“Tempo grande” di Gian Luigi Piccioli. Intervista a Simone Gambacorta

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Tempo grande, di Gian Luigi Piccioli (1932-2013), è un romanzo originariamente pubblicato da Rusconi (1984), e oggi riedito da Galaad Edizioni, a cura del critico letterario e giornalista Simone Gambacorta. Storia immersa nel mondo della comunicazione televisiva, tra Roma e la Tanzania, ha per protagoniste due personalità contrapposte, Marco Apudruen, conduttore, e Gigi Insolera, scrittore, espressioni di un approccio alla vita e alla professione rispettivamente  cinico e ambizioso il primo, sensibile il secondo. Nella parte italiana, le dinamiche del mondo della TV vengono messe a nudo nella loro fredda impersonalità, laddove l’approdo in Africa lascia emergere un fondo di umanità nettamente in contrasto con il “contenitore” di una scommessa focalizzata sugli ascolti.

Sono lieto di intervistare Simone Gambacorta sugli aspetti salienti di quest’opera di grande interesse.

La riflessione narrativa di Gian Luigi Piccioli sul mondo dell’informazione affonda in un universo cinico e altamente competitivo, scavando nel terreno alle radici della società della comunicazione e dell’interconnessione totale di oggi. Possiamo parlare di una visione profetica?

«Trapiantare elementi della propria realtà nel campo immaginativo della scrittura e svilupparli in romanzi che, ad anni dalla prima pubblicazione, sappiano rivelarsi carichi di prefigurazioni, o che in ogni caso mostrino di racchiudere elementi anticipatori, è prerogativa degli scrittori capaci di abitare criticamente il proprio tempo. Sono gli scrittori che applicano quello che potremmo chiamare il metodo dell’indicativo: quelli per cui il presente è il tessuto generativo di domande che riportano a quello stesso presente, qualunque sia il tracciato della conduttura affabulatoria al cui interno scorrono, sotto forma di lingua e secondo una determinata pressione stilistica, le loro pagine. Lo scrittore pone a sé domande che valgono per tutti. Gian Luigi Piccioli era uno di questi. Il tempo in cui viveva era per lui un promontorio aperto alle possibilità della parola. La narrativa, e il romanzo specialmente, gli consentivano di plasmare in chiave finzionale idee sempre affidate ai flussi di una lingua di ricerca, sperimentale e onnivora, come la definiva lui stesso. Una lingua anche “schizomorfa”, per dirla con il Luigi Baldacci recensore del primo romanzo di Piccioli, “Inorgaggio”, uscito nel 1966 per Mondadori. A partire dagli anni Settanta, Piccioli aveva cominciato a viaggiare sistematicamente per lavoro come inviato della rivista dell’Eni “Ecos”, e così ha raccontato tutto il mondo nei suoi reportage. Il suo orizzonte di riferimento sul presente era ampio e per nulla provinciale. Con il suo sguardo grandangolare, e grazie all’intelaiatura di una cultura personale robustissima e tutta forgiata sull’orrore per il nozionismo, faceva pesca a strascico nel presente in cui viveva: da quella pesca traeva questioni che diventavano domande. Su quelle domande costruiva poi i suoi romanzi, che potevano raccontare il suo oggi, come Tempo grande, oppure il passato, come Sveva o Epistolario collettivo, oppure, e penso a Cuore di legno, parlare della natura, oppure ancora, ed è il caso di Arnolfini, del sesso nel clero cattolico».

Dalla lettura del romanzo emerge un lacerante accostamento tra il mondo “evoluto” in cui viviamo e la povertà del continente africano, reso però territorio da sfruttare non più solo in senso “coloniale”, ma come teatro di una messinscena mediatica. Pare dunque che lo scrittore avesse ben presenti non solo le dinamiche del mondo dell’informazione, ma delle relazioni economiche e geopolitiche a livello mondiale; e, per giunta, la loro interazione. Puoi dirci qualcosa di più sull’acutezza di questo suo sguardo critico su più livelli?

«Nel romanzo l’Africa è una frontiera, un altrove, ma è anche il confine tra un prima e un dopo. Nel momento in cui quella strana “astronave” che è la televisiva atterra nel cratere di Ngorongoro, in Tanzania, con milioni e milioni di telespettatori che seguono la trasmissione assolutamente adrenalinica che va in onda, avviene un urto tra tecnologia e natura. Quest’urto cambia le cose. Cambia, letteralmente, il volto della storia, determina uno shock. Non è una catarsi, ma il recupero di uno sguardo vero sulle cose, è il recupero di uno sguardo non mediatico, non mediato, non televisivamente e spettacolaristicamente vincolato. Certamente l’essere comunista di Piccioli rende più che plausibile l’ipotesi di una critica a ogni volontà di sfruttamento economico dell’Africa, “teatro di una messinscena mediatica”: messinscena che peraltro, nel romanzo, perpetra il grave delitto di ridurre l’Africa stessa al solo cliché di spazio da esplorare e possedere, cioè da stuprare per fini di audience, quindi per fini commerciali. L’Africa è una cartolina da utilizzare come scenografia per una vendita globale di emozioni. Sugli aspetti geopolitici, Piccioli era certamente informatissimo. Intanto perché lavorava all’Eni, e poi perché come inviato di “Ecos” aveva studiato in prima persona – e ripetutamente – l’Africa, l’Oriente e l’America Latina. Tra i suoi libri c’è anche il reportage Una Cina per il 2000, il che lascia capire l’ampiezza dei suoi interessi, se solo si considera che è del 1980. Una sua raccolta di racconti, Safari alla bambola rossa, presenta quelli che lui chiamava racconti paralleli: si tratta di episodi simili che si svolgono in luoghi diversi del mondo. Voglio dire che Piccioli il mondo lo vedeva manco per sogno come un aggregato di compartimenti stagni, ma per quello che è: un tutt’uno. Per lui era il medium primario, come l’ossigeno».

In una tua recente intervista televisiva, hai parlato di Tempo grande come di un romanzo capace di entrare nel cuore della contemporaneità. In qualche modo, si profila come un modello di riferimento per interpretare ancor oggi il tempo in cui viviamo. Veramente un’opera, pur collocata entro specifiche coordinate storiche, può assurgere a “classico” in un così (per ribaltare paradossalmente il titolo) breve tempo? In che misura ciò è merito del romanzo in sé, e in quale dell’enorme velocità alla quale l’universo della comunicazione si è evoluto negli ultimi trent’anni?

«Non so come e se un libro possa in breve divenire un classico, cioè un’opera fondamentale o per lo meno unanimemente per tale reputata. So però che fondamentale può dirsi una questione; quella mediatica lo è oggi certamente così come lo era ieri. Lo è in quanto fabbrica perpetua di mutazioni, in senso mcluhaniano prima ancora che pasoliniano. Sicché romanzi che si radicano in una simile tensione problematica divengono senz’altro rilevanti, tanto più se l’intellezione di cui sono portatori “agisce” per il tramite di una lingua per nulla appassita, come nel caso di questo libro di Piccioli. Tempo grande, uscito nel 1984, racconta una televisione affamata di ascolti. “Le invenzioni mirano sempre più in basso, compresa la televisione”, scrive forse troppo pessimisticamente Julien Green nel suo diario L’espatriato. Fatto sta che lo scrive proprio nel settembre dell’anno in cui esce il romanzo di Piccioli. Ecco, Piccioli non era il solo a presentire che quel medium così capillare e così simile alla dea Kali, con braccia capaci di prendere tutto, avrebbe avuto crescente necessità di ascolti e che quindi, per accrescere quegli stessi ascolti, avrebbe dovuto sedurre in ogni modo lo spettatore. Il discorso combacia con la tesi popperiana della tv come “cattiva maestra”, tesi secondo la quale la “cattiva qualità” sarebbe televisivamente più facile da produrre rispetto al suo contrario; ed avendo la tv necessità di prodursi e riprodursi a getto continuo, dal punto di vista popperiano la bassa qualità diventa lo standard che “crea” un gusto. Va specificato però che il romanzo di Piccioli non rivela un movente preconcetto, ma coglie – per così dire – un fenomeno reale e lo “inventa”, amplificandolo in una visione che al tempo poteva apparire visionaria e che oggi appare invece normalissima: insomma, torniamo al discorso sul metodo dell’indicativo. Tempo grande è ambientato a Roma, anche se nel finale c’è uno spostamento decisivo in Tanzania, nel cratere di Ngorongroro. A Roma c’è il Pantheon, un luogo di culto aperto a ogni religione, un attrattore di mistiche e fedi diverse, uno spazio sincretico, un domicilio di molteplicità, un ambiente plurale, multicanale, a suo modo implicitamente compatibile con un paradigma globale. La televisione che Piccioli intravedeva era quella che sarebbe diventata un pantheon altro, luogo sacro per ogni spettacolo e per ogni neodivinità mediatica. Direi che quest’ipotesi d’intenzione allegorica potrebbe essere non altro che una mia illazione, una mia semplice forzatura, però mi sembra offra il destro per una congettura ermeneutica che in qualche modo sta in piedi, e che a sua volta diventa metafora della capacità di Piccioli di instaurare un dialogo tra passato e presente e di innestare nessi significanti tra elementi diversi».

L’opera di Piccioli mette a nudo l’assenza di scrupoli presente in certi meccanismi del mondo dell’informazione – e professionale in genere. È forse la fotografia di un’irrimediabile crisi etica della nostra società, che poi – ancora una volta, con grande potenza intuitiva – pare estendere al mondo intero, in una sorta di premonizione della globalizzazione che sarebbe venuta?

«Piccioli non era certamente un moralista. Tempo grande è un romanzo sul medium televisivo, ma prima ancora è un romanzo sul vivere – è fondamentale il tema del corpo – e sui rapporti umani, sulle relazioni tra viventi, tanto è vero che la trama ne assume come portanti alcune forme indubbiamente archetipiche: l’amicizia, il tradimento, l’amore, la passione, la seduzione e via dicendo. Direi che quelle che Piccioli mette a nudo in Tempo grande sono anzitutto modalità del manifestarsi della vita umana. L’agire degli individui è quello che è così come non può che essere il mondo. Credo fosse più o meno questa l’idea di fondo che lo abitava. Lo scrittore allora non come giudice, ma come osservatore, come testimone: se si vuole, come persona informata sui fatti e da quei fatti continuamente chiamata in causa in senso intellettuale e culturale, quindi secondo una funzione critica. Con “critica” non intendo dire banalmente criticante, ma scrutinante e discernitiva. Piccioli non vedeva la tv come un “male” in sé, ma aveva capito che il villaggio globale avrebbe cambiato l’immaginario e l’atlante: tanto è vero che il pavimento di Sala Due, dove si realizza la trasmissione televisiva di cui si parla nel romanzo, è una grande mappa luminosa del mondo. Piccioli aveva pure capito, come ha scritto Giuliano Manacorda, che era il caos il vero tempo di ogni epoca, il filo rosso tra ieri e oggi, la cinghia di trasmissione del motore-mondo. Lavorando all’Eni sapeva bene cosa fosse il petrolio. Penso che con Tempo grande abbia scelto di raccontare la televisione perché aveva capito che il petrolio del futuro sarebbero state le immagini».

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