Conforme alla gloria di Demetrio Paolin

Edito da Voland, collana Intrecci, nel 2016. Tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2016

Capisci subito quando un libro ti accompagnerà per molto tempo, oltre l’ultima pagina. Lo senti quando i personaggi che hai incontrato in un cammino relativamente breve ti si presenteranno come ricordi di qualcuno che hai conosciuto, o che ha una storia alle spalle che difficilmente dimenticherai. Quello che non sai fino a quando arrivi almeno a metà del cammino è se un libro rappresenterà una “lettura”, un viaggio, un’emozione o un’esperienza. Non sono tanti i libri che ti chiamano in causa in prima persona, ti coinvolgono come fossero installazioni di arte contemporanea, anzi, performance, come si dice adesso, e ti mettono come davanti alle tue convinzioni, le certezze, il bianco e il nero che a volte, per forza di cose, deve diventare grigio, filtrato attraverso l’empatia, la comprensione, ancor prima che la giustificazione.

In questo libro ogni cosa è gestita come una composizione perfetta di un’emozione, di un messaggio, un significato, la narrazione di un momento preciso.
Tutto è interessante in Conforme alla gloria, a partire dai personaggi che l’autore ha scandagliato fino ad arrivare a una profondità per il lettore inaspettata. Non ci sono cadute di tono, ingenuità, didascalismi nel raccontarli; sono loro, tutti, che si raccontano da soli, scarnificandosi davanti al lettore, che è molto più che spogliarsi.

Ci vuole coraggio a scrivere un libro così, in cui tutti gli astanti devono fare i conti con un passato che li ha marchiati a fuoco – chi in senso metaforico, chi reale – che condiziona con forza e prepotenza il loro presente.Non è facile gestire al meglio la dinamica fra colpa ed espiazione, non è semplice mettere in scena il rapporto fra la colpa di un padre che ricade a cascata su due generazioni successive e la reazione, in un certo senso estrema, scomposta, di un figlio che ne prende coscienza. In situazioni come questa è facile, per un autore, rischiare di ergersi ad anima giudicante e indurre il lettore verso il desiderio di gogna, che tanto ha intriso i nostri tempi. Demetrio Paolin corre il rischio e ne esce vincente, narratore esterno ed empatico, oltre che fine osservatore dell’animo umano.

Sorprendenti sono anche gli espedienti narrativi da cui partono le due storie principali, quella di Rudolf e quella di Enea, colpi da Maestro che difficilmente si trovano nei romanzi contemporanei. Proprio come in un’installazione artistica, che concretamente prenderà la scena nella seconda parte della storia, il lettore si imbatte insieme a Rudolf in un quadro realizzato con pelle umana nel campo di Mathausen, in epoca nazista. La scoperta apre nel protagonista una ferita che sarà difficile rimarginare e farà prendere una svolta inaspettata alla sua vita; e lo metterà di fronte alla crudeltà, la ferocia del passato, e alla figura di un padre come non lo aveva mai conosciuto. Incontrare l’uomo dietro la figura paterna fa fare i conti anche con sé stessi, con la convinzione che da una pianta “marcia” i frutti possano nascere solo bacati. Il modo per espiare questo peccato originale è portare il passato dentro il presente fino allo stremo, e cercare di proiettarlo in un futuro diverso, “pulito”. Così come tenta di fare in maniera estrema e plateale Enea, l’altro personaggio chiave della storia, anche lui con una colpa da espiare. Nel suo caso l’espediente altamente letterario ed evocativo è proprio il ricorso all’arte, nella sua forma più cruda e performativa, attraverso cui lui riproduce, metaforicamente e non, il suo personale peccato originale.
Tutti i personaggi hanno una fortissima valenza simbolica e sono strumento naturale di confronto, di lettura di due epoche legate fra loro da due generazioni a contatto. La giovane modella di Enea, un transessuale costretto a fuggire, sono lo specchio di un disagio indotto dall’esterno, da un’eredità che pesa, ancora una volta, sui figli di un’epoca difficile.

Conforme alla gloria è una delle esperienze di lettura più forti, coinvolgenti e sorprendenti che mi sia capitato di vivere con un romanzo. Lo consiglio con tutto il cuore (e la testa), anche come specchio di tempi più recenti, che non rappresentano solo lo sfondo per la scena, ma si intersecano perfettamente con le vicende dei protagonisti.
In questo libro si trova anche una sorta di partecipazione straordinaria di Primo Levi, un Virgilio che guida attraverso la storia. Anche in questo caso, lo studio e la rappresentazione del personaggio è talmente originale da mostrare al vivo la persona Levi, anche al di sopra (o dall’interno più profondo) dei suoi scritti. Come se Paolin avesse voluto trarre la voce più intima dello scrittore e offrirla al lettore per dare ancora più spessore – culturale, sociale, emotivo – al tema.

Una delle domande che trovano un’amara, crudele, reale risposta in questo romanzo è: Come si può sopravvivere al male, tanto subito quanto agito?
Si pensa sempre alle vittime di comportamenti atroci spesso senza ragionare sulle persone che si sono trovati a dover obbedire a degli ordini, o a volerli eseguire, per date circostanze, situazioni o coincidenze. Il senso di umanità che viene fuori da questo romanzo è struggente, mette in discussione anche noi stessi di fronte alle opportunità e alle contingenze, alla colpa, alla dipendenza della nostra vita da chi ci ha generato e da chi ci circonda.

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