Richard Powers, Il sussurro del mondo. Conversazione su letteratura e vita vegetale

di Roberto Plevano

Richard Powers, 62 anni, scrittore statunitense, ha vinto nel 2019 il Premio Pulitzer per la narrativa col suo dodicesimo romanzo, Il sussurro del mondo (ed. La Nave di Teseo), che racconta, in modo assai originale, di esseri umani, di piante e dell’intima e necessaria relazione tra queste vite. L’opera si inserisce prepotentemente nel grande fiume della letteratura nordamerica. Lo abbiamo incontrato al Teatro Olimpico di Vicenza.

Il suo libro è più di un’esperienza narrativa, invita il lettore a una prospettiva nuova sulle cose e sul tempo della vita. Ne era consapevole mentre lo stava scrivendo?

Sono un po’ cauto con l’idea che nel libro ci sia qualcosa di nuovo o di rivoluzionario. Comprendo che sia andato oltre il consueto accordo di narrativa interpersonale, ove vi è un dramma psicologico o sociologico, ecc. Ho messo in scena importanti personaggi – lo sono a pieno titolo – che non sono umani e tuttavia agiscono e hanno un ruolo indispensabile nella trama. Questo potrà sembrare a prima vista strano, ma, più che un libro rivoluzionario, preferisco pensarlo come un’opera che recupera. Dobbiamo ricordare che nella maggior parte della letteratura mondiale, nel corso della storia umana, porre personaggi non umani nelle storie non sarebbe stato rivoluzionario, ma del tutto normale. Quando stavo lavorando al libro – questo è il mio dodicesimo romanzo, ho scritto per un terzo di secolo lavori più tradizionali, con preoccupazioni letterarie più tradizionali – ci ho messo del tempo a liberarmi dal presupposto che il significato sia proprio dei personaggi umani, interno ad essi. Non è così: il significato è esterno. Le nostre storie si fanno più drammatiche quando arriviamo a un conflitto: gli esseri umani vogliono qualcosa che il mondo permette o meno. E proprio cercando di fare i conti con questo presupposto delle storie tradizionali, se c’è qualcosa di nuovo nel mio libro, non è una rielaborazione di vecchi schemi, non è ex nihilo, è una ri-creazione piuttosto che una rivoluzione.

Accanto al riferimento a una tradizione letteraria millenaria, quali sono gli autori più recenti ai quali si sente più vicino?

Da giovane, ero un po’ schizofrenico. Ci sono molti modi di leggere, di dedicarsi all’esperienza letteraria. Si può leggere per la trama, per il carattere dei personaggi, per il linguaggio, per la struttura. Di solito si fa una scelta dell’aspetto ritenuto migliore, e tutto il resto rimane un po’ secondario. Da giovane avevo desideri “incompatibili”. Da un lato mi affascinava il romanzo inglese del XIX secolo, l’opera di Thomas Hardy, che consideravo un bell’esempio di dramma psicologico, ma anche una visione filosofica di un mondo non particolarmente ospitale per gli esseri umani, della tragedia tra vita privata e pubblica, di un dio tirannico e indifferente, quasi sadico. Dall’altro, ai libri costruiti su trama e personaggi si affiancava il lavoro di James Joyce, che era affascinato da linguaggio, struttura e analogia. Così, nonostante James Joyce e Thomas Hardy abbiano poco in comune tra loro – sono completamente opposti – pensavo lo stesso che se avessi potuto imparare da Hardy come creare tensione drammatica e intensità psicologica, e imparare da Joyce come usare il linguaggio in modo giocoso, e la struttura in modo filosoficamente evocativo, avrei avuto tutti i miei cavalli alla carrozza, avrei fatto cose straordinarie. Forse è impossibile avere tutto allo stesso tempo, ma questo era il mio ideale da giovane, imparare da queste due incommensurabilmente diverse concezioni del romanzo.

Nel suo romanzo gli alberi sono personaggi a pieno titolo, con cui il lettore può stabilire una relazione emotiva, eppure le pagine che voltiamo sono carta prodotta dal legno…

Potrei dare un paio di risposte. Come usiamo un albero? Qual è il modo migliore di usare questo materiale così straordinario? Non so quale carta usi La Nave di Teseo, negli USA abbiamo usato carta riciclata al 100%. C’è un’altra risposta. Quasi tutte le antiche foreste sono state distrutte, spesso per fare carta. Oggi la carta è generalmente prodotta da piantagioni con un ciclo di raccolta molto breve, 30 anni. Se ci si preoccupa di salvare i boschi antichi e i sistemi ecologici rimasti relativamente intoccati da quando l’uomo è comparso sulla terra, il modo migliore è ridurre il consumo di carne. L’80% del disboscamento di foreste primaria è causato dall’agricoltura, piantagioni di palme da olio o foraggio per il bestiame. A ogni lettore che si senta un po’ colpevole per i libri che compera, dico di considerare la vera distruzione che avviene. C’è un momento nel mio libro in cui due personaggi salgono su un enorme sequoia, e stanno gridando contro i boscaioli a terra. I boscaioli li considerano dei pazzi, l’albero è una risorsa da usare e un altro albero crescerà in futuro. Perché protestare così su qualcosa di rinnovabile? La donna sull’albero dice loro “non vi diciamo di non tagliare l’albero. Vi diciamo di tagliarlo come se fosse un dono.” E un po’ più avanti c’è il suggerimento che qualsiasi cosa si faccia dell’albero, bisogna essere sicuri che sia una cosa tanto buona come era l’albero. Questo dico sulla lettura e scrittura. Oggi ho ricevuto questo meraviglioso omaggio, la guida al teatro Olimpico. La carta viene dagli alberi: quando lo leggo, dipende da me ricordare che qualcosa di magnifico è scomparso per produrre questa cosa: lo prendo come un dono.

Viene in mente la travatura del tetto di Notre Dame…

Lo sa che in Europa non ci sono più alberi grandi abbastanza per sostituirla?

La pianura padana era un’immensa foresta prima dell’arrivo dei Romani. Ancora nel XV sec. vi sono testimonianze di vaste aree boschive, a poca distanza da Vicenza. Non dimentichiamoci che qui la Repubblica di Venezia preservò le zone boschive, anche in pianura.

Molto interessante. Ormai in Europa occidentale ci sono pochissimi resti di foresta primaria. Mi domandavo se scrivere questo libro sulle ultime aree di foresta negli Stati Uniti sembri strano, o poco significativo agli Europei. Una delle idee centrali del mio libro è che non esiste un’umanità separata dal resto. Tutto quello che siamo dipende da altri esseri viventi. Se si riconosce questo, si deve ammettere anche che non esiste una natura separata. Abbiamo lasciato la nostro impronta sulla natura da quando siamo comparsi qui, e dobbiamo cominciare a ripensare il mondo di nuovo, non come se ci fossimo noi, e ci fosse la natura, ma sapendo che siamo una tra milioni di specie che formano l’ambiente.

Già dal titolo (The Overstory) il suo libro ci porta sul piano di un’altra storia, oltre quella umana. È contento del titolo scelto in traduzione, Il sussurro del mondo?

Sono felice per questa scelta. Il titolo inglese è intraducibile in altre lingue, perché poggia su una specie di gioco di parole: the Overstory è la parte superiore dela foresta, lo strato delle chiome degli alberi, poi c’è lo strato di sottobosco, il suolo e le radici (the understory). The Overstory è la Storia sopra e oltre le storie, la Storia che contiene tutte le altre storie e fornisce il contesto e il senso più generale. Questo non può essere tradotto in nessuna altra lingua. Come si può rendere? In Francia hanno scelto L’Arbre-Monde, L’albero del mondo. Penso che il titolo italiano sia bello. So che ci sono state discussioni nella scelta tra Il sussurro del mondo e Il sussurro della terra, ove la prima scelta suggerisce una prospettiva più grande. In Spagna invece è El clamor de los bosques: uno è un sussurro, l’altro è un gridare, e credo che dica qualcosa su due culture diverse, no? Forse quello che in italiano è “sussurrare”, in Spagna è un grido!

Il suo libro ha delle parti che fanno pensare all’ epica e alla letteratura sapienziale. Si inizia con un riferimento alla Genesi: “All’inizio non c’era niente. Poi vi fu qualcosa”. Aveva in mente un’idea di ri-creazione del’intera esperienza umana attraverso il suo libro?

No, questo sarebbe stato ovviamente impossibile. Come in teatro un piccolo gesto può suggerire che si procede verso un luogo inaspettato, a cui si arriverà col riconoscere dei significati, la storia di cui parlo si svolge in un lungo periodo. È l’idea del tempo degli alberi che ho voluto evocare nell’uso di questo incipit lirico, e ogni sezione ha delle parti liriche come se fossero pronunciate dagli alberi stessi. Questa invocazione di un tempo oltre il tempo umano è molto importante. Le righe iniziali sono arrivate dopo molte stesure, e sono venute da una mia cara amica, la poetessa Brigit Pegeen Kelly, quando era sul punto di morire. Ha chiamato suo figlio al capezzale e gli ha detto una nuova poesia: First there was nothing. Then there was everything. Sono state le sue ultime parole. Le ho poste all’inizio del libro come un omaggio a lei, ma anche perché sono le parole più giuste: questo è il miracolo, la vita sorse da materia inanimata; fino a quel momento c’era soltanto fisica e chimica: tutto allora cambiò in biologia.

Nel suo libro vi è l’idea che la società umana non funziona, non è affatto una società razionale, è incapace di scorgere le conseguenze di molte azioni. E il lettore si meraviglia che gli alberi invece formino una società diversa, capace di intelligenza collettiva. Lei pensa che un libro possa avere un potere di cambiamento nella vita quotidiana delle persone?

La domanda è sul ruolo di un medium tradizionale, arcaico, come il libro, in un modo in cui si sono affermati media molto più potenti, capaci di avere un impatto su di noi. I mezzi di comunicazione prevalenti sono un assalto sensoriale quotidiano, eccitante e non c’è dubbio che ci condizionano emozionalmente. Ma non possono porci in un’altra relazione con il tempo. Non possono cambiare la consapevolezza della durata. Qualcosa che avviene rapidamente e in modo intenso, può anche svanire rapidamente. Le emozioni sono utili, e l’uso artistico delle emozioni è molto importante, ma un libro… Quante ore ci vogliono a leggere? Quanti momenti in cui si dimentica il passare del tempo perché si è immersi in quello che succede nella pagina, parola per parola? Quante volte ci si ferma e si vuole rileggere una frase, più volte? Questa è la ragione per cui io amo questo medium. Magari non è quello che ha l’impatto emozionale più grande, anche se può avere un’influenza profonda, ma è il più potente per cambiare la consapevolezza di noi stessi, della nostra esistenza nel tempo. Il libro può invocare un tipo diverso di coscienza, più lenta, più attenta, più quieta. Davanti al suo ultimo lavoro artistico, in cui dispone alberi sul terreno secondo un disegno, in attesa che crescano, l’ultima parola di Nicholas in inglese è still, che significa ‘nonostante’, ma vuol anche dire rimanere immobili. Nello schema del mio libro è importante la differenza in durata della vita degli alberi e degli uomini, che è così effimera. Il castagno piantato in Iowa rimane immobile (still) a fronte delle storie delle generazioni della famiglia di Nicholas, ma a tutte dà un significato.

(una sintesi di questa conversazione è apparsa ne Il Giornale di Vicenza, 28 giugno 2019)

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