non c’è un crimine e non ci sono colpevoli, almeno in apparenza. In questo racconto lungo – non mi sento di chiamarlo romanzo, anche se nel terzo millennio, in cui i confini tra poesia e prosa sono così labili, mi sembra superfluo soffermarsi su queste distinzioni di generi, macro o micro che siano – si assiste, mediante una lunga analessi, all’evolversi di una depressione, che affonda le sue radici nella solitudine, alla fine di un’amicizia apparentemente solida, al crollo di tutti i sogni, le illusioni e le certezze. La cittadina di provincia, in cui si svolge la vicenda, è connotata da pochissimi elementi: il corso, un’edicola dei giornali, la biblioteca comunale, e il Bar dei Gerani in cui sono soliti incontrarsi i nostri “antieroi”, Bartolo, Renzo, Giovanni, Roberto, Vito e Lucio, con tale frequenza e tale unanimità di intenti che non andremmo lontani dal vero nell’intitolare questo libro: “eravamo sei amici al bar”, parafrasando una bellissima canzone di Gino Paoli. Tutti i personaggi si muovono con i ritmi lenti e compassati della vita di provincia, mentre sullo sfondo avanza una crisi economica di grandi proporzioni che incide direttamente o indirettamente sulla vita degli abitanti; i titolari dell’unica fabbrica della zona “sono costretti” a ridurre il personale e Lucio, licenziato, si ritrova per la strada, sempre più solo e disperato in quanto anche la moglie, Cinzia, lo ha abbandonato.

    I giorni seguenti i visi e i passi di tanta gente nelle sue stesse condizioni si brunirono insieme all’atmosfera della città, insieme ai discorsi e agli umori. Il vigore della vita si era eclissato in tanti sguardi, regnava all’inizio uno strano silenzio che a volte esplodeva in feroci proteste ai cancelli o lungo il corso.

Tutto ciò incide su Bartolo, uomo generoso ed empatico, partecipe della vita dei suoi amici, che vede spalancarsi dinanzi a sé l’abisso della più cupa depressione, accen­tuata da un ingiustificato senso di colpa, che gli pesa sulla coscienza come un macigno. Nonostante le parole del maestro Nino, suo vicino di casa, che nella sua cinica sag­gezza, ribadisce la solitudine cui l’uomo è irrimediabilmente condannato, Bartolo continua a sperare che qualcuno dei suoi amici gli riservi un po’ di attenzione o gli tenda una mano, e per pudore non chiede aiuto. Probabilmente aveva una con­cezione dell’amicizia, alta e nobile, qual è quella espressa da Dante nel XVII canto del Paradiso, quando Cacciaguida, parlando di Bartolomeo della Scala, gli dice “… ch’in te avrà sì benigno riguardo, // che del fare e del chiedere, tra voi due, // fia primo quel che, tra li altri, è più tardo.” Purtroppo erano altri tempi e altri uomini. Oggi nel clima di sfiducia, di precarietà e di crisi che si è venuto a creare, tutti o quasi tornano a coltivare, laddove è possibile, il proprio orticello. L’egoismo prende il sopravvento sulla solidarietà e l’amicizia, non diversamente dalla bontà, diventa una parola vuota, priva di peso e di significato e chi le pratica viene guardato con sospetto, quasi fosse un alieno. Costretto a rinchiudersi nella depressione o nella disperazione, Bartolo finisce con il coltivare cupi pensieri e fantasmi di morte, non diversamente da Lucio che in un momento di profondo sconforto aveva deliberatamente saldato quel debito che ogni uomo contrae nel momento in cui viene al mondo.

Il racconto ha una struttura circolare, l’ultimo capitolo riprende a livello diegetico il primo, chiudendo così la lunga analessi; Renzo, Roberto, Giovanni e Vito si recano sotto casa di Nino per chiedere notizie di Bartolo, la cui assenza prolungata comincia a preoccupare e Nino, portavoce in questo caso dell’autrice, tuona contro l’egoismo imperante cui contrappone l’indignazione, la rabbia, ma non quella vergognosa che nasconde, a seconda dei casi, il rancore o l’invidia, ma quella legittima, dignitosa, terapeutica, che non è più di moda e che è stata declassata.

       La rabbia è la vita, la rabbia è il diritto, la rabbia è la dignità, la rabbia è quella che si sente quando vi dicono che state esagerando, che state inventando, che siete pesanti, che siete volgari con le vostre collere, che siete infantili, che non vale la pena prendersela perché è così, è sempre stato così.

Si conclude, così, questo bel racconto di Valentina Di Cesare, che con piglio deciso e passo sicuro descrive la vita di sei amici, in una cittadina di provincia, elevandola a metafora della nostra ingrata condizione umana.

Lettura interessante e gradevole, sorretta da un linguaggio denso e concettoso, che induce a guardarci allo specchio e a vergognarci dei nostri privilegi e della nostra indifferenza.

 

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