Dieci domande a dieci scrittori-traduttori. Scrivere come un lettore: Heddi Goodrich

               

Heddi Goodrich è nata a Washington nel 1971 ed è arrivata a Napoli nel 1987 per un breve scambio culturale finendo per rimanervi (tranne brevi periodi di ritorno negli Stati Uniti) fino al 1998. A Napoli ha abitato nei Quartieri Spagnoli e si è laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Istituto Universitario Orientale. Insegnante, tiene un blog bilingue su traduzioni, letteratura e curiosità dell’italiano e dell’inglese (Il buono, il brutto e l’ulivo). Attualmente vive ad Auckland, Nuova Zelanda, con il marito e due figli. Perduti nei Quartieri Spagnoli, Giunti, 2019, è il suo primo romanzo.

 

1) Parlami della genesi del tuo libro, quando si è accesa la piccola fiamma, come l’hai custodita, quanto hai impiegato e come sei riuscita a trasformarla in un falò di 450 pagine fitte ed avvolgenti?

Ho scritto la prima bozza, in inglese, più di dieci anni fa. Mi ero trasferita ad Auckland da alcuni anni e avevo nostalgia di Napoli, dove avevo trascorso molti dei miei anni formativi. La motivazione principale era egoistica: volevo reimmergermi nella mia città adottiva. Tuttavia, non avevo gli strumenti tecnici per affrontare una tale costruzione narrativa, e l’ho messa da parte.
Ho insegnato, ho fatto i figli. Però quella storia napoletana non mi dava pace e ogni paio di anni ci mettevo mano, migliorandola, eppure mancava sempre qualcosa di fondamentale. Ma cosa?
Poi un giorno, circa tre anni fa, una mia amica neozelandese ha avuto una visione mentre mi faceva reiki. Ha visto le pagine del mio romanzo, stampate e rilegate; ha visto le parole stesse – ed erano in italiano. Ho dovuto vincere mille dubbi per provare a riscrivere il libro nella mia seconda lingua, ma così ho scoperto che il mio cuore in effetti parla in italiano. Scriverlo è stata un’esperienza magica. Ci ho messo dieci mesi (febbrili, ma nei limiti della maternità) – e altri due mesi di crisi nera per scovare il coraggio di inviarlo alla Giunti.

2) Scrivere per molti significa affrontare i propri fantasmi, per altri crearne di nuovi, per altri ancora trovare risposte (o continuare a cercarne) ad una vita che sfugge all’umana comprensione. Cosa significa per te ‘scrivere’? E in particolare… cosa ha significato scrivere “Perduti nei quartieri spagnoli”?

Non mi interessa la letteratura di evasione, e la scrittura catartica serve ma forse è meglio che rimanga privata…L’unica narrazione che mi coinvolge è quella usata come mezzo per indagare l’esperienza umana, per tracciare il viaggio di trasformazione che fa un’anima a bordo di un corpo.
Scrivere Perduti nei Quartieri Spagnoli mi ha permesso di toccare alcuni dei temi universali a me cari – il destino, l’amore, la conoscenza, l’appartenenza alla terra, ecc. – senza essere (spero) troppo risolutiva. Adoro i romanzi che fanno posto al lettore aprendosi a una molteplicità di interpretazioni.
Al livello personale, scrivere per me significa grandissima gioia, a volte trasporto totale. La scrittura dà un senso alla mia vita.

3) Napoli – questo gigantesco labirinto dove gli abitanti sembrano nutrire costantemente, e inconsapevolmente, il loro Minotauro interiore – è senza dubbio uno dei protagonisti di questa storia. Se dovessi descrivere Napoli a qualcuno che non c’è mai stato, qualcuno come i tuoi figli, ancora troppo piccoli per leggere il tuo romanzo, cosa diresti?

Per me i Quartieri Spagnoli sono la metafora perfetta per Napoli con il suo disordine, per l’amore con il suo smarrimento, per la vita nella sua complessità, e per la psiche con i suoi tanti possibili percorsi. Se guardi il quartiere dall’alto, su una cartina, vedi un ben ordinato reticolo di strade con una chiara via d’uscita: è infatti un mandala, un labirinto con un percorso meditativo. Però quando ci sei dentro, ti perdi. Ti devi perdere. E non devi uscire prima di affrontare il mostro e completare il percorso. Solo così ci può essere una metamorfosi.
Ne parlo con lucidità adesso, ma scrivendo il romanzo tutto questo era solo un’intuizione. Quando abitavo ai Quartieri, c’era davvero un cane nero al centro del “labirinto”, si chiamava Nerone e ne avevo tanta paura.
Quattrocento pagine non mi sono bastate per descrivere Napoli. Perché Napoli è come la vita: non la puoi afferrare con la concretezza delle parole, o con una macchina fotografica: è un canto di sirena, un’anguilla che ti scivola dalle mani. Napoli è un paradosso: è creazione e distruzione, bellezza e schifo, verità e menzogna. È eterna perché non sta mai ferma e non cambia mai.

4) Tu sei americana, attualmente vivi in Nuova Zelanda e hai scritto “Perduti nei quartieri spagnoli” in italiano. La cosa mi ha incuriosito parecchio perché vivendo anch’io qui, in un paese dove non si parla italiano, sono giunto alla conclusione che la manutenzione della mia lingua sia divenuta una questione di cura giornaliera, come una sorta di confronto che intraprendo quotidianamente con me stesso e con la mia cultura di provenienza. L’inglese, insomma, non smette di infiltrarsi nel mio italiano, e viceversa il mio italiano (forse mosso da spirito di sopravvivenza) fa frequenti incursioni nel mio inglese. Come sei riuscita a mantenere la tua conoscenza della lingua italiana ad un tale livello di familiarità, accuratezza e al tempo stesso sofisticazione?

Infatti nei primi cinque anni ad Auckland lo stavo perdendo. È stato solo con la nascita dei miei bambini che l’ho ripreso, a scopo puramente istruttivo e all’inizio con una certa fatica. Ma reimparando l’italiano insieme a loro, ho riscoperto tra le mura domestiche una certa autenticità che non avevo fuori, con i neozelandesi. Ero più vivace, più polemica, più sincera e vulnerabile. Spontaneamente tiravo fuori espressioni dialettali che neanche sapevo di ricordare.
L’italiano è diventato così una specie di lingua privata, un codice segreto al supermercato o al parco giochi. Non era più una necessità, come quando frequentavo il liceo e poi l’università a Napoli, ma una scelta motivata dall’amore e svincolata dal bagaglio linguistico-culturale che c’era prima. Ora sì che potevo fregarmene del congiuntivo o infrangere le regole semantiche. Qua nessuno mi poteva rimproverare, nemmeno i miei figli. Insieme ci potevamo giocare.
Quindi la lontananza geografica e il tempo hanno avuto l’effetto di distillare il mio italiano, renderlo imperfettamente mio. Ed è forse proprio questa dose di estraneità che mi permette nella prosa di sentire le mie parole come se le stessi leggendo. Scrivo come un lettore. È proprio un’esperienza sonora: sento il ritmo e la melodia delle frasi e dei brani; percepisco le parole sbagliate come note stonate; a volte sento frasi intere come sussurrate all’orecchio, e le trascrivo.

5) Dietro una brava scrittrice non può non esserci un’attenta lettrice: consigliami tre autori/autrici che ami e la ragione per cui leggerli.

Di solito mi innamoro di singoli romanzi, e spessissimo mi capita che poi un’altra opera dello stesso autore mi deluda. Tre scrittori che invece finora non mi hanno mai delusa sono Yasunari Kawabata, Elena Ferrante e Jon Krauker.
Kawabata per come riesce ad animare gli ambienti (la montagna, la sala da tè) e gli oggetti (un fiore, un vaso), a caricarli di forza emotiva e spirituale. Queste descrizioni accostate alle interazioni tra i personaggi sono strane e belle come haiku. I suoi romanzi sono un’esperienza multisensoriale e tridimensionale che ti lasciano con un senso di mistero davanti all’universo.
Elena Ferrante per come racconta la verità sull’animo femminile senza paura di nasconderne le contraddizioni e gli angoli bui. Mantiene un finissimo equilibrio tra semplicità e potenza della scrittura, tra profondità psicologica e tensione narrativa. Scrive libri da divorare.
Jon Krauker per come usa il giornalismo per indagare sulle pulsioni umane, sul perché le persone rischiano la pelle per conquistare una vetta o ritirarsi dalla società. Prende storie vere e avvincenti, avventure drammatiche che probabilmente non ci capiteranno mai, per affrontare le domande essenziali (la vita e la morte!) che ci riguardano tutti.

6) Uno dei temi del tuo romanzo è il rapporto, quasi sempre conflittuale e difficilmente sanabile, tra vecchio e nuovo, tra passato e futuro, tra radici e liberazione dai vincoli generazionali. La cosa riluce soprattutto nella maniera in cui Pietro e in genere gli studenti provenienti dalla piccola provincia italiana si relazionano a te, la straniera proveniente dal Nuovo Mondo; hanno radici profonde e saldissime, e sono affascinati da te che non ne hai, mentre tu senti una sorta di attrazione verso di loro. Si tratta davvero di un conflitto insanabile?

È una cosa che mi affascina da sempre. Venendo dal Nuovo Mondo, dove si sente poco il richiamo delle radici o l’eco della storia, provo una specie di curiosità mista a invidia per chi invece lo sente. Ognuno dei ragazzi nel romanzo si rapporta alla terra d’origine in modo diverso, ma sono quelli dell’Italia interna, e del Sud, che vivono quel rapporto in maniera particolarmente sofferta e complessa. Per Pietro la terra è un peso da sopportare ma ne è in qualche modo attratto, mentre il fratello Gabriele – che appartiene quindi allo stesso paesino, stessa famiglia stessa generazione – la rifiuta fragorosamente, persino come fonte di guadagno. Allora la decisione di restare o partire si basa su vincoli culturali, fattori economici, psicologia individuale o addirittura su un legame ancestrale con il terreno che ci ha partoriti?
Non lo so, ma so soltanto che è un discorso valido in un momento in cui stiamo urgentemente rivalutando il nostro rapporto con il pianeta. Perciò devo credere che il conflitto sia sanabile, che ci sia un modo per rispettare sia la terra sia il nostro impulso umano di esplorare ed evolverci inseguendo la felicità.

7) Sempre in relazione alla domanda precedente: sei passata da Napoli ad Auckland, dal Vecchio Mondo ad uno che più ‘nuovo’ di così non si può (la NZ è l’ultima grande terra scoperta e colonizzata): come vivi il rapporto tra ciò che si è (il luogo in cui si sta) e ciò che si vorrebbe essere (il luogo in cui si vorrebbe andare) adesso che ti trovi su questo lato di mondo?

Sono arrivata a un punto nella vita in cui riesco tranquillamente a conciliare la mia mancanza di radici con il mio entusiasmo per le terre sacre ai maori, la mia familiarità con l’inglese con la mia passione per l’italiano, il passato con il presente. Non sento più il bisogno di scusarmi o di giustificare la mia presenza “fuori luogo”. Sono quella che sono grazie a tutti pezzi discordanti che compongono il mio essere. Napoli ne è un pezzo importantissimo, è dentro di me.
Detto ciò, la pubblicazione del romanzo mi ha portato a conoscere persone che non solo abbracciano la mia diversità ma condividono la mia stessa filosofia di vita. Con alcune ho stretto un forte legame di amicizia, quindi diventa sempre più difficile accettare l’immensità dell’oceano che ci separa.

8) La tua unicità di scrittrice sta anche nel fatto di essere la traduttrice di te stessa. Che tipo di difficoltà hai incontrato nel tradurre la tua storia dall’italiano alla tua lingua madre, l’inglese?

Non era passata neanche una settimana dopo aver terminato l’editing sul testo italiano quando il mio editor mi fa, “Visto che hai un po’ di tempo libero…perché non inizi la traduzione?” Ma mi spaventava la possibilità che quella lingua che aveva dominato la mia infanzia e gran parte della mia vita adulta avrebbe sovrastato e schiacciato la mia nuova, e forse fragile, voce italiana.
Però traducendomi ho avuto la conferma che la vera magia succede solamente in italiano. Nella mia madrelingua scrivo con la testa, è un esercizio intellettuale: cioè sono brava a manipolare la lingua (cosa che tra l’altro mi diverte moltissimo) ma sono priva di vera ispirazione. Sono anche un po’ “sorda” in inglese. Per fortuna il testo originale mi imponeva la sua musicalità e la sua sincerità, impedendomi di scrivere scemenze, ed è solo grazie all’italiano se il romanzo in inglese è venuto bene.

9) Progetti futuri?

Uno dei miei sogni per il futuro prossimo è quello di poter scrivere un altro libro senza troppe distrazioni. Il secondo romanzo che mi frulla per la testa tratta un’amicizia nata in provincia di Napoli tra due donne di generazioni e luoghi diversi. Prima o poi credo che vorrò ambientare un romanzo in Nuova Zelanda. Ma per il momento non faccio altro che promuovere l’edizione americana di Perduti cercando di inventarmi un pretesto per tornare in Italia.

10) Vorrei finire con una domanda direttamente correlata a quanto scrive Heddi nell’email in cui per la prima volta parla a Pietro della NZ (un’email in cui credo si riconoscano tutti quelli che hanno attraversato questo paese con uno zaino sulle spalle): come si asciugano i panni bagnati di notte nel fondo di un sacco a pelo?

E chi si ricorda? Ma deve essere vero, perché anche se Perduti non è un’autobiografia, tutti i fatti e gli episodi che riguardano i luoghi sono verissimi. Veri il cane nero e la vicina di casa pazza, veri il cavallo imbizzarrito sulla spiaggia di Pakiri e la ragazza maori di Tuai con l’insolito tatuaggio.
Ora, sono tanti anni che ricorro più a quel trucco da campeggiatore disperato, quindi non ricordo la precisa disposizione dei panni, ma ti garantisco che funziona. Come tutto nella vita, la chiave è il calore umano.

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