Tra la Cina e Favignana: intervista a Massimiliano Scudeletti

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Massimiliano Scudeletti, scrittore e documentarista fiorentino, è autore di due romanzi apparentemente molto diversi, ma – come vedremo in questa intervista – in realtà collegati da un fil rouge piuttosto evidente. Si tratta di Little China Girl. L’ombra della mafia cinese su Firenze, giallo molto particolare (Betti Editrice, 2018), ambientato nella e intorno alla comunità cinese di Firenze, e de L’ultimo rais di Favignana. Aiace sulla spiaggia (Bonfirraro Editore, 2019), recentissima uscita, imperniata sulla figura di Gioacchino Cataldo, ‘mitico’ personaggio custode dei segreti della caccia al tonno a Favignana, nell’arcipelago della Egadi.

Massimiliano Scudeletti

– Il tuo percorso di scrittore parte da Firenze, passa per la Cina e approda a Favignana. Puoi spiegarci il perché e il come di questa traiettoria?

La parola chiave credo che sia commistione. Nel caso di Little China Girl è a diversi livelli: c’è quella antropologica, il tosco-cinese con i giovani immigrati che aspirano la c come fiorentini nati all’ombra del Cupolone; quella culturale, dove il confucianesimo appare tra gli interstizi dei capannoni industriali della provincia di Prato; quella del genere letterario, dove il romanzo giallo viene usato come guida di viaggio nei luoghi meno esotici ma più realmente orientali della provincia fiorentina e non solo. L’idea era di entrare in un ristorante cinese di periferia con il lettore e uscire in un hudong di Pechino. Ma ‘commistione’ rimane la chiave anche dell’ultimo romanzo, questa volta nei linguaggi. Per una storia siciliana con i connotati di una tragedia greca (non a caso il sottotitolo di L’ultimo rais di Favignana è Aiace alla spiaggia), unita a una ferocia moderna altrettanto letale, ho mescolato un’epica greca da ginnasio con un linguaggio evocativo che mi rammentava le sceneggiature della Duras per Alain Resnais. Poi ci ho aggiunto gli storyboard dei Caroselli di quando ero bambino… commistione, appunto.

– La tua scrittura contiene in sé, addensati e al contempo aperti e distesi, lunghi percorsi di studio e meditazione, che si riflettono non solo nel gusto speciale che dimostri per le arti marziali (o, come dice un tuo personaggio in Little China Girl, l’arte), ma nella capacità di fondere in metafore sinestestiche percezioni sospese tra il sensoriale e l’emozionale. Come sei arrivato a questo risultato?

Direi che anche questo fa parte della commistione di cui parlavo prima, ma c’è un antefatto che non piacerà ai molti che impallidiscono anche davanti a forme narrative molto più tradizionali. Il mio personaggio principale, Alessandro Onofri, è nato all’inizio degli anni Novanta; all’epoca scrivevo storyboard per documentari e pubblicità, ma volevo realizzare per lui… un’avventura grafica cioè un tipo di VIDEOGIOCO (e qui vedo le smorfie di molti), che aveva preso il posto delle avventure testuali. Era l’epoca degli Ibm compatibili 286/386 – c’era il Dos e l’allocazione della memoria, gente! -. Ascoltavo i Massive Attack, Les Négresses Vertes e Tricky: da lì a poco i Portishead avrebbero cominciato a comporre musica guardando immagini. Mi piaceva l’idea di mescolare la cultura cinese, quella sinti o la Kabbalah ebraica in un videogioco – un racconto elettronico – con delle radici e con una documentazione ineccepibile in un mondo pre-Wikipedia, dove ancora apprendevi in prima persona o tramite ricerche in biblioteca com’era stato in secula secolurum (amen, aggiungerei).

Ma erano tempi in cui la video-grafica era quello che era, pochi poligoni, scarsi colori, due o tre suoni sintetizzati alla meno peggio, quindi l’evocazione di sfere sensoriali diverse tramite il testo, le sinestesie di cui parli, era un percorso obbligato e affascinante. Poi il personaggio mi ha preso la mano, mi ha portato per strade più tradizionali, ma qualcosa è rimasto.

– Quanto, nella tua scrittura, è ‘figlio’ della tua esperienza di autore di documentari e di esperto di produzione video?

Molto, forse troppo. Per esempio, io conosciuto la storia dell’ultimo rais di Favignana quando quell’esperienza storica era già terminata: chiusa la tonnara, finita la pesca del tonno rosso in Sicilia. Mi sono mosso come un archeologo, non come un tombarolo: la mia narrazione è nata, oltre che dai testi fondamentali sull’argomento (Consolo, Ravazza, Pittrè, Racheli, et.), dalla visione di ore e ore di filmati e soprattutto di fotografie. Guardavo le foto di mattanze, di pescatori, di calate della tonnara e ci scrivevo sopra per quello che mi suggerivano. Certo, dovevo avere un inquadramento storico e tecnico iperdettagliato per entrare nel palazzo della memoria, ma sì, potrei proprio dire che scrivevo di immagini e delle suggestioni che queste mi suggerivano. Raccontare i ricordi “reali” dei personaggi sarebbe stato altro: un lavoro per giornalisti o biografi, filtrato oltretutto dall’abilità di questi personaggi a raccontarsi. Non era quello che volevo; in questo senso, ho piegato la realtà, come ammetto nelle note del libro.

Little China Girl, il tuo giallo sulla ‘Triade’ – organizzazione mafiosa cinese presente in Italia ma dai tratti assai sfuggenti – intendeva anche essere un’opera di denuncia sociale?

L’intento era di parlare più della comunità cinese che della sua criminalità. È una comunità su cui abbondano i luoghi comuni, le leggende metropolitane, e che rimane molto autoreferenziale, con una scarsa volontà d’integrazione. Sfatare – o confermare – qualche luogo comune, dopo anni di conoscenza e di vita all’interno, era una sfida che mi attirava, così come raccontare della sua criminalità, così poco percepita malgrado le sue dimensioni. Lo strumento adatto sarebbe stato un saggio, ma in quanti lo avrebbero letto? E allora meglio adottare uno strumento come l’abusato romanzo giallo, che potesse essere letto a diversi livelli: dal semplice piacere ansiolitico di una storia che ti regala qualche ora di evasione a una progressiva immersione in quella comunità che ci scorre accanto, sempre parallela malgrado le decine d’anni di convivenza. Sì, in questo senso lo potremmo definire un giallo sociale, come ha fatto Fabio Mazzoni in una recensione molto accurata. Poi ha preso una patina da libro inchiesta mio malgrado: per anni si era dichiarato che “la Triade in Italia non esiste” (informativa Dia 2008), ma due mesi dopo la pubblicazione di LCG c’è stata un’operazione della Direzione distrettuale antimafia chiamata China Truck, i cui personaggi sembrano ricalcati sui protagonisti del mio libro.

– La tua nuova uscita, L’ultimo rais di Favignana, racconta la storia di un personaggio, Gioacchino Cataldo, che può essere considerato a suo modo un maestro, o comunque il custode di una tradizione, e in questo senso non si distacca poi molto dai custodi dei più antichi segreti delle tradizioni orientali. Vuoi parlarcene?

L’ultimo rais di Favignana è essenzialmente un romanzo sulla raissìa, cioè sulla conoscenza ancestrale della pesca del tonno rosso tramite le tonnare, reti poste lungo le coste simili a labirinti. Una sapienza che è stata tramandata tra rais e rais (il capo ciurma dei tonnaroti) attraverso i secoli. Questo è il contatto, anche se me ne sono accorto tardi, addirittura dopo la pubblicazione. E ci porta a parlare appunto, come dicevi tu prima, del concetto di arte, di sapienza, che per i cinesi, nella cultura tradizionale, vale per tutto, sia che si tratti di medicina, di calligrafia, di arti marziali o… di pesca. Una delle differenze tra la sapienza orientale e quella occidentale è insita nella figura del discepolo ideale: per i cinesi è colui che, pur non avendo particolari doti naturali, si impegna di più. Solo lo sforzo genera apprendimento, dicono. Possiamo fare un confronto in letteratura e in cinematografia: in Occidente l’eroe/discepolo, pur avendo doti superiori, lotta contro le avversità perché il suo talento si affermi. In Oriente il discepolo perfetto è quello che si impegna di più malgrado i suoi limiti. Lo stesso vale nella raissìa: era solo attraverso un percorso preciso, antico e faticoso, che si diventava rais. La raissìa è una scienza che attecchisce solo nella tarda età, faccio dire al mio protagonista e, per rubare le parole all’Etnografo di J.L. Borges: “Il segreto vale meno delle vie che mi hanno condotto ad esso. Codeste vie bisogna averle percorse”. Questo unisce il mio mondo orientale a questa antica storia siciliana.

– Hai una spiccata propensione per le storie, ma dimostri anche una notevole capacità di evocare luoghi e rendere palpabili i sentimenti dei tuoi personaggi. Che cosa ti spinge, più ogni altro elemento, a scegliere una storia in particolare? E quale sarà la prossima?

Continuare a parlare di culture che a diverso titolo mi appartengono o che mi hanno ammaliato, con un’idea fissa, quella di usare diversi generi di romanzo (giallo, di crescita, speculativo) magari con lo stesso personaggio di LCG: Alessandro Onofri, appunto. Tentando di non chiudersi nella ripetizione o nei generi che sono i bracci della morte della letteratura, per tributare un omaggio ad un grande come Andrea Pinketts. L’ultimo progetto, forse quello cui tengo di più e di cui ho appena finito l’editing, è Cupe vampe. Un romanzo di crescita, ambientato tra gli anni Novanta e oggi. Il mio protagonista è bambino, orfano, in una Venezia lontana dalla sua immagine da cartolina, e vive in una Porto Marghera travolta dal disastro ecologico del petrolchimico mentre una serie di omicidi rituali scuote la provincia assonnata. Sua zia gli ha insegnato che da una terra malata nascono i mostri, e forse questa è una chiave di lettura, mentre le cupe vampe della guerra in Jugoslavia illividiscono il Veneto. Oggi, Alessandro Onofri deve fare i conti con i fantasmi del passato e con il modo in cui ha sopito le sue paure: forse nel Deep Web antiche divinità hanno trovato una nuova collocazione. Commistione, ancora una volta, tra It di Stephen King e Il pendolo di Focault di Eco, con le immense differenze della mia prosa involuta e di tutto il resto.

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