Del fare spietato (Arcipelago Itaca, 2019), Pasquale Vitagliano. Una nota di Giuseppe Cerbino

La scrittura poetica di Pasquale Vitagliano da sempre riconosce negli oggetti e nelle cose la misura dell’uomo. Non può assolutamente fare a meno di questa prospettiva. L’oggetto è una sorta di arenaria che asciuga l’umor vitreo che rende possibile la visione. Vitagliano non manca di sottolinearlo soprattutto nella sua ultima raccolta “Del fare spietato” pubblicata per Arcipelago Itaca Editore:  il titolo  ricalca le formule dei saggi filosofici che trattano di determinati argomenti. Questo libro è, infatti, una trattazione in versi dell’inevitabile dramma che tiene insieme la realtà: “spietato” vuol dire letteralmente assenza di pietà ossia una condizione che non ci cautela e non ci preserva. Siamo nell’altezza più estrema ma con il vento in faccia.

Solo il vento mi dice dove sono
Mi spaventa in faccia e mi atterrisce
E se riesco a vedere lucidamente
Tutto quello che mi accade intorno
A questa altezza dove sono rimasto solo
Non riesco a trarne alcun beneficio
Più odioso è il vento più terribile è l’altezza.
Ciò che traspare in questa ultima raccolta del  poeta pugliese, che è sempre stato caratterizzato da una vocazione civica, è una anomala rassegnazione, una sorta di abdicazione all’impegno in un mondo dove i giochi sono fatti e lo spazio delle possibilità si è desertificato. E’ qui molto forte il dramma della primissima poesia del ‘900; la condizione del deserto in cui  io non attendo ma, come dice Camillo Sbarbaro, “ guardo con asciutti occhi me stesso”.
In Vitagliano non si fatica a riconoscere la valenza simbolica di certi elementi del suo dettato come ad esempio il “vento” che è per antonomasia sia un fenomeno che spazza via ogni forma di vita e di speranza sia una rappresentazione piuttosto plastica  del disumano: lo sperimentiamo facilmente quando il vento ci viene in faccia freddo e gelido nelle giornate di maestrale;  non ci permette di essere in pace, di riflettere, di contemplare. Anche le altezze raggiunte sono irrilevanti con il “vento” o, fuori di metafora, anche i traguardi più ambiti raggiunti hanno poca importanza se il mondo è ancora violento, se è ancora spietato.
Di fronte alla promessa di felicità di questo mondo, il poeta è ancora colui che cerca di estirpare il dolore con il canto, perché solo il canto riesce a consolare davvero. Le forme di rassicurazione del mondo odierno sono sordi ronzii che causano acufeni fastidiosi.
Non riesco ad adeguarmi ai twitter
Almeno se tratto versi seppure dicano
Che twitter ha riscoperto gli epigrammi.
Alla parola twitter preferisco la parola rutto
Infatti proprio non riesco a cinguettare
Con le cose della vita che eruttano e tremano.

E la promessa di felicità svela una più graffiante promessa di morte. Ma di una morte lenta senza neppure la lotta, senza “l’intenzione del volo” (Gaber).
La lettura di queste liriche stordisce il lettore abituato alla cifra “urbana” della poesia di Vitagliano nella misura in cui si rende conto di essere in una dimensione apocalittica dove la realtà non può essere emendata con le idee.
Siamo assolutamente lontani delle atmosfere di un Vitagliano impegnato a dire in altra opera:

 

È così difficile
portare in versi il vento tra i rami degli alberi,
ma un’idea sì, con una idea si può fare poesia.
Anche se resta imperfetta, in bianco e nero,
ancora muta, e senza montaggio.
Accetto la sfida di essere parola senza voce,
immagine senza movimento.

In questa silloge tutte le cose sono solo “dolenti”, sono più drammatiche della sofferenza umana. La lezione del montaliano “male di vivere” è qui portata alle estreme conseguenze.
Un piatto rotto per terra
È più fragoroso
Del collasso di un pianeta.
Se persino un oggetto che si rompe è una ferita, se troviamo il dolore così vicino; cosa dovremmo sperare ancora? La scrittura di Vitagliano si concede più lirismo nella misura in cui perde in “volontà”. L’equivalenza tra scrittura poetica e rassegnazione è così conclusa.
Questa raccolta di poesie, mantiene, tuttavia, la coerenza dello stile asciutto tipico di Vitagliano che ricorre alle cose con cui tutti ci relazioniamo; non c’è mitologia che non sia quella dell’oggetto, non c’è morte che non sia questa che ci circonda da sempre.
E pur tuttavia, rassegnazione non significa cedimento; Vitagliano non manca di ribadire la sua educazione alla resistenza, la puntuta “lingua di cuoio” che non parla ma non cede; non si fa invadere dal discorso degli altri ribadendo l’inemendabile istanza di ogni presenza umana. L’uomo non può essere violato in nessun caso.
Resto fermo sul piano più stralunato
Di un sasso che non ha bocca per parlare
E comunque ingiunge di non essere preso alla leggera.

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