Ida Mater, di Augusto Benemeglio

“La madre è un angelo che ci guarda e ci insegna ad amare e mai, mai ci abbandona”: questa citazione da Victor Hugo, che troviamo a pagina 16, potrebbe fungere da sottotitolo a Ida Mater, l’ultima opera di Augusto Benemeglio, che racconta di “quella cicatrice, quella ferita, quello strappo violento” che è la perdita della genitrice in tenerissima età.

Il libro è un lungo, lacerante tentativo di “ritrovare la via impossibile” che lo porti da lei. In realtà è la madre, come sempre, a tornare, anticipando il futuro, prevedendo, quando nulla lo avrebbe fatto supporre, che il figlio sarebbe diventato ufficiale di marina: l’amore vero è sempre profetico, perché vede l’esistenza con gli occhi di Dio (e Gesù fu un marinaio, quando camminò sulle acque, come scrive Leonard Cohen).
È il solito travolgente Benemeglio che inseguiamo in queste pagine alternanti parole e immagini, fotografie che soprattutto in vicende come queste – una recherche senza apparente speranza – diventano segnali preziosi di ciò che non si può più afferrare: “non distruggete mai questa luce/ è una piccola storia dell’anima”.
Augusto intreccia le storie fino al punto in cui non si sa più se il protagonista sia l’uno o l’altro: difficile, per esempio, capire se sia sua o della madre la “straordinaria e miracolosa fantasia che trasfigurava le cose che assumevano una bellezza primordiale, che ti incantava, ti faceva sognare e ti stupiva ad ogni istante”.
Nell’unico, scarno racconto del marito – e padre – sempre assente, Ida appare come una che “tutto ciò che vedeva intorno a sé la esaltava, la faceva volare nei cieli più alti”. Forse per questo il figlio arriva a chiederle un miracolo: quello di rinascere, “per un solo momento”.
In fondo, tutto il libro scorre su questo crinale di un’illusione paradossalmente costruttiva, come quella che il comandante Della Croce addita ai marinai: “E saprete che tutte le opere che avrete compiuto saranno costruite sull’acqua, ma voi fate come se operaste sulla pietra”.
L’illusione può farsi dramma, come quando il figlio si decide, dopo tanto tempo, a portare i fiori sulla tomba della madre – un’idea tante volte scartata, per non soccombere alla sofferenza – e scopre che la tomba non c’è più, che è stata seppellita in una fossa comune.
La storia si dipana così, tra incubi e sogni, ma il miracolo non viene mai a mancare, sin dall’inizio, quando il piccolo Augusto si salva da una “rapida morte”: “Gli angeli bisogna cercarli con tenacia, con devozione, con fede incrollabile, e loro verranno, sempre, a ogni nostro richiamo”.
Il testo in prosa si alterna con versi turgidi, in cui si colgono echi della poesia mondiale, come in questi, in cui pare di scorgere la magica atmosfera di Ithaki, il capolavoro di Constantinos Kavafis:
“Se verrai da queste parti/ con il cuore innocente/ tu potrai vedere il viso/ della ‘divina fanciulla’/ e soltanto allora/ potrai capire che tu stesso/ sei la musica/ il mare /e la voce del vento/ e che qui,/ nell’isola della luce, / è la tua meta/ e la fine/ di ogni tuo viaggio”.
È l’eterno ritorno di una sofferenza che, dal lato umano, non lascia spazio a soluzioni creative: “In realtà noi non abbiamo mai nulla/ da raccontare, tutto è già stato detto”. È comprensibile, allora, che si cerchino vie d’uscita alternative, come attesta questa confidenza di Robert Louis Stevenson alla madre: “Devi sapere che sarò più o meno nomade, sino alla fine dei miei giorni. Niente bagaglio, ecco il segreto dell’esistenza”.
Ma forse la risposta è altrove: “Sofocle dice, nell’Edipo a Colono, che una sola parola ci libera di tutto il peso e il dolore della vita: quella parola è amore”.
Augusto Benemeglio, però, cerca una soluzione più esatta, secondo i dettami della sua ingegneria del cuore: “E pure quei filamenti d’argento e d’oro, quei congegni misteriosi del tuo cervello che ti mettono in contatto con l’infinito, che ti dettano queste parole senza senso, ora ti vengono incontro chissà da dove, come impulsi elettronici. Chissà, forse sono quelli che trasformeranno tutto il dolore del niente nella trascendenza delle cose”. Il paradosso della sofferenza e della morte può risolversi soltanto in un “oltre”.

Augusto Benemeglio, Ida Mater, Youcanprint, 2019.

3 pensieri su “Ida Mater, di Augusto Benemeglio

  1. Poetico questo scorcio che lascia intravedere una recherche appassionata. Sembra di avvertire le emozioni del protagonista, che si sprigionano dalle suggestioni di un linguaggio lirico, pur nell’esattezza della sua “ingegneria del cuore”.

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  2. Caro Fabrizio, solo tu potevi entrare nella porta della “Legge” non scritta , che non è quella kafkiana, ma piuttosto quella dell’Antigone (qui madre più che sorella) di Sofocle, o dell’anti-Medea eduardiana, Filumena Marturano, che s’immola per i suoi figli, anche se non riuscirà a vederli crescere. Io non so come sia riuscito, in questo sofferto viaggio, ad attraversare quella soglia oscura che separa tutto il dolore e il mistero del mondo dall’eternità, il sentimento dell’infinito, dell’altrove, che è insito in noi. L’ho fatto navigando i mari dell’inconscio e dell’immaginazione , che sono i più affascinanti , ma anche i più insidiosi. E fino a quando non me lo hai spiegato tu , con questa recensione illuminata, non ero riuscito a capire se tutto il mio sforzo creativo era stato un fallimento, o meno. Tu mi hai confortato. Grazie, amico immenso e carissimo,

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