Raffaela Fazio legge Cinzia Marulli “La casa delle fate” (La Vita Felice, 2017)

«Si ferma il tempo/ nel percorso che mi avvicina»: così inizia La casa delle fate (La Vita Felice 2017), raccolta in cui Cinzia Marulli affronta il tema della vecchiaia in una casa di riposo, e ne parla in “presa diretta”, partendo dalla relazione con la madre, che rimane il fulcro di questo libro e il motivo della sua scrittura.

Ma di quale tempo è fatta La casa delle fate? È un tempo duplice: innanzitutto è il tempo delle anziane “fate” ˗ di cui parla la prima delle tre parti del libro intitolata L’entrata ˗ il tempo all’interno di una struttura che costringe a ridisegnare la propria identità, priva dei rassicuranti punti di riferimento del passato («Dove sono tutte le mie foto?») e tesa verso un incerto futuro («Ma in compagnia di chi?») [p. 14]; e poi è il tempo dell’autrice stessa ˗ percepibile soprattutto nelle altre due sezioni del libro, L’uscita e Il dopo ˗, che elabora la morte come progressiva trasformazione di una presenza necessaria, attraverso moti alterni di avvicinamento e di allentamento, e che usa la poesia come testimonianza di amore e di gratitudine per tale presenza: «sei stata vicina a me sempre/ e per questo sei mia madre» [p. 52].

Il tempo delle fate è un tempo circolare nel suo ripetersi di gesti e di eventi che segnano i confini del quotidiano: «i primi rumori» del giorno, «il bagno e il pettine a rimettere in ordine le cose», «la colazione col tè e le fette biscottate», la «televisione che ciarla», la «minestrina a cena» [p.18-19], le «passeggiate corte un metro» [p.16]. Si tratta di un calendario in miniatura, la cui circolarità è resa visivamente in una poesia dove le vecchie «bambine» «sono tutte sedute – quasi in circolo… gli occhi aperti che cercano/ attenzioni» [p. 15].

Ma la circolarità del tempo è interrotta: il suo scorrere non è un fluire indistinto, perché vi sono sospensioni e intagli che fanno della circonferenza una linea tratteggiata, aperta. Cosa sono queste spezzature? A volte sono brevi perdite di memoria: «È arrivata così la vecchiaia/ nello spazio di un’attesa/ tra un pensiero e l’altro/ nascosta dal fumo delle candeline/ arriva in silenzio/ sul più bello/ e la fata non ricorda più/ dove ha messo la sua bacchetta magica» [p. 24]. Altre volte sono piccole epifanie: «C’erano anche i giorni belli/ nella casa delle fate/ i giorni dove il sole entrava dalle finestre/… e i ricordi sembravano quasi inutili» [p. 16]. Spesso sono i desideri stessi che interrompono la circolarità, suggerendo al cuore un movimento diverso: «tutte sedute…/ …vorrebbero volare come ballerine» [p. 15]; «ti vuoi bere la vita, tutta quella che ti rimane/ e goderti ogni cosa/ che poi si torna a letto, in mezzo all’urina che esce/ dall’incerata» [p. 16]; «In questa giornata liquida/ respiri e giaci/ e ti addormenti/ sognando il principe azzurro che ti abbraccia/ e tu/ lo desideri ancora» [p. 21]. Il desiderio maggiore rimane quello di un gesto di affetto: «La minestrina a cena e poi di nuovo a letto/ e la fata con gli occhi aperti fissi al soffitto/ e la notte ˗ tutta ˗ è tempo eterno./ Eppure, eppure. Una carezza, solo una carezza». Una carezza, una premura, un segno di attenzione: ecco cosa può scalzare la chiusa ripetitività del tempo e ravvivare la speranza: «C’è ancora la speranza/ l’alone di vita che circonda le cose/ tutto sembra pulsare» [p. 27].

Nella ciclicità si aprono queste piccole fessure perché la realtà non è compatta, monolitica, ma nasconde sempre qualcosa: «mentre le mani scavano tra ricordi invisibili» [p. 21]; «In questo luogo bianco/ la fata di bianco ha solo i capelli/ tutto il resto è un colore/ che nessuno riesce a vedere» [p. 23]; «ma dietro ci sono le cose invisibili/ il tremare delle mani/ le gambe che non sorreggono più/ neanche il ricordo» [p. 25]. A celarsi sotto il primo strato dell’apparenza può essere il desiderio, come si è detto prima, oppure un dolore: «ognuna a raccontare la propria storia/ a nascondere i dolori» [p. 15]. E poi, dentro il corpo, «quest’anima giovane» che «è prigioniera» [p. 18]. Nella sottile dinamica della vita che è “nascondimento”, solo con la Morte si gioca allo scoperto. La Morte non si camuffa, e neanche le fate si nascondono davanti a lei, ma quasi la sfidano: «e la Signora Morte neanche si nasconde/ mentre le guarda/ per decidere chi portare via per prima» [p. 15]; «Bella la fata, come una bambola/ col vestito azzurro a fiori e la pelle finta di cera/ e davanti alla Signora Morte mi fa l’occhiolino e dice:/ “Voglio un costume rosso per andare al mare/ e un grande cappello di paglia”» [p. 17].

Proprio perché la realtà contiene al suo interno una dimensione più difficilmente accessibile, Cinzia Marulli sembra consigliarci, con i versi della sua raccolta, di affinare lo sguardo e l’udito, ricordandoci che la vita, per rivelarsi, ha bisogno di un’attenzione capace di oltrepassare l’apparenza e di penetrare anche il silenzio. Ma l’invito rivolto al lettore è un percorso che l’autrice ha compiuto in prima persona, nell’arco di tempo che le è occorso per trasformare la vicinanza della madre in una presenza diversa, dopo la sua morte.

Questo è il tempo della poetessa-figlia: un tempo che si spinge con forza in avanti, anche quando torna con la memoria al passato, un tempo di elaborazione e di crescita. Sin dalle prime pagine si avverte il confronto dell’autrice con la propria coscienza, là dove il rimorso è in agguato di fronte alla fragilità della madre: «ora che invochi me/ come fossi io tua madre» [p. 13]; «Va bene figlia, io rimarrò qui a morire» [p. 14]; «ti cerco, mamma, nelle mie notti insonni/ dove la coscienza graffia e morde» [p. 20]. E, insieme alla colpa (non importa se “ingiustamente” provata), il desiderio costante di un perdono: «So che ti ho ucciso prima della morte/ vorrei tenerti a casa con me/ …ma sono sola/ e non ho soluzione/ solo il tuo perdono» [p. 28].

Quando sopraggiunge la morte, il vuoto è di colpo “rivelazione”, una rivelazione che non interpella la parte razionale di chi rimane, ma quella istintiva, affettiva: «S’è piegato il cipresso/ davanti al tuo letto senza numero/ anonimo e impietoso/ come la morte che ti ha portato via/ e io sono lì davanti a te/ e solo ora capisco tutto» [p. 32]. Questo «capire tutto» non è un capire intellettuale, è in realtà un percepire il niente. Da qui, comincia la vera lotta con la nostalgia, con l’incapacità di trovare risposte: «ti rivedrò domani al tuo funerale/ e dopo?/ Dopo non lo so» [p. 34]. La prima mancanza è una mancanza fisica; la fisicità, d’altronde, trova spazio nel libro fin dalle prime pagine: la «pelle tornata bambina» [p. 13], la «pelle finta di cera» [p. 17], l’«urina» [p. 16, p. 18], «le piaghe rarefatte/ delle rughe» [p. 22]. La poetessa scrive: «Non la sentirò più la tua voce/ che mi chiamava/ figlia/ figlia mia» [p. 33]. La ricerca, attraverso la memoria, della persona amata è dunque ricerca di un corpo, di una voce, di un calore. Il ricordo è sensoriale: «in quel pensiero accecato/…mi giunge la tua carezza» [p.31]; «Cerco nel pensiero/ quella mano magra/ le dita quasi tremanti» [p. 39]; «Mi piacerebbe toccare la tua anima/…come la pelle/ calda e rosa che cedeva alle mie cure» [p. 40]. Il rituale messo in atto dalla figlia è un tentativo di rievocare la madre attraverso i sensi. La poesia forse più toccante della raccolta è quella di p. 42, che mi piace riportare qua, interamente:

Ho preso il tuo corredo
quello che conservavi come un tesoro
nel baule della nonna

l’ho lavato tutto
col sapone profumato
che usavi tu per le cose buone

l’ho steso al sole
e ho atteso che si asciugasse
come quando andavamo al mare
con gli asciugamani zuppi di sale

poi mi sono chiusa in casa per giorni
e ho stirato ogni cosa lentamente
come si gusta un dolce speciale
ché tu lo sai che io sono golosa

ogni volta che passavo il ferro
sui tuoi tessuti
era come accarezzarti di nuovo

quando ho terminato
ho rilavato tutto da capo.

Ma nell’urto con il vuoto, ci sono moti di resistenza, una sorta di ribellione di fronte all’insufficienza di ciò che è visibile e che ha un senso solo se evoca altro: «Non ci vengo al cimitero/ non mi piace quella lapide bianca/ …la luce però è sempre accesa/ e io la vedo/ ogni volta che rimango al buio» [p. 44]. La resistenza riesce pian piano a operare un’inversione di rotta, diventa lucida e ironica presa di coscienza: alla morte va sottratta l’ultima parola. La figura materna ritorna così in vita perché ricordata a tutto tondo, anche con i suoi difetti: «Ora basta ricordarti/ morta/ è la tua vita quella che voglio/ non si chiude tutto in una bara/ quelle ossa non mi dicono niente/ rimettiamoci a parlare sul serio/ e facciamo ancora/ qualche litigata/ ché non siamo mai andate d’accordo io e te» [p. 49]; «che tu sei sempre stata capricciosa/ ma io ti ho amato perché eri vera» [p. 52].

Frutto di questo processo interiore è un’accettazione del dolore sempre più consapevole, anche se mai scontata e definitiva: «ma forse è precipitando/ che c’è la pace/ in quel dolore che c’è/ e che ci deve essere» [p. 41]; «La casa delle fate non era in programma/ e il rimorso c’è e io lo voglio» [p. 50]. Dall’accettazione nasce la gratitudine, mentre lo sguardo va rasserenandosi. La poetessa sa ora che esiste un lascito prezioso di cui è entrata in possesso anche grazie al dolore, un tesoro inalienabile che il tempo potrà solo rafforzare: «ma saperti altrove libera e luminosa/ è una serenità che va oltre la gioia/ il tesoro che mi hai lasciato/ cresce nel tempo» [p. 47]

«Il tesoro che mi hai lasciato/ cresce nel tempo»: l’elaborazione del lutto non potrebbe avere un approdo migliore. Il tempo dell’autrice è un tempo fecondo, che contiene al suo interno il tempo delle fate e lo canta, per fare della memoria qualcosa di vivo, proiettato verso il futuro. Non si tratta dunque di rassegnazione, ma di fiducia.

Una simile trasformazione è resa possibile, a mio parere, dall’onestà e dalla semplicità con le quali Cinzia Marulli riesce a dare un nome ai propri sentimenti e alle cose, senza virtuosismi e forzature. Un’onestà e una semplicità che contrassegnano dalla prima all’ultima pagina La casa delle fate, un libro che è coraggiosamente genuino anche nel titolo, a prima vista ingenuo e fiabesco, ma in realtà fedele al suo preciso contenuto. Di fatti, l’autrice ci suggerisce una leggerezza ritrovata proprio dietro la facciata della vecchiaia e della morte (non a caso, «sono belle e tristi le bambine» [p. 15], ovvero sia “belle” che “tristi”, sia “bambine” che “vecchie”).

Cinzia Marulli conclude senza mezzi termini, con amorevole schiettezza: «Io non ti ho sempre amata madre-bambina. Spesso sei stata il mio fardello./ Un peso doloroso sulle mie spalle deboli. Ma per te sono divenuta forte». Capiamo allora che il tono pervasivo di fiducia non è un esercizio superficiale di edulcorazione, ma è il risultato di una lotta tutt’altro che facile, il cui premio è una nuova forza: la “notte” della poetessa è una «notte del dolore e della rinascita./ In essa si è manifestata la luce, quella che nessun nero può coprire» [p. 54].

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