Frammenti di Cinema # 19

La “messa in abisso”  (la mise en abyme di André Gide) è un espediente narrativo collaudato e molto suggestivo, che il cinema ha solo adattato al proprio linguaggio. Esemplare è la rappresentazione teatrale che Amleto fa inscenare alla compagnia ambulante dei teatranti per smascherare la congiura di sua madre con lo zio paterno. Con Effetto notte (1973) di Francois Truffaut, l’uso di questo espediente è dichiarato. Il titolo richiama la tecnica di trasformare in notturna una scena mediante l’apposizione di un filtro sull’obiettivo. “Scrivo perché a vita non basta”, confessò Fernando Pessoa. Il cinema del grande regista francese sembra ribadire questa dichiarazione. Neppure il cinema basta. E’ necessario mettere un film dentro un altro film per tentare di spingersi ancora oltre nella rappresentazione più autentica di quello che siamo come esseri umani. Ecco che il suo film è, in realtà, il racconto di vite vere dentro le riprese di film immaginario, dal titolo Je vous présente Pamela (Vi presento Pamela),  inseguendo le esistenze del regista Ferrand e della truppa.

Questa misteriosa forza evocativa, quasi maieutica, del cinema, ha ossessionato anche Steven Spielberg. Cos’è, infatti, Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) se non una allegoria del cinema dietro la superficie apparente della rappresentazione fantascientifica? Lo stesso regista vi allude nella scena finale del contatto finale con la nave spaziale madre che libera le persone, precedentemente “addotte”. Il ricercatore francese, Claude Lacombe, chiamato per dirigere l’operazione, non a caso, è interpretato proprio da Francois Truffaut. Inseguendo il suo “dogma” iper-realista Lars Von Trier riesce persino a ribaltare lo schema del film-nel-film. Con Dogville (2000) realizza un film-senza-film, pura messinscena nella quale è impossibile “ritrovare” la vita, se non per feedback nella testa dello spettatore. Come se ci fosse un palcoscenico, tutto si svolge dentro un capannone nel quale gli elementi scenici dello spazio e dell’azione sono artifici: linee bianche delimitano gli ambienti e le strade; gli oggetti sono ridotti all’essenziale e sostituiti dalla riproduzione del loro rumore. Anche l’effetto notte non è dissimulato ma reso esplicito dall’uso delle luci artificiali.

Non so se il regista danese vi abbia pensato, ma questo film “inguardabile” per scelta stilistica, in realtà inspiegabilmente ipnotico, sembra aver replicato la sfida impossibile che Karl Kraus tentò in teatro con Gli ultimi giorni dell’umanità (1922). Questa fu un’ opera “irrappresentabile” – si pensi solo al fatto che prevedeva più quadri scenici contestuali – se non fino al 1999, grazie all’azzardo di Luca Ronconi di realizzare dentro lo spazio vasto del Lingotto  di Torino una rappresentazione dentro la quale lo spettatore si muoveva liberamente tra una scena e l’altra, come il visitatore di un museo vivente.

Ecco che il cinema, solo il cinema, ci consente di passare dall’apocalisse del teatro allo scandalo, nel senso etimologico di trappola, della televisione, la quale priva addirittura qualsiasi rappresentazione, anche la più verosimile, della vita stessa. In The Truman Show (1998) di Peter Weir, Truman Burbank (Jim Carrey) farà l’orribile scoperta di non aver mai avuto una vita propria, reale, ma solo un’esistenza artificiosa, completamente costruita dentro un copione e una messinscena diretta da un regista-deus ex machina per il piacere sadico degli spettatori. Il richiamo al Grande Fratello, quello orwelliano e anche quello televisivo, è la chiave di lettura più evidente ma anche la meno inquietante.

Mi domando come sia nata in André Gide l’espressione “messa in abisso”. Ma chiarisce cosa può nascondere di insidioso il misterioso rapporto tra realtà e rappresentazione. Il passaggio dal film-dentro-il-film al film-senza-film può infine portarci dentro il cuore di tenebra del film-senza-vita. Ne avremmo orrore, in quanto le nostre esistenze si scoprirebbero sull’orlo di un abisso.

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