Tra Livorno e l’Irlanda: intervista a Massimiliano Roveri

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Massimiliano Roveri

Massimiliano Roveri è, insieme alla scrittrice irlandese Catherine Dunne, il fondatore e direttore del San Patrizio Livorno Festival, una manifestazione culturale imperniata sull’incontro culturale tra l’Italia (e in particolare la Toscana) e l’Irlanda, sua (ma in fondo anche mia) terra d’elezione. Creatore e curatore del sito italo-irlandese Italish.eu, si appresta a organizzare la terza edizione del festival, che si terrà nel marzo 2020. Con questa intervista entriamo più nel merito della sua attività, anche di autore.

– Come nasce il tuo rapporto con l’Irlanda, terra in cui vivi e lavori da anni?
– Nasce in modo casuale.
Venti anni fa, da lettori di libri di leggende celtiche e giocatori di ruolo, io e mia moglie andiamo in Irlanda in viaggio di nozze.
Ricordo e ricorderò sempre una specie di “click”, quasi fisico, da qualche parte nella mia testa, quando vidi per la prima volta le isole Aran dalla costa del Connemara. Sfolgoravano nel sole. Immediata la sensazione di essere tornato finalmente a Casa (con la “C” maiuscola: una home, non una house).
mi aveva colpito in una forma potentissima. Da allora, decine di viaggi. Nascevano connessioni, nascevano amicizie. Quando, anche se certamente non più giovane, persi il lavoro in Italia, ho deciso di partire.
Sei anni dopo l’unico rimpianto è ancora quello del primo giorno: non essere partito prima. Anzi: essere tornato in Italia venti anni fa.
– Insieme alla scrittrice Catherine Dunne, sei l’ideatore e il direttore artistico del Festival di San Patrizio, già svoltosi per due edizioni nel mese di marzo a Livorno, e legato naturalmente all’Irlanda. Ce ne puoi parlare?
– Be’, il Festival rappresenta una parte importante della mia idea di Irlanda: ne è in qualche modo una estensione fisica, tangibile.
La prima edizione, nata dopo una chiacchierata con Michele Marziani, che aveva scelto mesi prima di far uscire il mio primo libro, Il giorno che incontrammo Roddy Doyle, era stata molto simile a una riunione della carboneria, ma aveva già delle belle caratteristiche che sono diventate il DNA del festival: un mix bilanciato tra divertimento e cultura (pago una pinta a chi coglie la quasi citazione…) e amicizie che diventavano voglia di lavorare insieme, visto che i primi ospiti, Claudio Monteleone, attore; Simone Farinella, filosofo, e Federico Platania, scrittore e Beckett-aholic, sono ormai parte integrante del festival, edizione dopo edizione.
La seconda edizione, a cui partecipava un’altra amica e scrittrice “irlandofila”, Federica Sgaggio, aveva già compiuto un balzo enorme, aggiungendo al format collaudato la presenza di altri due importantissimi ospiti quali John Banville e Marco Vichi. Con la seconda edizione iniziava anche il dialogo con la città (Livorno ha fatto parte per la prima volta del “Global Greening” di San Patrizio) e aumentava l’offerta di eventi. Inoltre, con la presentazione di un progetto artistico internazionale, il “Dublin Tarot Project” [v. sotto], il SPLF diventava il palcoscenico di un evento letterario di rilevanza mondiale. Per la terza edizione, quella del 2020, che stiamo già preparando, dovremo essere molto bravi per superarci. Ma stiamo lavorando proprio per questo!

Paesaggio irlandese con arcobaleno

– Sei anche un autore, che naturalmente nei suoi libri si è occupato di Irlanda. Ci puoi raccontare di cosa trattano, e anche a quali nuovi progetti di scrittura ti stai dedicando?
– Ho scritto quattro romanzi di cui due sono stati pubblicati. In seguito ho recuperato i diritti, per far tornare in ballo i romanzi in altri circuiti, e magari in ordine cronologico (erano usciti il primo e il quarto che ho scritto).
Il giorno che incontrammo Roddy Doyle è un libro parzialmente autobiografico che parla di Mal d’Irlanda, ma un Mal d’Iranda in cui i libri e le storie giocano un ruolo fondamentale. La Terza Vita, uscito un anno dopo, è un libro molto diverso. Tratta la banalità del male in una famiglia irlandese normale e benestante attraverso la storia di una adozione.
“A causa” del SPLF 2018 mi ero trovato in una singolare situazione, nella – diciamo così – vita reale, che mi ha ispirato un testo per il teatro.
Se tu mi avessi chiesto il giorno prima di quell’evento se avrei mai scritto per il teatro la risposta sarebbe stata un no secco. Invece, alle sei di mattina, dopo una serata passata in un ristorante vuoto, nasceva Nessun Altro. Claudio Monteleone, il nostro “attore residente”, e Dario Greco lo hanno portato in scena un anno dopo “il fattaccio”, al SPLF 2019. Vedere persone vive che pronunciavano le mie parole è stato un bel massaggio dell’ego.
Adesso sto non-scrivendo il quinto romanzo e altri due testi teatrali. Un po’ di vicissitudini mi hanno tolto la carica giusta, ma un monologo che ho scritto di recente (e che, probabilmente, diventerà un’altra prova per Claudio, al prossimo SPLF) mi ha fatto capire che le cose stanno tornando a posto. Ho un monaco irlandese a Chiusi della Verna che aspetta di conoscere il suo destino…
– L’Irlanda è una terra dalla ricchissima e profonda tradizione letteraria, che fornisce al mondo alcuni tra i più brillanti autori a livello mondiale – per non parlare della sua straordinaria produzione musicale. Qual è, secondo te, la radice di questo esplosivo potenziale artistico, che si respira autenticamente sulle strade delle città irlandesi?
– Citando Ray Bradbury: gli irlandesi sono un cruciverba senza numeri. Questa loro indecifrabilità ha la sua… cifra nell’arte. L’attenzione che ha tanto l’uomo della strada quanto il ministro o l’ambasciatore di turno per il proprio retaggio culturale è, per me, struggente. I celti iniziarono a raccontarsi storie e in Irlanda non hanno mai smesso. Hai perfettamente ragione nel dire che questo tratto “si respira” nelle strade. I busker, i poeti al pub, i gruppi di scrittura creativa, organizzati (come Fighting Words, pensato per le scuole e diretto dal monumentale e per me mitico Roddy Doyle e per il quale sono orgogliosamente volontario) e non, ne sono la dimostrazione. Una volta ho vinto un concorso che aveva per tema il riassumere Dublino in una sola frase. La mia fu: Dublino è un posto che se tiri una pietra cogli un artista.
– Sono convinto che tra Italia e Irlanda, e in particolare tra Toscana e Irlanda, esistano importanti affinità, a livello paesaggistico e antropologico. Non solo perché Luciano De Crescenzo le collocava entrambe (come, del resto, la Polonia) tra i “popoli d’amore”, ma anche per l’umorismo e la vena ribelle. Concordi su questo? E pensi che oggi il legame tra i due paesi sia più forte in passato (anche per via dei tanti italiani che vivono in Irlanda)?
– Questa domanda, per uno che come me gioca a fare l’irlandese più irlandese degli irlandesi, è sempre insidiosa.
Ma, sì: ci sono tratti sottesi in comune. L’umorismo nero di Beckett, ma dell’Irlanda tutta, non è poi così lontano da quello di Livorno, la città in cui sono nato. La differenza che trovo è invece una maggiore attenzione, o apertura, o disponibilità, verso il prossimo: la kindness che si respira (di nuovo…) per le strade.
Credo che questa cosa abbia a che fare con l’essere l’Irlanda un’isola. Prima o poi la scastagnerò, la mia teoria generale delle isole, così magari sarà tutto più chiaro…
Quanto ai legami, la mia risposta è ovviamente sì: il progetto SPLF è un progetto che costituisce un ponte culturale tra i due paesi; il progetto sui Tarocchi (il già ricordato “Dublin Tarot Project”) è ancora più aperto, idealmente rivolto a tutta Europa – un framework che tende a diventare una piattaforma di scambio tra creativi che scambiano ispirazione su un territorio di base comune, quello dei Tarocchi, facendo riferimento al lavoro di Calvino. Un progetto intermediale (musica, arti visive, scrittura) a cui per adesso hanno partecipato Marco Vichi, John Banville, Catherine Dunne e a cui parteciperanno Peter Murphy e (auspicabilmente) anche Colm Mac Con Iomaire.
Essere io stesso un agente di questi rapporti, con dieci anni di diffusione della cultura irlandese in Italia e cinque anni di lavoro con la straordinaria, letterariamente e umanamente parlando, Catherine Dunne, mi riempie di orgoglio. Ho fatto qualcosa di buono (altra pinta per chi prende questa, di citazioni).
Non sono sicuro invece delle connessioni paesaggistiche. Anche se ci sono aree dei dintorni di Dublino che sono state ribattezzate con nomi che ammiccano all’Italia, l’Irlanda ha due denotazioni molto diverse, secondo me: la vicinanza del Nulla (un Nulla positivo, ontico, rappresentato da vaste bolle di non presenza umana anche raggiungibili con un semplice autobus) e del pericolo: la costa, il mare, sono davvero insidiosi e, almeno ai miei occhi, sono un bel parametro sulla via dell’umiltà che il genere umano dovrebbe, se ha voglia di non estinguersi, percorrere. Questa storia della bellezza terribile c’è, davvero, sulle scogliere dell’Isola di Smeraldo, e ancora di più sulle sue isole di un’isola.

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