È giusto quello che fai, se sei uno strumento in mano ad altri?

di: Guido Tedoldi

(Dopo la visione de: «5 è il numero perfetto», Italia, 2019, regia: Igort, con: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso)

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Napoli è una città vuota, non c’è in giro nessuno. E piove sempre. Possibile?

Sì, almeno nel 1972 immaginato in questo film. Sarà che i personaggi sono tutti camorristi, e quindi la presenza degli altri abitanti della città è irrilevante al punto che le telecamere non riescono a inquadrarli.

O forse è un messaggio trasversale del regista, Igort (Igor Tuveri), che in passato è stato fumettista e perciò preferisce inquadrare i personaggi in primo piano e in ombra. Come si conviene a dei criminali, del resto. In Giappone di dice che i criminali camminano sul lato in ombra delle strade lasciando alle persone oneste il lato soleggiato – e Igort ci ha vissuto diversi anni, in Giappone.

Peraltro anche questo film, in passato, è stato un fumetto: nel 2002, pubblicato da Coconino Press, una delle case editrici che Igort ha contribuito a fondare. L’autore impiegò una decina d’anni a metterci dentro tutto o quasi quel che aveva in mente, tutti i simboli, le metafore, i riferimenti e il pubblico internazionale lo accolse con entusiasmo – alla Buchmesse di Francoforte fu premiato come libro dell’anno.

Dopo altri 17 anni è stato distribuito nelle sale cinematografiche, avendo trovato nel frattempo gli attori giusti. Toni Servillo, con quel suo naso tagliato da killer dei fumetti hardboiled americani, Carlo Buccirosso, con la sua faccia che induce retropensieri comici e invece poi si dimostra così ovviamente giusta per quello che farà, Valeria Golino, la femme fatale generata dal disincanto.

Tanti anni di gestazione per una storia che in fin dei conti è semplice. Peppino Lo Cicero, un padre che ha lavorato per anni come killer della camorra ammazzando chi gli veniva indicato, adesso è in pensione e ha orgogliosamente trasmesso in eredità al figlio il suo lavoro. Il figlio viene ammazzato a sua volta, e il padre si muoverà per vendicarlo. Come aiuto chiamerà gli amici di sempre, guappi della vecchia scuola, tra cui Totò O’ Macellaro (nella persona di Buccirosso) (Buccirosso un Macellaro…? Eh, per quello che farà è proprio la faccia che ci vuole).

Da quel momento sulla scena entrano alcune altre decine di persone, ma quasi nessuna di esse sopravvivrà per più di qualche secondo. Per Lo Cicero e O’ Macellaro viene prima lo sparo e poi l’eventuale riconoscimento del cadavere.

Dopo aver spazzato via non una bensì due famiglie camorriste, Lo Cicero si rifugia all’estero con la sua donna disincantata. O’ Macellaro rimane a Napoli, dove pensa di potersela cavare. E in effetti se la caverà.

La nostra coppia trascorrerà giorni belli al mare, in pieno sole, sebbene anche lì non è che ci siano poi tante persone… Lo Cicero si terrà informato leggendo giornali vecchi di qualche giorno presi dal barbiere, ovvero la cronaca del presente che non sempre è veritiera (valli a sapere quali interessi e intrecci si celino dietro le scelte di notiziabilità di certi giornali, soprattutto i più importanti). La sua bella leggerà invece libri, che dovrebbero spiegare più approfonditamente le cose: come «Il gattopardo» dove tutto cambia affinché non cambi niente.

Come niente, in effetti, sarà cambiato a Napoli. Saranno soltanto cambiate le famiglie, i killer, i boss. Alcuni di quelli rimasti vivi finiranno magari in carcere, per essere sostituiti da altri. Alcuni di quelli rimasti vivi scapperanno, schifati per essere stati usati (con le loro abilità e i loro affetti spinti al massimo della tensione).

Igort quella Napoli eviterà di farla vedere. Troppo nera. Troppo piovosa. L’ha già raccontata prima, ci ha messo dentro simboli e metafore su cui magari altri hanno sorvolato. Alla fine c’è stanchezza. Disincanto.

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