Quelli che vogliono rendere legittimo l’uso della violenza privata

di: Guido Tedoldi

(Dopo la lettura de «Il metodo 15/33», di Shannon Kirk, Rizzoli, 2017, pp. 276, € 18,00)

 

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Quando si parla di «buoni» e «cattivi» la differenza tra di loro salta subito all’occhio. Gli uni vivono onestamente, perseguono la felicità, preferiscono risolvere i problemi con le altre persone invece che contro di loro, ecc. Perseguono la positività, insomma. I cattivi fanno il contrario. Sembrano trarre godimento e forza dalla sofferenza altrui, e per ottenere tale sofferenza si ingegnano in maniere che potrebbero sembrare fantasiose, se non fossero odiose.

In questo romanzo, ambientato negli Usa del 1993 ma con un finale di 17 anni dopo che contribuisce a renderlo inquietante, la differenza tra buoni e cattivi, ehm, quasi non si nota. Forse, addirittura, non c’è.

Da una parte ci sono i cattivi, impersonati da due fratelli gemelli che rapiscono ragazze adolescenti e incinte per far nascere i loro bambini e venderli a coppie danarose – uccidendo le madri e occultandone i cadaveri. Dall’altra ci sono i buoni, ovvero le adolescenti rapite, le loro famiglie, gli agenti dell’Fbi impegnati nelle ricerche, gli abitanti dell’America profonda che si impegnano come possono per aiutare.

Ma da subito c’è qualcosa che non quadra. I buoni, tutti quanti, esprimono una quantità di odio esagerata. Sanno che ci sono le leggi, scritte a tutela dei cittadini onesti e destinate a delegare ai tutori dell’ordine l’uso della violenza – così che i buoni possano evitare di essere violenti a loro volta commettendo così dei reati. Però, semplicemente, le ignorano. Vogliono tenersi le mani libere come in quel proverbio: «Per un prepotente, un prepotente e mezzo». Se il cattivo ha ucciso, i buoni di questo romanzo uccidono lui e in più fanno soffrire il fratello e i complici. La salvezza delle ragazze rapite e dei loro bambini, per questi buoni, non estingue affatto il reato bensì lo mantiene incandescente nelle loro menti così che siano pronti a procurare sofferenza ai cattivi sopravvissuti in carcere – sia durante la detenzione sia dopo, quando la legge li renderà liberi considerando estinto, appunto, il reato.

Peraltro tra i buoni ci sono anche degli agenti dell’Fbi. La legge dello Stato non vale anche per loro… anzi, soprattutto per loro che sono deputati a difenderla? Ehm, in questo romanzo no. Entrambi gli agenti coinvolti pensano di avere le loro ragioni per far soffrire i cattivi. In particolare uno, che quando era adolescente vide il fratellino di 5 anni rapito. Naturalmente, siccome nessun adulto gli credette quando indicò chi fossero i rapitori, prese lui l’iniziativa: si arrampicò su un albero davanti alla loro casa armato di fucile giocattolo ad aria compressa e gli sparò, liberando il fratellino. Il quale, devastato dall’esperienza, ebbe in seguito una vita pessima e tentò più volte il suicidio.

Il pensiero di tutti i personaggi, i buoni come i cattivi, sembra concordare sul fatto che qualora si sia subita violenza (il padre dei gemelli era un orco terribile) sia perfettamente morale farla subire. E non importa chi sia stato a far soffrire per primo: con lui in vita si è autorizzati a colpire altri, e con il primo responsabile morto… be’, si è autorizzati a colpire chiunque. A casaccio, senza scrupoli.

Da lettore, al termine della narrazione, mi è rimasto un dubbio. Chi caspita erano i buoni? Cioè, se si comportavano come i cattivi, anzi, peggio («Per un prepotente, un prepotente e mezzo» in una spirale di efferatezze crescenti) come si potevano riconoscere? Di chi ci si poteva fidare?

In quale società vivono, questi qui? 

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