Denata Ndreca, “Tempo negato”

Intervista a Denata Ndreca

di Giovanni Agnoloni

La poesia di Denata Ndreca declina il tema dell’amore in una molteplicità di forme possibili, tutte legate dal canale interiore della passione, a volte lacerante, a volte legata a un filo di memoria e nostalgia. Tempo negato (edito da Scribo) è una raccolta che esprime tutte queste modalità espressive del sentimento per eccellenza. Ecco tre liriche che ho particolarmente apprezzato, nella raccolta, e a seguire una mia intervista all’autrice.

Dicono che Ottobre
è il mese dei ritorni,
di quei sfortunati
“piccoli – grandi” amori.

Dicono che Ottobre
diventa rosso,
viola – arancione,
mentre vede le fanciulle timide
che spostano la tenda
per affacciarsi dal balcone.

Dicono che Ottobre
spoglia corpi, cuori.
Per poi rivestirli
di silenzi
e lunghi tenebrosi orgogli.

Dicono che Ottobre
abita in casa
tua,
nostra,
sua,
vostra,
loro,
mia.

Di tutti quelli
che hanno visto qualcuno
andare via.

ottobre

Stasera ho nostalgia di Milano.
Sai,
come quando ero studente
e tutto quello che potevo permettermi,
era il lusso di prendere il treno
da Firenze Santa Maria Novella verso Milano centrale,
per andare a perdermi
dentro il sorso di un caffè.

Pochi soldi nelle tasche,
qualche volta avanzavano
anche per un caldo the.

Al posto del pranzo
vicino alle belle gallerie,
mi riempivo con l’odore delle librerie,
delle castagne che vendevano
in piazza del Duomo ed il profumo del vin brulé…

Mi fermavo
In un angolo della strada a guardare
il grigio
che i passanti
elegantemente
portavano dentro di sé.

Stasera sono io
ad aver nostalgia di
Milano,
di quella ragazza
che c’era in me.

Di quella ragazza pazza
che prendeva il treno
solo per un caffè.

Milano 2018

Fischiano i treni mai partiti,
nelle orecchie sorde
di un tempo mai passato.

Guardo il varco vuoto.
C’è ancora attraccata la nave
sul bordo della quale
non mi fu concesso salire.

Chiuso il tuo cuore,
il mio unico porto
da dove partire.

al varco

Denata Ndreca

La tua poesia s’incentra sul tema dell’amore. Vogliamo scongiurare il rischio che qualcuno dica ‘la solita vecchia storia’? Personalmente, ho trovato il tuo approccio viscerale e sofferto, e per niente ‘scontato’. In che modo l’amore come fonte d’ispirazione poetica può ripresentarsi oggi con rinnovata freschezza, e tu come l’hai affrontato?

“Datemi una leva e vi solleverò il mondo” diceva Archimede.

L’amore ha lo stesso potere, solleva l’anima. È quel punto d’appoggio da dove possiamo ripartire sempre, tutte le volte che cadiamo, tutte le volte che sanguiniamo, tutte le volte che moriamo da vivi. E ce l’abbiamo tutti questa forza, anche se ben nascosta ed a volte chiusa in chiave, consapevoli che

“L’amore non ha bisogno di una casa
dove deve invecchiare.
L’amore è libero.
Vuole solo amare”

Un’altra dimensione conta moltissimo, nei tuoi versi: il distacco dalla tua terra d’origine, l’Albania. È anche questa una variante del tema dell’amore, e in che modo ti ci sei confrontata?

 La porto con me, sempre. La prendo per mano, perché una terra si fa prendere per mano esattamente come noi, ha bisogno di sentirsi amata e rispettata, perché la terra è anima. Litighiamo spesso, ma sa che è la mia forza. La sua sofferenza è stata la mia unica ricchezza.

Tu scrivi con ottimi risultati in quella che per te è una lingua d’adozione, l’italiano. La tua ispirazione nasce direttamente nell’idioma italico o a volte componi in albanese e poi ti traduci? E, più in generale, come vivi il tuo bilinguismo, sul piano letterario?

Scrivo in italiano quando il pensiero nasce in idioma italico. Scrivo in albanese quando nasce nella lingua della mia terra. Io personalmente non ho mai tradotto i miei testi, forse perché dentro di me, alla fine, c’è un unico linguaggio che conta: quello delle emozioni. Il bilinguismo penso sia una sorta di occhi in più per poter vedere il mondo…

Il concetto di nazionalità – sia pur in senso culturale – ha una sua importanza, in campo poetico, o è perfettamente indifferente provenire da un paese piuttosto che da un altro? Voglio dire, al di là dei tratti universali dell’animo umano, essere di una determinata nazionalità e avere un certo retroterra conferisce un quid specifico ai versi? Nel tuo caso, l’origine albanese dà un tocco particolare alle tue poesie?

Tutto ha la sua importanza. Non dimentico. Non dimentico la condanna silenziosa, apparentemente nascosta, colpevole dell’unico fatto di essere straniera. Non dimentico il filo spinato del mio confine. Mi punge, c’è ancora, oggi è invisibile. Non dimentico quel vento che soffia e arriva dai Balcani. Non dimentico le montagne maledette (le chiamano proprio così). Tutto questo conta, soprattutto per la mia poesia. E torno a rispondere alla prima domanda, se la fonte d’ispirazione poetica possa ripresentarsi oggi con rinnovata freschezza? La mia parte di freschezza, è nel vento dei Balcani, nell’ identità e nell’ autenticità.

La poesia è per te più espressione del lato dionisiaco o di quello apollineo della vita? O ne rappresenta un bilanciamento?

 L’infinito. Per me la poesia è l’infinito, un infinito che so vedere, un infinito che non ho paura di sentire. Io sono quel punto zero da dove lei parte. Come in matematica: al lato destro del numero zero troveremo i numeri positivi, al lato sinistro del numero zero troveremo quelli negativi. Ed io continuo a rimanere lì, in questo infinito dionisiaco e apollineo. Continuo a rimanere lì, perché io non voglio stare dentro un segmento. La poesia non può stare dentro un segmento o mezzo-segmento.

Quali sono gli altri tuoi libri tuttora editi, e quali i tuoi prossimi progetti?

l primo è stato “Intorno a me”, poi “Senza paura” , “Un faro nella nebbia”, “Tempo negato”; i libri per bambini “La carrozzina magica” e “Sono io”.

Progetto. Per me la parola progetto vuol dire responsabilità e dedizione. Il mio è questo. Cercare di esserci accanto a chi la vita li ha negato il tempo.

Denata Ndreca nasce a Scutari, città emblema della cultura albanese, l’8 febbraio 1976. È lì che trascorre gli anni della sua infanzia, della sua gioventù ed è lì che si laurea. Giornalista, collabora con la radio statale “Radio – Shkodra”, pubblica nel giornale locale e nelle riviste nazionali. Nel 1999 lascia definitivamente L’Albania. Nel 2000 arriva a Firenze, città dove ha frequentato l’università, lavora, scrive e vive tutt’ora.

Alcune delle opere della pluripremiata poetessa albanese (fiorentina di adozione), sono state tradotte in spagnolo, inglese, francese, thailandese e nella sua lingua madre, l’albanese.

Lavora come coordinatrice di servizi sociali e si occupa di diritti umani.

 

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