Alessandra Angelucci: “La pazienza dei melograni”

Intervista di Giovanni Agnoloni

Per voi oggi un’intervista densa e illuminante (grazie a lei) ad Alessandra Angelucci, poetessa e giornalista abruzzese, che con La pazienza dei melograni (ed. Controluna, 2019) ha realizzato una silloge poetica che viaggia sulle corde di un legame emozionale antico e viscerale con la natura e l’altro – dalle domande e risposte, vedrete bene come emerga la polisemanticità di questa espressione. Iniziamo intanto con tre liriche che ben sintetizzano contenuti e spirito della raccolta.

Freddo

È arrivato il freddo
il pendolo dell’orologio è fermo dal tempo degli angeli
e la voce non parla più fra le lancette alla parete
ci vogliono occhi d’acqua e sale per scorgere
il velo della purezza e l’incanto

e non servono neppure cento carezze
se contare stanca e iniziare spaventa
c’è troppa durezza in questo mondo di leggi e sentenze
tutti a processo dietro gelidi altari

ma tu l’hai visto mai un povero davvero
la ricchezza che scalfisce ogni abbozzo di speranza
l’ansia per ciò che ha fatto ieri nascosta nel domani
finta certezza di chi non ama

è arrivato il freddo in questo mondo
e non c’è Era glaciale che possa dirsi più profonda
ma qui a Est s’è aperta una ferita di pesco
e fra tanto gelo è nato un fiore.

T’ho sentito amare

Ho cercato anch’io il soffio di vita
il cappello da cui attendersi sorprese
la vampa che avvolge sulla punta del naso

l’ho appreso arando la terra e seminando il presente
che le gioie vivono alla fine dei libri
dove gli appunti di matita s’assottigliano in pochi accenni

come al tempo degli ulivi in collina
quando i sogni rimbalzavano come gocce in pasta
fra l’acqua calda e il lievito in farina
e avrei persino dimenticato il mio nome

se non avessi ritrovato la musica e il canto
e fu così bello e fu forse la prima volta
quella in cui sul viale di una domenica fiorita
t’ho sentito amare quello che i più non hanno amato.

Arriverà il giorno

Stai ancora guardando il punto
dove il chiodo non sorregge più nulla
neppure l’abito della festa

Arriverà il giorno della certezza
quella impavida e senza argini
come il fiume nelle stagioni di piena

Arriverà l’ora senza minuti da contare
il tempo è una chimera se lo ascolti
in cima a un monte

Arriverà il momento di scendere a valle
di farsi torrente e poi foce e mare
pregare sui resti lasciati al destino
mentre il mondo non si accorge
più di niente

Lo dicono le pareti diventate muri
e i mattoni abbattuti da pochi coraggiosi
e siamo ancora qui a dircelo piano piano
che dobbiamo proseguire
davanti a un ingannevole miraggio.

Intervista ad Alessandra Angelucci

Alessandra Angelucci

– Ne La pazienza dei melograni hai declinato riccamente il tema dell’amore come sostanza plastica che si diffonde parimenti tra (e verso) la natura e gli esseri umani. Ne emerge un senso di spontanea compresenza, una misura di contemplazione ambientale che entra nell’intimo del discorrere e dello scoprirsi. Qual è stata la ‘molla’ che ha innescato questo tipo di indagine poetica?

«Mi è sempre piaciuto associare l’arte dello scrivere a quella dell’archeologo. Uno scavo continuo e lento che richiede cura e delicatezza per il ‘luogo’ che stai esplorando. Nel mio caso specifico quello dei sentimenti e delle esperienze che in modo imperfetto l’uomo traduce in parola. Probabilmente l’interesse per l’arte si è radicato in me come capacità di osservazione, mentre la contemplazione della natura potrei riportarla al tempo dell’infanzia e preadolescenza, quando gli orologi si guardavano poco e i cellulari non esistevano. La prima forma di amore credo di averla riconosciuta proprio in quegli anni, nella danza frenetica dei girini sul lungofiume delle montagne abruzzesi. Andavo spesso a raccogliere sassi, nella convinzione che la natura sia custode delle risposte che l’uomo spesso cerca invano. Ancora oggi la montagna è per me il tetto di collegamento a Dio. Dell’amore – inteso come sodalizio affettivo con l’alterità – non può fare a meno nessuno. In qualunque modo lo si voglia considerare, ciascuna persona è destinata a fare conoscenza della ‘madre’ di tutti i sentimenti. È un miracoloso inciampo che disegnerà per sempre la feritoia fra un prima e un dopo, nel tentativo costante di mettere in opera l’esperienza di ‘essere riconosciuti’.»

– I tuoi versi paiono dialogare con un ipotetico interlocutore, che non si sa se sia o meno il lettore: guardano infatti attraverso e oltre il suo punto di vista, emanando un’aura di racconto orale, ricevuto e trasmesso per generazioni. Forse questa impressione nasce dal fatto che sottintendono l’intuizione di base che la vita si sostanzia di moti dell’animo sempre uguali a se stessi?

«È importante, per me, pensare di poter aprire un dialogo lungo la trama dei versi. La parola è ricamo, tessuto dell’esistenza, democratico manifesto in ogni dove, se si ha il coraggio di spogliarla delle sovrastrutture e dei filtri ereditati nel tempo. Niente unisce e divide come la parola. In diverse occasioni, quando scrivo, mi capita di dare forma a un ipotetico interlocutore; a volte è il riflesso di ciò che sono o immagino di essere. In questo modo il verso rinuncia al tentativo fasullo di raccontare verità assolute e in qualche modo consegna all’altro – lettore/interlocutore – la possibilità di immedesimarsi e farsi protagonista dell’esperienza ‘cantata’. Come in arte, l’opera si compie nel momento in cui chi la osserva si apre allo sguardo e ‘sente’.»

– Tu concepisci la poesia come una forma di canto dell’anima, ovvero una manifestazione essenzialmente lirica? Perché i tuoi versi hanno anche una natura spiccatamente ‘narrativa’, nella misura in cui questa ‘confessione’ si fa racconto di vicissitudini interiori.

«Mi fa piacere ricevere questa domanda, perché mi porta a riflettere sul ritmo e sulla musicalità de La pazienza dei melograni. Un libro che raccoglie sessantotto liriche nate nel tempo, in più di due anni. E il mio incedere nel verso e con il verso non è mai stato uguale. A volte ho avuto la necessità di ‘elevarmi’ “dall’alto dei tetti” per percepire il dono lirico “di una vertigine divina”; altre volte la mia parola si è distesa sul filo di un sentire più simile al racconto o alla denuncia sociale, con l’intento di farsi più diretta nella memoria del presente: “Siamo pezzi di materia in movimento/ urtiamo sugli spigoli di chi si oppone/ e ci perdiamo nella carne/ ad ogni tentativo di ristoro”.»

– Traspare anche un velo di malinconico rimpianto, forse di amarezza (penso ad una poesia come “Arriverà il giorno”). C’è dunque anche un’anima filosofica nel tuo lavoro poetico, dove per filosofia intendo l’arte di apprendere dai flussi dell’esistenza, così come l’agricoltore impara dai cicli della natura?

«Quale migliore saggezza dei contadini, che raccontano la bellezza di una terra che insegna all’uomo la gioia della nascita e l’imprevisto della secca. La natura non mente e, se la tradisci, non perdona. Si riprende tutto ciò che ti ha dato. Noi tutti dovremmo fare tesoro di questa legge incisa dentro il cuore degli alberi. La sottile malinconia che hai colto in “Arriverà il giorno” è l’abbraccio sincero alla speranza tradita. Con dannunziana memoria, possiamo tutti ritenerci naufraghi di una “favola bella”, qualunque sia stata la forma d’amore esercitata. Lo dico chiaramente, quando “il chiodo non sorregge più nulla/ neppure l’abito della festa”.»

– L’attenzione che dimostri per la contemplazione della dimensione naturale, nei suoi risvolti paesaggistici e in quelli attinenti al comportamento umano, pare riecheggiare la lezione dei più grandi maestri della tradizione poetica italiana – su tutti, penso a Giacomo Leopardi, a Eugenio Montale, ma anche all’intensa intuitività di Cristina Campo, e alla passionalità venata di dolore di Alda Merini. A chi ‘guarda’ la tua poesia, ammesso che tu ti riconosca in qualche ‘modello’?

«In un passaggio della lirica La pazienza dei melograni, che dà titolo all’intera opera, c’è il senso di ciò che affermi: “Apro il frutto e lo contemplo immota/ e cerco il senso del primo chicco”. Una contemplazione che ha in sé l’amore per la vita, e quindi anche la passione dolorosa di Alda Merini – come tu dici – a cui dedico questa strofa: “I poeti vivono lì/ dove la follia s’è fatta neve/ o lungo gli scogli dei temerari/ che hanno sfidato il visibile dell’onda” (“Lo diranno i poeti”, pag.19). C’è un’altra poetessa che mi arde dentro ed è colei che con pochi versi mi ha fatto capire l’inutilità della parola ‘tutto’. A lei, Wisława Szymborska, dedico il mio amore per lo scrivere in versi e quella voglia di dire che si fa narrazione del quotidiano.»

– Come stai promuovendo il libro, e quali i tuoi nuovi progetti letterari?

«Il contatto con il pubblico resta la parte più bella, quando gli altri si riconoscono nelle cose che hai scritto. Ti senti meno sola. Con il mio libro edito da Controluna Edizioni sono in giro nelle librerie italiane e ospite di Festival Letterari. Continuerò così per i prossimi mesi. Tu sei uno scrittore, e lo sai: a qualunque latitudine siamo destinati a scrivere sempre e, se non lo facciamo, è per terrena stanchezza. In gran parte della giornata siamo colti dal luccichio della parola che si fa carne. Qualcosa dietro l’angolo s’intravede sempre.»

 

 

 

 

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