Ho letto un libro e sono… arrabbiata

Ho letto questo libro. E mi sono arrabbiata tantissimo. Avevo aspettative abbastanza alte: se n’è parlato tanto, e con tanto accanimento, sia in positivo che in negativo; il tema mi spaventava, in un certo senso (perché poteva toccare nervi scoperti); e infine: l’autore mi piace molto, ha scritto romanzi degni di nota, e conosce bene il mestiere. Ecco, pure troppo: un libro che ha grandi potenzialità, scritto sicuramente con maestria dal punto di vista dello stile, dall’incipit che fa entrare presto dentro la storia, alle immagini attraverso cui viene veicolato l’ambiente in cui i personaggi si muovono; nei dialoghi, per esempio, la descrizione della vita che scorre fuori dai personaggi coinvolti si fonde perfettamente, con un ritmo preciso e modulato, con le battute, suscitando una sensazione di immersione totale nel racconto.

E poi? Poi si sgonfia, procede come un compito in classe a tema definito, portato avanti, sembra, senza particolare entusiasmo e soprattutto non rispettando fino in fondo i personaggi presi in prestito per raccontare una vicenda piuttosto comune. Sembrano (quasi) tutti sagome di cartone che stanno poco più avanti rispetto a uno sfondo ben costruito, si muovono sulla scena, ma non si capisce spinti da cosa, che passato abbiano, che esigenze, che pulsioni. E per una storia che dovrebbe basarsi proprio sulle pulsioni (non solo sessuali), è da pazzi lasciare in superficie ciò che muove un personaggio dal profondo, e tenerlo in piedi come olio che galleggia in un bicchiere d’acqua.

Tutte le scelte dei personaggi − alcune convenzionali, al limite del cliché, altre meno banali – vengono solo descritte, ma non vissute; il personaggio non è funzionale alla storia, accade l’esatto contrario; la storia prende il sopravvento, ma non è sorretta dagli “attori” principali, da coloro che dovrebbero muoverla. L’unico personaggio con alle spalle una struttura più solida, rappresentata da momenti della vita che ne hanno determinato e determinano scelte e azioni, è Anna, madre della protagonista. Il resto sembra un canovaccio su cui poi intessere la Storia definitiva, quella che non è stata ancora scritta.
Anche personaggi che in potenza avrebbero potuto varcare la scena a testa alta (Andrea per esempio), si avviluppano su loro stessi senza capirsi, loro per primi, fino in fondo.

Mi lascia perplessa perfino la scelta di situazioni abbastanza comuni (l’insegnante che si invaghisce dell’allieva, la donna sposata e − forse − delusa, stanca o chissà che desidera il fisioterapista, l’aggressività repressa che sfocia in violenza fisica imbrigliata in un’attività illecita ma liberatoria), che avrebbe potuto rappresentare un punto di forza del romanzo, se le stesse vicende fossero state trattate in maniera tutt’altro che convenzionale. E invece, quei “fatti” rimangono senza vita, come visti dall’esterno, senza alcun tipo di coinvolgimento, interesse vero per il racconto, quasi cronaca e basta.

Che delusione! Per carità, scrittura impeccabile, forse troppo. E se ripenso a Lacci di Domenico Starnone, mi arrabbio ancora di più, molto di più. Un romanzo sul matrimonio nonostante tutto, l’istinto, la pulsione, il compromesso, condotto in maniera egregia, con personaggi a cui riesci ad avvicinarti completamente, e comprendere fino in fondo.
In fin dei conti, l’autore aveva fra le mani materia preziosa e ha tirato fuori un braccialetto tennis che sì, sbrilluccica, ma non ha nulla di veramente brillante.

Marco Missiroli, Fedeltà, Einaudi *Supercoralli* 2019, 19 euro

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