Gocce di coscienza

Articolo di Giovanni Agnoloni

Questo è un mio vecchio articolo, che ho scoperto per caso facendo pulizia nel mio studio per cercare un manoscritto (rigorosamente vergato a mano, come sempre nelle mie prime stesure) necessario per comporre un libro a cui sto lavorando adesso. Siccome non credo nel caso, ma nelle sincronicità, e mi ci riconosco ancora appieno, ecco che lo pubblico qua. Credo di averlo buttato giù al tempo in cui lavoravo a Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori (Galaad Edizioni). Dopo dieci anni e passa dedicati pressoché soltanto alla narrativa (e, ultimamente, alla poesia), questa ricognizione nel passato mi permette di fare una sorta di riepilogo interiore, che spero possa giovare anche ai lettori di questo blog.

Nel pubblicarlo, mi piace ripensare all’amico e maestro di pensiero e intuitività Giuseppe Panella, recentemente scomparso ma ancora spiritualmente con noi, con il quale ho spesso discusso di questi e altri temi consonanti.

Malin Head, Irlanda (foto di Giovanni Agnoloni)

Gocce di coscienza

di Giovanni Agnoloni

Siamo gocce di coscienza che vedono attraverso la percettività. I sensi e la consapevolezza ci mettono in contatto col mondo e fanno sì che giriamo in questa dimensione di massa-energia-spirito, composta da segnali con i quali, anche senza volere, interagiamo. La sostanza del nostro vivere è risuonare, ovvero “vibrare con” qualcosa. Le emozioni sono note vibranti nel cosmo, che contengono in sé un’intuizione di Assoluto. Diventare coscienti di questa realtà significa riaccendere un entusiasmo vitale che è comunicazione con il mondo e il cosmo intero, e vuol dire anche riattivare un contatto col centro di noi stessi e con la profondità dell’Eterno che perfora il guscio delle nostre maschere e delle nostre scissioni: così facendo, riaccende la miccia della nostra “bomba” d’amore, dissotterra il nostro talento sepolto e ci permette, credendo (leggi: “essendo intimamente convinti del nostro potenziale”), di smuovere le montagne. È una fede che, già da prima di tradursi in atto, è realtà, fatto materiale e concreto (l’esatto opposto dell’assenza di “senso pratico”). È atto in sé, e prepara ad agire in modo mirato ed efficace.

A volte il contatto con le cose, proprio nella loro materialità, ci coglie impreparati, prima che la mente razionale si attivi e cerchi di dare un nome e di de-finire tutto. Siamo raggiunti da una percezione simile a una stilettata, una puntura d’ago che penetra nelle nostre difese e ci parla in modo più chiaro e incisivo di qualsiasi definizione. Questa percezione pura ed eloquente è la comunicazione intuitiva, ovvero il risvolto, a partire dal mondo delle cose materiali, di quello che, in letteratura, sono solito chiamare “allegoria naturale”: un insieme di parole che disegna un’immagine, un simbolo così evidente in sé da non aver bisogno di essere spiegato intellettualmente, perché può essere colto e assaporato così com’è. Questa letteratura che parla per tramiti intuitivi si rivolge alla parte più profonda di noi, al lato destro del nostro cervello, al nostro sostrato di archetipi e modelli emozionali che appartengono al nostro vissuto e al mondo/società in cui siamo cresciuti (la letteratura tolkieniana ne è un esempio nobilissimo). E ha in sé un potenziale mitico, nella misura in cui è parola-mythos, che, pregnantemente, significa, e significando riesce ad andare oltre le barriere definitorie dell’Ego (l’identità/faccia prestata al mondo), per sollecitare e e appagare le insopprimibili esigenze del Sé (l’identità vera di ogni persona).

Tutto ciò avviene perché affonda le sue radici nella natura e nei tratti psicologici più profondi e atemporali dell’uomo, che proprio per questo possono ritrovarsi in epoche e luoghi anche molto diversi. La psiche umana, come la natura nel suo complesso, è – come tutto ciò che esiste – un’articolata manifestazione dell’energia cosmica. Capire questo significa aprire le porte a un approccio completamente nuovo alla stessa letteratura, perché non più basato su considerazioni di natura prevalentemente razionale e “tecnica”, ma sulle emozioni dell’uomo. Una singola riga “sincera” – cioè, per dirla con J.R.R. Tolkien, autenticamente subcreativa – di un poeta lirico greco può aprire un ideale squarcio, un canale intuitivo di comunicazione emotiva (e dunque energetica) con un autore contemporaneo, con lo stesso Professore di Oxford o con Dante.

Non si tratta di accostamenti basati su semplici assonanze o su somiglianze esteriori. Si tratta del rendersi conto di che cos’è esattamente una certa sfumatura di colore mettendola accanto ad altre simili ma non identiche; di dare il giusto valore a una nota musicale distinguendola da altre consonanti o dissonanti. Precisare le emozioni sul piano letterario costituisce null’altro che ciò a cui Carl Gustav Jung alludeva quando parlava di “individuazione”. Ed è un “definire” che è diverso da quella tendenza a portare ordine nel caos che è il segno caratteristico della cultura greca classica. Non significa infatti “delimitare l’indeterminato”, ma al contrario rendersi conto che quella nota, quella sfumatura di colore precisa che è una certa emozione, e non un’altra, contiene in sé un potenziale di espansione infinito, una smisurata capacità di risonanza e di apertura alle profondità del Sé, che nessuna definizione razionale potrebbe comportare.

Torniamo così a una fase antecedente alla filosofia classica intesa come Logos apollineo, per affondare nell’imprevedibilità dell’elemento dionisiaco (penso al fondamentale saggio di Giorgio Colli La nascita della filosofia, ed. Adelphi, 1975). Questo thyòs, questo “soffio vitale” che è vita e ha in sé un potenziale energetico esplosivo, anziché essere compresso nelle strutture rigide della razionalità, si trova a essere canalizzato nei circuiti dell’intuitività, che lo ricollega alla sua fonte originaria, il Sé, ovvero la radice sapienziale dell’identità (suggestioni in questo senso vengono dal Saggio su Pan di James Hillman, ed. Adelphi, 1977).

Ecco allora che i testi letterari, e gli echi delle altre arti che possono aiutare a specificare meglio i contenuti emotivi, diventano uno strumento principe per addentrarci in un terzo livello di realtà, distinto da quello puramente razionale – perché i testi non sono solo strutture – e da quello puramente emotivo – perché siamo anche Logos, e la razionalità va pur integrata con l’intuito. Accediamo, in altre parole, a un livello energetico viscerale, di cuore, che ricomprende e abbraccia in sé mente razionale e mente intuitiva, e che, attraverso l’individuazione della natura di ciascuna emozione disarmonica, può permettere di arrivare a intuire il potenziale liberante del suo corrispondente armonico.

Tutte le emozioni disarmoniche derivano, in ultima analisi, dalla paura, e dal suo corollario, il controllo, e in qualche modo possono riassumersi entro l’orizzonte di questo binomio. Il mondo greco ha prodotto una serie di leggi (nòmoi) razionali, per cercare di imbragare la realtà – in sé imprevedibile . entro schemi “rassicuranti”. Prima di questo intervento del pensiero filosofico c’era una conoscenza sapienziale che aveva risvolti molto più dionisiaci, ovvero istintuali-animali. Chiaro è che, in questa fase “primitiva”, il contatto scabroso e a volte fatale con le cose era ben più immediato, per cui la paura, intesa come prossimità angosciante al pericolo del dolore e della morte, era una condizione molto più “normale” e accettata come parte dell’ordine naturale delle cose. Dietro questa paura, c’era tutto quel potenziale di Eterno, ovvero di libertà creativa e guaritrice senza limiti di spazio e di tempo, che la percezione del rischio di soffrire e morire avrebbe poi “condizionato”, sottoponendolo al rischio di doversi “abbassare” e ridimensionare, per non soccombere. E questo è un aspetto che il pensiero greco di età classica non è riuscito a recuperare, se non come condizione di caos-hybris che ingenera la Dike (giustizia) degli dèi, che ristabilisce l’ordine quando il sostrato istintuale ha avuto la meglio, violando l’ordine del Logos – oppure marginalmente, in quei riti misterici che, ancora in epoca classica, continuavano a ricollegarsi al culto dionisiaco.

Soltanto figure come Socrate e Platone, introducendo nel discorso filosofico la tematica dell’ideale, e dunque dell’Eterno e del Divino – inteso come sommamente Bello e sommamente Buono cui s’informa, per “tensione amorosa”, tutto il cosmo – hanno proposto un elemento di riflessione capace di andare oltre questi limiti. E poi lo stesso Epicuro, che, con il concetto di “atarassia” (assenza di turbamento), ha dato una risposta ai turbamenti che il Logos non riusciva a eliminare.

Oggi, alla luce del ricco patrimonio interculturale di conoscenza/esperienza spirituale di cui l’uomo dispone – e in particolare delle intuizioni provenienti dalla spiritualità cristiana e dalle filosofie orientali – nonché delle risultanze empiriche della medicina olistica e di quelle dello studio degli archetipi psicologici, è possibile arrivare a prendere consapevolezza dell’enorme sete di consonanze e reciproche interrelazioni tra stati emotivi affini; e, così, a comprendere (o almeno a intuire) – guidati dalla letteratura e dalle altre arti – l’enormità di questo potenziale energetico che sta nel Sé di ognuno di noi, particella di Assoluto perfetta, non de-finita eppure unica, che si riallaccia all’Eterno in una dimensione spirituale-pratica di sviluppo originata dal Desiderio (leggi: vocazione di vita).

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