Frammenti di Cinema # 17

 

 

Tra Roma violenta di Franco Martinelli (pseudonimo di Marino Girolami) del 1975 e Gomorra di Matteo Garrone del 2008 c’è il vuoto in Italia riguardo a questo genere di film. Il commissario Betti di Maurizio Merli ha avuto meno fortuna del Montalbano della serie televisiva. Il poliziesco infatti è sempre stato considerato di serie B, sia nel cinema e ancora di più in letteratura. Ancora oggi, infatti, che il genere è stato sdoganato, pochi hanno letto qualcosa di Giorgio Scerbanenco, misconosciuto giallista italiano degli anni ‘60. Non ha ricevuto neppure quel riconoscimento postumo che è spettato, anche con merito va detto, agli “spaghetti western”. L’unica eccezione sono stati i film della serie di Tomas Milan con il suo “er Monnezza”. In questo caso, però, è stato il trash e non il genere a fare da traino.

Il salto di qualità lo si deve a Claudio Caligari. Il suo film d’esordio, che col poliziesco non c’entra niente, Amore tossico del 1983, girato con attori non protagonisti, autentici tossicodipendenti o con un passato di dipendenza ha avuto il merito di raccontare il passaggio epocale di alienazione e massificazione post-sessantotto nelle periferie metropolitane, con uno spirito pasoliniano autentico, senza parodie. E ha anticipato così un intero filone cinematografico, rendendo il proprio stile meno incomunicabile, più popolare senza diventare conformista. Le altre sue opere della sua troppo breve vita, L’odore della notte (1998), e Non essere cattivo (2015), non a caso hanno lanciato due attori chiave per questa new wave di genere, Giorgio Tirabassi e Luca Marinelli. Sono rimasti, tuttavia, film culto per pochi appassionati alla storia del nostro cinema.

Il film che ha davvero fatto esplodere, è il caso di dire, il genere è stato un altro: Romanzo Criminale (2005), che Michele Placido ha tratto dall’omonimo libro di Giancarlo De Cataldo. Da qui, per emulazione, è nata Gomorra, che ha ripreso un altro libro, quello di Roberto Saviano,  e Suburra (2015) di Stefano Sollima (figlio di Sergio che nel 1970 gira Città violenta). Tutti film che, non a caso, non stati seguiti da un serie televisiva.  Senza inoltrarci sul perché il poliziesco (termine inadeguato per classificare film molto diversi tra loro) è stato da noi snobbato in passato, mentre ora è diventato così popolare e autorevole, è curioso notare che siano stati i libri a dare la spinta ai film. Non è il caso di Caligari. Le sue storie nascono nel cinema e per il cinema. E questo fa la differenza. Accanto a lui, è il caso di Antonio Capuano, che  con il suo film di esordio, Vito e gli altri (1991) si mette su questo solco post-realista, anticipando di molto la Paranza dei bambini (sia il libro che il film). E di Pasquale Scimeca, che con I briganti di Zabut (1997) tenta l’azzardo di girare un film sulla nostra “questione meridionale” come se fosse un western. Di questi registi, purtroppo, non resta memoria.

Si tratta,  forse, di registi e film troppo in anticipo sui tempi. Certo è che dei temi e dei soggetti sociali da loro trattati, nei più fortunati film di questi ultimi anni resta solo la fenomenologia, senza più anima. Esemplare è Dogman (2018), ancora di Garrone, che deve il suo successo ad una periferia “troppo periferia”, ad un cane “troppo grande” e ad una faccia, quella di Marcello Fonte, “troppo vera”. Il resto lo abbiamo già visto.

 

 

 

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