Vivalascuola. Chi sono i “ladri di futuro”?

La mobilitazione degli studenti per il clima è da tempo l’unico evento del mondo della scuola che non riguardi “riforme” del ministro di turno o allarmi giornalistici di bullismo e violenza. Perciò è da salutare come benvenuta, anche e soprattutto perché riguarda un problema non da poco: la sopravvivenza del pianeta Terra e della specie umana. Ma davvero si può affermare come qualcuno ha fatto che grazie a queste manifestazioni “niente più sarà come prima“? Ce lo auguriamo, ma al contempo riteniamo necessario riproporre domande che sono state agitate nelle recenti manifestazioni. Chi ruba il futuro? Chi distrugge il pianeta? Chi dilapida le risorse? E’ proprio come dice Greta?

Il caso Greta Thunberg
di Giovanna Lo Presti

Negli ultimi tempi il “caso Greta” e le manifestazioni di massa di tanti giovani del mondo occidentale hanno tenuto le prime pagine dei giornali. Le riflessioni che seguono sono generate da due fattori: il primo è l’unanimismo con cui è stata accolta la performance di Greta Thunberg, rotto soltanto da critiche piuttosto rozze provenienti da ambienti di destra. Il secondo è che, nonostante l’evidente spettacolarizzazione dell’azione di Greta, non ci sia stata alcuna volontà di disgiungere ciò che Greta sta facendo dalla questione ambientale. In Italia, in particolare, gli stessi educatori e l’istituzione scolastica che li racchiude hanno acriticamente legittimato gli studenti nello scendere in piazza, quasi questo fosse davvero il primo passo di una presa di coscienza la quale, al momento, sembra ben lungi dal venire.

Il dominio della Natura è un progetto irresponsabile
La questione ambientale va urgentemente riportata nel suo alveo, va vista per quel che è – e cioè un effetto della diseguaglianza sociale, un riflesso della rapacità di un sistema produttivo volto al profitto di un manipolo di individui, una chiara manifestazione dell’ottusità con cui il potere economico e politico hanno tenuto sotto scacco il pianeta. Adesso gli stessi poteri che hanno causato la sofferenza di gran parte dell’umanità e della natura si stanno convincendo che la via d’uscita della crisi globale (economica, sociale, politica) sia la green economy. Ed hanno trovato il loro profeta in una ragazzina sedicenne. Quanto all’urgenza indubbia della questione ambientale, bisognerebbe affrontarla con azioni continue di risarcimento, risanando le nostre città in cui l’aria è irrespirabile, chiudendo le fabbriche che producono morti, bonificando i terreni intrisi dai veleni, vietando per legge il trasporto irrazionale di merci da una parte all’altra del mondo. Ma, in primo luogo, si dovrebbe affermare la logica della solidarietà tra esseri umani e, da parte di chi governa, mettere in campo azioni concrete per ridurre le diseguaglianze economiche e sociali. Quando i ragazzi torneranno a scuola, spero che qualche loro insegnante proporrà loro la lettura del testamento poetico di Giacomo Leopardi, La Ginestra.

E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.

Contro la superficiale versione del problema ambientale, contro l’idiozia degli “adulti ladri di futuro” ricordiamo ai ragazzi ciò che scrive Leopardi: il dominio della Natura è un progetto irresponsabile di per sé, ma intere generazioni, nella loro parte migliore, si sono battute affinché l’umanità sia preservata, almeno in parte, dall’incertezza del vivere e dall’azione distruttiva di forze naturali che la sovrastano.

I problemi ambientali il nuovo big business
Ogni soluzione semplice della complessità spinge verso il pensiero autoritario e totalitario: è questo che cercherò di dimostrare nell’analisi dell’affaire Greta. Mi hanno aiutato in questa analisi una serie di testi, che verranno citati non certo per sfoggio di erudizione ma per sottolineare come il nostro stesso pensiero sia sempre un pensiero collettivo, frutto di una comunità ideale di cui fanno parte persone che conosciamo attraverso i loro scritti. Quasi di sicuro né Greta Thunberg né le miriadi di ragazzi che sono scesi in piazza il 27 settembre 2019 hanno letto gli autori che prendo in considerazione: non ha nessuna importanza, sono giovani e il tempo è dalla loro parte.

In un saggio di David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, la sedicesima contraddizione interna al capitalismo viene individuata nella relazione del capitale con la natura. Ne riporto un passo iniziale, in cui si fa cenno alla capacità che il sistema capitalistico ha di trovare soluzioni efficaci alle sue difficoltà:

Lungo la storia del capitale troppi profeti di sciagure hanno gridato “al lupo” troppo in fretta e troppo spesso. Nel 1798 Thomas Malthus […] ha previsto erroneamente la catastrofe sociale […] perché la crescita esponenziale della popolazione avrebbe superato la capacità di aumentare le risorse alimentari. Negli anni settanta del secolo scorso Paul Ehrlich, uno dei maggiori ambientalisti, ha sostenuto che per la fine del decennio sarebbe arrivata l’inedia di massa, ma non è andata così. Scommise anche con l’economista Julian Simon che il prezzo delle risorse naturali sarebbe presto aumentato drasticamente in conseguenza di scarsità naturali: ha perso la scommessa. (1)
[…] è importante che il capitale si impossessi del mantello ambientalista come fondamento legittimante dell’ambientalismo del
big business del futuro. In questo modo può dominare i discorsi ecologici […] e cercare di gestire la contraddizione tra capitale e natura secondo i suoi grandi interessi di classe. (2)

A conclusione del suo ragionamento Harvey sostiene che previsioni catastrofiche sbagliate in passato non significa che adesso non esista pericolo di catastrofe; quanto avvenuto in passato ci induce però ad essere scettici verso profezie apocalittiche. Non ci dobbiamo dimenticare, d’altra parte, che sinora – e questo invece è un dato di fatto – il sistema capitalistico ha saputo trasformare i problemi ambientali in un big business. Il gran parlare che in questi giorni si sta facendo attorno alla green economy è la conferma che chi detiene le leve del potere economico sta pensando (e non da ora) ad una riconversione “verde”: più che del bene dei cittadini del mondo, si preoccuperà di tener alti i profitti. Se poi le due cose, il benessere delle masse e i profitti, avranno qualche punto di tangenza, tanto meglio.

Chi sono questi “ladri di futuro”?
L’andamento apodittico dei discorsi di Greta mira al consenso emotivo. Si potrebbe pensare che questo, di per sé, non sia un male, visto che l’allarme sulle sorti del pianeta Terra è quanto mai giustificato. Ma vediamo da dove muove l’argomentazione di Greta: “Ci state rubando il futuro!”, questo il grido che parte dalla rappresentante delle giovani generazioni depredate. Chi sono questi “ladri di futuro”? Se sono i potentati economici che depredano le risorse naturali per garantirsi maggiori profitti, se sono i politici che non li contrastano in questo disegno di rapina universale, ebbene, bisogna dirlo e riperterlo con estrema chiarezza. Ridurre la questione ad una faccenda generazionale non solo è sbagliato ma è anche fortemente ingeneroso verso tutti coloro che tentano ed hanno tentato di battersi contro un sistema economico criminale, che sceglie la ricchezza dei pochissimi e lo sfruttamento delle moltitudini.

Chi scrive i discorsi per Greta (ma lei afferma di esserne l’autrice. Sarà vero?) è abile; si può addirittura arrivare a pensare, sentendoli, che la piccola non se la prenda con le generazioni precedenti ma con i potenti della Terra. I quali, per gran parte, si prostrano dinanzi a lei, la ricevono nelle sedi più prestigiose, si fanno insultare con il sorriso sulle labbra e l’aiutano a raggiungere l’America su una barca a vela iper-ecologica (figuriamoci!), di proprietà di un signore ricchissimo e con Pierre Casiraghi, figlio della principessa Carolina di Monaco, come skipper. “Per lei questo viaggio è dunque una questione di coerenza”: così La Repubblica commenta la scelta di Greta, che rifiuta di usare l’aereo ed accetta il ”ripiego” del viaggio in una barca a vela da 18 metri. Non sprecherei la parola “coerenza” per descrivere la “scelta” di Greta. Pessimo giornalismo, in ogni caso, quello che non teme il ridicolo.

Ivan Illich, che ha anticipato di alcuni decenni l’idea di decrescita, fa notare qualcosa che per Greta ed i suoi seguaci non è chiaro. Immaginando una società conviviale, in cui “lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo”, Illich afferma che “non c’è alcuna ragione per bandire da una società conviviale qualunque strumento potente, qualsiasi strumento ragionato manipolabile e ogni produzione centralizzata” (3). Si tratta di trovare un equilibrio che abbia come fine ultimo quello di non sottomettere mai l’essere umano allo strumento.

Paradossalmente, scegliendo di andare in America nella barca a vela milionaria Greta si è sottomessa allo strumento “buono” e ha rifiutato l’aereo, lo strumento “cattivo”, dissociando la sua sorte da quella di tutti coloro che, non avendo la possibilità di un passaggio in barca da parte di facoltosi imprenditori, non potendo impiegare due settimane per il solo viaggio, diventano inquinatori “colpevoli”. E non c’è bisogno di invocare Illich, che peraltro conduce un ragionamento sofisticato e tutt’altro che ingenuo sull’uso degli “strumenti”, per giudicare la “coerenza” di Greta per quello che è: un insulto alla comune intelligenza.

Ciò che appare è buono, ciò che è buono appare
Nel 1967 veniva pubblicato un libro lungimirante, La società dello spettacolo del filosofo ed artista francese Guy Debord. Il testo, denso e breve, mette a fuoco, operando un détournement sistematico di testi di Hegel e di Marx, la categoria di spettacolo, come cifra per capire la contemporaneità. Per Debord siamo immersi (e confermerà a distanza di tempo le sue tesi, rafforzandole, nei Commentari sulla società dello spettacolo) in un continuo processo di spettacolarizzazione, in una messa in scena di portata universale.

Lo spettacolo si presenta come una enorme positività indiscutibile ed inaccessibile. Non dice nulla di più che “ciò che appare è buono, ciò che è buono appare”. L’atteggiamento che pretende per principio è l’accettazione passiva che di fatto ha già ottenuto con la sua maniera di apparire senza replica, con il suo monopolio di ciò che appare. (4)

Cos’altro è la fulgida ascesa di Greta se non un copione cinematografico assurto al rango di vicenda reale? Il suo discorso all’ONU del 23 settembre scorso, di fronte a sessanta tra capi di Stato o di governo, sembra scritto da un abile sceneggiatore; la rabbia, le lacrime di Greta sono degne di una giovane star, gli applausi beoti della platea di adulti, insultati e minacciati dalla piccola Greta, ci danno l’idea di quanto le sue parole vengano prese sul serio e permettono ad un tipaccio come Trump di fare una figura più onorevole dei suoi illustri colleghi plaudenti all’invettiva in crescendo di Greta: Come vi permettete? Come osate? E poi la minaccia finale: Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento. Lo sguardo delle future generazioni è sopra di voi. Se scegliete di deluderci, allora non vi perdoneremo mai. Cosa fa Greta? Ripropone argomenti ripetuti chissà quante volte, che in quel momento, di fronte ad una platea costituita dai decisori politici del mondo, si caricano di una enorme positività indiscutibile ed inaccessibile, quasi Greta avesse detto la parola decisiva sul terzo segreto di Fatima. Il tono minaccioso della ragazzina, le occhiate torve, una certa aura di invasamento che la circonda rendono questa messa in scena surreale. Greta, accolta da una ovazione, viene congedata in mezzo agli applausi. Inquietante è dir poco.

Lo spettacolo offerto da Greta pretende per principio l’accettazione passiva che di fatto ha già ottenuto con la sua maniera di apparire senza replica, con il suo monopolio di ciò che appare. Non penso si possa dir meglio e più sinteticamente. Greta non parla, è apodittica; è depositaria di una verità, non accetta contraddittorio, non ammette replica. Ha monopolizzato una dimensione che altri, prima di lei, hanno praticato con ben diversa consapevolezza. Sia chiaro, per questo non le si muove alcun addebito; alla fine, è una ragazzina appassionata ai destini del pianeta su cui vive, studiosa, sufficientemente informata. La domanda che ci si dovrebbe porre è perché, laddove illustri scienziati e documentati rapporti hanno prodotto l’indifferenza di chi governa il mondo, Greta invece abbia avuto successo. Naturalmente parliamo del successo mediatico, perché le masse di adolescenti che si stanno muovendo nell’Occidente al suo tramonto si muovono, per lo più, spinti dalla falsa coscienza. Quanti di loro saprebbero rinunciare al loro cellulare o ai loro abiti prodotti in paesi più sfortunati dei nostri? Sono pronti per le azioni da boy scout proposte da Legambiente (peraltro onorevolissime, per passare il tempo). Ma non a rinunciare a ciò che la società dei consumi offre loro.

Lo faccio perché gli adulti stanno sgretolando il nostro futuro”. Ecco tirate in ballo due categorie, “gli adulti” e “il futuro” sulle quali sarebbe bene riflettere. Intanto, chi sono gli adulti? Tutti quelli che hanno superato la maggiore età? Quindi è adulto il ventenne nato nell’ Africa post-coloniale come l’ottantenne statunitense? Tra dieci anni anche i più giovani tra i protagonisti del movimento guidato da Greta potrebbero già cominciare a essere colpevoli? Tra gli adulti “ladri di futuro” ci sono sia il miliardario che ha dato il passaggio in barca a vela a Greta così da consentirle di raggiungere l’America sia persone come me che non hanno nemmeno l’automobile? Qui il tema svolto da Greta mostra davvero la corda: per smania di creare un’opposizione generazionale si mettono da parte le opposizioni vere, che travagliano il mondo. La prima tra tutte è quella di chi sfrutta altri suoi simili, estraendo ricchezza da tale sfruttamento – che oggi sta diventando sempre più indegno – e chi invece tira a campare tra difficoltà quotidiane. Entrambi, nella visione manichea di Greta, sono ladri di futuro. Si tratta di una tal sciocchezza che davvero, per questo solo fatto, meriterebbe che più di una voce si fosse levata, nel campo che si considera progressista, per stigmatizzare la superficialità marpiona di chi manovra Greta. Il problema dello spreco di risorse naturali è complesso; la complessità si scioglie attraverso l’analisi, distinguendo situazione da situazione, addebitando le responsabilità a chi le ha. Per fare un esempio italiano e recente, sarebbe come scaricare sulle spalle degli operai dell’ILVA di Taranto l’accordo vergognoso che scambia salute contro denaro. In questo accordo, qualcuno ci guadagna e qualcun altro ci perde; non possiamo mettere tutti nella stessa categoria di “adulti ladri di futuro”. E poi, cosa è il “futuro”? George Steiner lo definisce come la più importante invenzione linguistica dell’homo sapiens.

Il tempo futuro, la capacità di discutere fatti che potrebbero succedere il giorno dopo il proprio funerale o fra un milione di anni nello spazio interstellare sembrano caratteristiche dell’homo sapiens. Lo stesso vale per il congiuntivo e per i modi “controfattuali” che sono anch’essi legati, in un certo senso, ai tempi futuri. (5)

Non si può quindi “rubare il futuro, poiché, come diceva con maggior chiarezza e veridicità un diverso movimento, “un altro mondo è possibile”. È vero, un mondo diverso è possibile; se nascerà, la sua genesi sarà legata allo sforzo di tutti coloro che sentono l’ingiustizia sociale ed economica come dato intollerabile e che comprendono che lo sforzo immane necessario per il cambiamento richiede l’unione tra tutte le generazioni esistenti, la saldatura di intenti tra vecchi, adulti, giovani, bambini. Capitini avrebbe aggiunto: “la compresenza dei morti e dei viventi”, perché ogni tentativo di riscatto che non abbia l’ambizione di riscattare anche il passato è destinata alla barbarie di chi si crede all’inizio di un mondo nuovo, di chi crede (e fa credere ad altri) che tutte le brutture del vecchio si possano eliminare usando come incipit un “Vergognatevi!” cui i potenti del mondo rispondono con un applauso.

Non dobbiamo lasciarli soli
Ci sono letture che ritornano nella nostra memoria in modo insistente. Per me questo è stato l’anno di un piccolo libro di Goffredo Fofi, dal titolo imperativo, Salvare gli innocenti. Sono fermamente convinta che gli “adulti” (categoria che mai userei, se non per dare un’indicazione anagrafica, sempre più vaga in questi tempi affetti dal giovanilismo) non siano “ladri di futuro” ma che abbiano collettivamente, nei confronti dei bambini e dei ragazzi, più di una colpa. La prima è quella di averli lasciati troppo soli, di averli dati in pasto ad un mondo vorace e spietato, che per loro ha costruito un Paese dei balocchi da cui si esce con orecchie d’asino e con una mente eterodiretta. Preciso che sto parlando dei nostri bambini e ragazzi, di quelli fortunati, che non hanno il problema di sopravvivere giorno dopo giorno, che non devono salire su un barcone che li porti via dall’inferno del paese in cui sono nati. Faccio quindi un discorso che riguarda noi, nani sulle spalle di una gigantesca massa di creature sofferenti, scimmia sulla spalla di una parte enorme dell’umanità che, contro il volere di molti di noi ma per gli interessi di pochissimi, è stata ridotta ad una vita larvale e precaria oltre ogni dire. Ma penso sia giusto che ci occupiamo anche di noi, che siamo i privilegiati. Bene, a noi adulti è dato il compito, ogni giorno più arduo, di “salvare gli innocenti”. Non dobbiamo lasciarli soli, in mano al circo mediatico, manovrabili dai pifferai magici di turno, tanto più seduttivi, tanto più pericolosi quanto più sbandierano un problema reale, sia esso quello della violenza contro le donne oppure quello della crisi ambientale.

La scuola come istituzione sinora si è rivelata inadeguata: proprio l’ultima manifestazione del 27 settembre, che ha avuto la benedizione del Ministro dell’Istruzione e di tanti dirigenti scolastici ha chiarito quanto sia facile omologare la protesta ed assumere un atteggiamento paternalistico. Il fatto deprecabile che la sinistra, nel suo complesso, abbia lasciato la critica del “fenomeno Greta” alla beceraggine di una destra volgare e negazionista rispetto alla devastazione dell’ambiente ci dice quanto le nostre coscienze di adulti siano confuse. Non era difficile dissociare la spettacolarizzazione ignobile di una ragazzina dal problema ambientale: ma quanti educatori lo hanno fatto? Le gazzette che si credono “progressiste” hanno riempito le loro pagine di lodi a Greta Thunberg: qui sì che ci sarebbe da dire “Vergognatevi!”, se non fossimo consapevoli che quel modo di essere “progressisti” non ha nulla a che fare con un progetto di emancipazione dell’umanità nel suo complesso. La via d’uscita – che non è pensabile sia immediata, folgorante, vicina – consiste, come sostiene Fofi, in una “co-educazione comunitaria e collettiva, nella ricerca di una via che porti ad un assetto sociale in cui ”minore sia l’ingiustizia e maggiore la collaborazione tra le persone di buona volontà”. Ogni frattura è da superare, ad iniziare da quella tra vecchie e nuove generazioni, che riprende – sarò drastica – quel ritornello ipocrita secondo il quale i padri non devono erodere le risorse dei figli, ritornello che ha consentito ad una classe di governo malandrina e che ben si guardava da sacrifici personali di ridurre i “padri” a lavorare sino alle soglie della vecchiaia ed i “figli” ad accontentarsi, quando va bene, di qualche “lavoretto” precario.

L’appello è a non lasciare soli i giovani che adesso si stanno muovendo. Proporre loro una visione critica del problema per cui scendono in piazza è doveroso, aprire loro, figli di una società in cui lo Spettacolo trionfa, gli occhi sul “fenomeno Greta” è necessità impellente. Non si tratta di paternalismo, si tratta di mettere al loro servizio ciò che noi sappiamo e che loro ignorano. Si tratta poi di accettare un eventuale contraddittorio e di costruire insieme, se ce la faremo, un movimento più saldo di quello che abbiamo visto sulle piazze, magari meno numeroso ma più consapevole.

Quanto a Greta, non so che razza di genitori abbia. La figlia occupa la scena planetaria, ma loro dovrebbero vedere in questo successo (costruito senz’altro con attenzione, anche da parte loro) un pericolo per la ragazzina. L’istrionismo di Greta, il suo parlare come un’attrice consumata ne fanno intravedere la fragilità. La Società dello Spettacolo non ha sentimenti ed i riflettori presto si spegneranno su Greta. Avrà la forza di ritornare a scuola, lei, che ha tenuto in scacco (ancorché per finta) i potenti del mondo?

Le auguriamo di sì e speriamo che, quando l’inevitabile corso del tempo l’avrà spinta verso la categoria degli adulti, sia in grado di capire di quale rappresentazione sia stata la protagonista con il suo viaggio in America su uno yacht da nababbi. E speriamo che allora abbia la forza di prendersela con quei ladri di futuro” in senso proprio che le hanno sottratto l’infanzia: a questi adulti bisognerebbe davvero avere il coraggio di ribellarsi.

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Note

(1) David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 245.
(2) ibid. p. 251.
(3) Ivan Illich, La convivialità, Red edizioni, Milano, 2013, p. 46.
(4) Guy Debord, La società dello spettacolo, StampaAlternativa Editrice, Roma, p.2.
(5) George Steiner, Grammatica della creazione, Garzanti, Milano, 2003 p. 11

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Un pensiero su “Vivalascuola. Chi sono i “ladri di futuro”?

  1. Illuminante, non saprei cosa altro dire. Complimenti a chi ha scritto questo interessantissimo articolo e grazie a chi l’ha condiviso su Lpels.

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