Intervista a Sara Bini: “I figli di Lilith”

Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni

I figli di Lilith. Un tributo a Isolde Kurz e al Divino in ogni donna (Lilit Books) è un libro di grande spessore, opera di Sara Bini, scrittrice, cantautrice ed esperta di lingua e letteratura tedesca (e non solo), nato come tesi universitaria di ricerca e divenuto un saggio accademico – e sia pur scritto in un linguaggio accessibile e invitante per tutti i lettori – imperniato sul poema di Isolde Kurz (da lei tradotto e commentato) I figli di Lilith. L’opera ruota attorno alla figura di Lilith, tradizionalmente considerato come “demone” (per ragioni in gran parte legate al dominio maschile sulle idee e sulla cultura, protrattosi per secoli), ma in realtà archetipo del Femminile, da intendersi come lato creativo e, in quanto tale, elemento dirompente dell’ordine “borghese” del mondo.

Entriamo più nel merito di questi temi in un’intervista con l’Autrice (rimando inoltre al video di una sua presentazione, in cui illustra nel dettaglio le tematiche trattate nel volume).

– Il tema del Divino legato al Femminile è al centro della ricerca poetica di Isolde Kurz e, di riflesso, della tua di studiosa. Ce ne puoi delineare i tratti essenziali?

– Il Femminile Divino per antonomasia è, a mio avviso, sintetizzato nella figura di Sophia, la Divina Sapienza, l’intelligenza del cuore che unisce conoscenza ed esperienza in una superiore forma di saggezza. Il femminile ha, per sua natura, anche fisiologica, i tratti di apertura e ‘porta’ verso un ‘oltre’ misterioso. Tale dimensione esistenziale, che viene allo stesso tempo temuta e desiderata, rappresenta il mistero stesso della Vita.

– Perché questa autrice, nel tempo, è stata relegata in secondo piano?

– Come spiego nell’introduzione, Isolde Kurz in realtà trovò un notevole riscontro di pubblico, specialmente all’inizio della propria carriera letteraria. Veniva lodata per la sua correttezza formale, l’aderenza alle forme classiche e la padronanza della metrica… caratteristiche, tuttavia, che l’hanno allontanata dai favori del lettore moderno. Sostanzialmente, fu una scrittrice d’impronta ‘classica’ in un’epoca di avanguardie e sperimentalismi. Non rientrando distintamente in nessuna corrente stilistico-letteraria della sua epoca, venne poco studiata e ben presto dimenticata. Oggigiorno, quest’autrice è stata in parte recuperata dalla critica femminista proprio per l’audace rivisitazione del mito di Lilith e per il suo sguardo a tutto tondo sulle potenzialità espressive ed educative della donna.

– Qual è il legame di affinità, in termini di sensibilità, che ti lega a lei?

– Immagino che l’affinità elettiva più lampante che lega me a Isolde sia il mio considerarmi ‘individuo’, cioè ‘essere umano’, ancor prima che donna. Di conseguenza, condivido la visione umanistica della Kurz che aspira a un’umanità superiore, capace di sviluppare le proprie eccellenze e di trascendere i propri limiti e le proprie negatività. Esattamente come lei, penso che l’essere umano sia una creatura-ponte tra le istanze della materia e quelle dello spirito, intendendo per spirito il richiamo verso un livello di vita più ampio, libero e meno vincolato di quello che comunemente sperimentiamo. Isolde chiamò la sua autobiografia “Pellegrinaggio verso l’Irraggiungibile”; allo stesso modo io stessa sperimento la tensione verso l’Oltre e la nostalgia dell’Infinito come tratti distintivi della mia esistenza.

Sara BIni

– Come poetessa e cantautrice, ritieni di aver fatto tuoi alcuni tratti del pensiero o dello stile della Kurz?

– Riguardo al pensiero di Isolde, molte sue visioni già mi appartenevano prima di conoscerla, per cui ci siamo attratte a livello d’anima proprio grazie a tale profonda sintonia. A livello stilistico, credo di essere stata felicemente fecondata dal suo amore per l’aforisma o comunque per lo stile aforistico. Quest’ultimo permette di condensare in un’immagine incisiva concetti apparentemente paradossali, che proprio attraverso il loro contrasto fanno luce verso una verità ulteriore e non scontata.

– Qual è il tuo rapporto con la lingua tedesca, e in che modo la tua ricerca su Isolde Kurz lo ha plasmato?

– Amo la lingua tedesca, soprattutto nel suo aspetto letterario e filosofic È una lingua altamente creativa, con cui, attraverso le parole composte, si possono coniare continuamente neologismi ed esprimere nuovi pensieri. Ci sono due parole a me particolarmente care, proprio perché restano fondamentalmente intraducibili nella lingua italiana: “Sehnsucht” e “Streben”. Entrambe sono di matrice romantica ed entrambe vengono usate dalla Kurz per descrivere la sete di Assoluto e l’anelito a ricongiungersi ad esso che dovrebbe essere il cuore e la meta di ogni evoluzione umana.

 – Quali i tuoi prossimi progetti artistici?

– Da diverso tempo ho in cantiere un progetto a lungo termine. Si tratta di una sorta di autobiografia spirituale che ripercorre le tappe principali del mio percorso ‘evolutivo’, del mio viaggio esistenziale. Questo viene esposto essenzialmente in chiave ironica e talvolta un po’ dissacrante, pur mantenendo la serietà e la validità degli insegnamenti che via via vengono citati o presentati. L’ironia, nel mio caso, ha una valenza sia stilistica che etica: rappresenta infatti un invito a sorridere e a non lasciarsi troppo agganciare né risucchiare dalle tragicomiche vicende delle nostre storie personali.

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