Alla ricerca dell’anima

di Sabrina Trane


Ciò di cui cerchi di sbarazzarti gettandolo fuori dalla coscienza rientra, per così dire, dalla finestra dell’inconscio. L’uomo occidentale ha fatto scomparire Dio dal palcoscenico della propria vita, dichiarandolo morto, e si è ritrovato stretto nella morsa di uno scientismo arido, e di un iper-attivismo volto ad affondare nel buio dell’oblio la sua profonda angoscia esistenziale. 

Nel pieno di questa realtà, ecco allora comparire, nella disciplina che si occupa del suo benessere – la psicologia -, qualcosa di nuovo, che suscita consenso anche negli ambienti più rigorosamente scientifici: la mindfulness, ovvero, detto in modo più esplicito, la meditazione buddista. Non è curioso? Quella stessa scienza che ha bandito come irrazionale la fede, e ha giudicato le sue pratiche retaggio di un oscuro passato, abbraccia adesso con entusiasmo il buddismo, perché di questo si tratta. E’ vero che esistono prove dell’efficacia di queste tecniche meditative – se applicate con perseveranza -, ma vi sono studi che dimostrano come la preghiera nostrana ottenga frutti non meno evidenti. Le scienze psicologiche, però, si guardano bene dall’approfondirli,  e ancor più dall’inserirli nei percorsi psicoterapeutici. Perché questa differenza di trattamento? Eppure, per noi occidentali, non è così naturale identificarci totalmente con le sensazioni provate nell’esperienza in atto, rinunciando a credere che ci sia un centro unificatore, una coscienza personale, come il buddismo propone. Un esempio concreto: una donna che, in seguito alla perdita del marito, molto amato, ha cominciato un percorso mindfullness, ha dichiarato al terapeuta: “A volte, quando parlo con un amico, mi rendo conto che non ha effettivamente importanza il fatto che mio marito sia morto”. Lo scopo, infatti, è quello di concentrarsi sul momento presente, immedesimandosi completamente in ciò che si sta vivendo, fino a identificarsi con l’esperienza in atto, staccandosi dal proprio modo abituale di sentire e vedere. Perdersi, insomma, nel momento presente, perché “non c’è un Sé duraturo da trovare. Si trova, invece, solo l’esperienza che si dispiega. Si scopre, l’anatta, o il non-sé, cioè essere un’orchestra senza direttore”. (dal libro Mindfulnness in psicoterapia). Siamo sicuri di voler gettare secoli di approfondimenti sul concetto di “persona” e di “coscienza”, di voler rinunciare alla nostra identità profonda, nel tentativo di recuperare ciò di cui con troppa disinvoltura abbiamo voluto sbarazzarci? Esistono infatti delle leggi che regolano la psiche individuale e collettiva. Carl Gustav Jung, che di oriente se ne intendeva, e che ha attinto largamente alle sue ricche tradizioni, ha affermato: “Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che noi non siamo orientali, e perciò in queste cose partiamo da una base completamente diversa”. L’uomo occidentale non si rende conto che, demolendo la propria fede e le sue tradizioni, lascia che la sete di spiritualità che è in lui vada ad attingere ad altre fonti, e chi può prevedere le conseguenze?

17 pensieri su “Alla ricerca dell’anima

  1. … [le scienze psicologiche, però, si guardano bene dall’approfondirli]…
    È certo, sarebbero costrette, loro malgrado, a riaprire quel palcoscenico su cui pensavano di aver, una volta per tutte, calato il sipario…
    … difficile per molti ammetterlo;
    “allora entriamo dalla finestra”!!!

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  2. Non credo siano in antitesi la meditazione di stampo buddhista e la fede cristiana. Si possono integrare a vicenda. Più il respiro è aperto, meno sono rilevanti gli steccati, da una parte e dall’altra. Occorre umiltà e sapersi distanziare un po’ dalle mode del momento, ma anche cogliere l’opportunità di conoscenza ed esperienza, che veicolano. Nessun timore che possa essere misconosciuto il valore salvifico e curativo della preghiera. Ben lo sapevano le nostre nonne … . Occorre allargare lo sguardo e si può tenere insieme molto, con guadagno.

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  3. Concordo con quanto scrive Paola Renzetti. Perché avere paura e alzare steccati e non provare ad accogliere quanto di buono c’è in culture diverse dalla nostra? Credo che la spiritualità possa far incontrare e non allontanare.

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  4. Non possiamo mai dimenticare che noi siamo creati da Dio per andare a ricercare Lui. Sant’Agostino diceva: “Per te ci hai fatti, O Signore, e l’anima nostra è inquieta finché non riposa in Te.” Finchè non abbia mo un rapporto con Dio l’uomo non è mai veramente felice.

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  5. @ema
    è proprio vero, è banale, perché è un istino meccanico ed elementare, ma ciò che caratterizza l’essere umano è la coscienza, che supera il puro istinto.

    @Alfonso Matrella
    Concordo pienamente!

    @paoloarenzetti e BarbareP.

    Condivido il fatto che confrontarsi con altre culture religiose sia una ricchezza, ma altra cosa è il sincretismo.
    Nel caso della meditazione buddista, ad esempio, non si tratta soltanto di tecniche che favoriscono l’accesso a livelli di consapevolezza più profondi, bensì di una via di conoscenza che conduce a una visione della divinità, dell’uomo e del fine ultimo delle sua esistenza profondamente diversi da quelli cristiani, anzi, per molti versi opposti.

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  6. Dire che il confronto è una ricchezza, dopodiché ritenersi superiori perché cristiani, come si evince dai commenti mi sembra una contraddizione. Il confronto è alquanto asimmetrico. Al mondo non esistono soltanto i cristiani. Affrontare il dolore è un percorso lungo, fatto di tanti piccoli passi che vanno da un iniziale desiderio di fuga ad una successiva presa di coscienza che ciascuno compie per gradi e con i propri tempi e definire banale quello che è uno stadio di questo viaggio a me pare inopportuno.

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  7. Non è convincente l’affermazione che il Cristianesimo e il Buddhismo conducano a visioni opposte della vita e di Dio. Il Buddhismo è un cammino, una via che (a mio parere) non esclude dal proprio orizzonte la possibilità dell’incontro con Dio, e pone comunque delle verità che interpellano, delle pietre miliari a cui affidarsi e far riferimento. Una tradizione millenaria, che è bene non banalizzare e trattare superficialmente. Gandhi stesso, dice che per un occidentale (un cristiano) non è consigliabile abbandonare la propria fede, per assumenerne un’altra. Credo che fosse insieme, un riconoscimento implicito del valore del Cristianesimo e una consapevolezza dei limiti della creatura umana di fronte al mistero di Dio.

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  8. ..detto ciò, le tecniche sono infine dei metodi che possono aiutare a ritrovare un centro..x dirla con una signora conosciuta qualche tempo fa .” HO un malessere panoramico ” ,quindi se il malessere è pervasivo nascono bisogni..ed è allora che si va alla ricerca di un benessere..Non x fuggire dal male ma per riuscire a sopportarlo..penso che tali metodiche siano “accettate” dalla neuro scienza per motivi di controllo,a sua volta anche lei ha un bisogno..sono nati studi x capire cosa succede ..cosa cambia durante la meditazione..un uomo in preghiera..come puoi controllarlo?un gruppo?

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  9. Sono domande rilevanti. Meglio non essere approssimativi e cercare competenze serie. So che ci sono pratiche meditative, che si sono rivelate un’ integrazione efficace per affrontare diversi problemi, anche in campo medico. In generale è possibile per tutti, trarre benefici da pratiche corporee, come lo Yoga ad esempio, accessibili e benefiche, che non hanno controindicazioni.

    Per quanto riguarda la preghiera, la tradizione cristiana può offrire diversi percorsi, molto sperimentati. Pensiamo ai Santi e alla ricchezza (lo vediamo ogni giorno in questo stesso blog) che viene da ogni loro esperienza vissuta.

    Credo però che la dimensione della preghiera, interpelli soprattutto personalmente. Ma nessuno è solo, se si sente parte di “qualcosa” di una comunità. Sappiamo oggi quanto sia problematico, anche solo pronunciare questa parola.

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  10. @Barbarap
    Banale lo e’ per un Cristiano, e lo ribadisco, perché il modello del Cristiano e’ il Cristo sulla croce, un uomo appunto che non e’ fuggito dal dolore.

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  11. Fuggire dal dolore, sembra impossibile. Chi tenta la fuga, chiama ineviabilmente su di sé altro dolore (si sperimenta spesso). Noi stessi siamo causa di dolore per gli altri (per piccole o grandi cose). La strada è fatta di qualche balzo, più spesso tanti passi l’uno dopo l’altro, di accidenti… di riprese fortunose e inspiegabili. I modelli (se ci sono) meglio interiorizzarli piuttosto che brandirli. Renderne ragione se occorre. Buddha, Gesù Cristo, hanno indicato dei percorsi, che aiutano da sempre a vivere con coraggio e a restare umani. Buon resto di giornata a tutti.

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  12. Vorrei premettere che il discorso è complesso, e nel tentativo di sintesi è facile che le parole non riescano ad esprimere pienamente il pensiero.
    La tradizione orientale è certamente molto ricca, nel mio percorso di conversione sono passata anche per quelle vie, e comprendo l’ attrattiva che esercita.
    Condivido inoltre che vi siano alcune tecniche mindfullness che è possibile integrare in terapia. Ma la mindfullness è diventata pervasiva, non c’è ambito in cui non sia applicata, e l’evidenza degli studi clinici, pur essendo presente, è ancora in una fase troppo iniziale per poter giustificare tale successo.
    Allora per me la domanda è d’obbligo: perché? cosa è accaduto? Tanto più che il consiglio a terapeuti e pazienti che la abbracciano è quello di non limitarsi a qualche esercizio, bensì di seguire il percorso fino in fondo, che prevede ritiri stanziali in cui si viene introdotti pienamente nella visione buddista della vita.
    Altra domanda che mi sorge spontanea: ma se Ghandi, Jung e molti altri profondi conoscitori della meditazione orientale, concordano sul fatto che noi occidentali abbiamo un’impostazione troppo diversa per poterla comprendere fino in fondo, perché non chiedersi cosa intendono comunicarci con queste parole?
    Credo che il punto nodale, che si cela dietro a tutto ciò, sia il tema dell’identità.
    E concordo con Ema quando, parla della sofferenza redentiva di Cristo, croce e risurrezione, quale (scomoda) carta di identità del cristiano il quale, se vuole arrivare a capirci qualcosa, deve attingere innanzitutto al bagaglio lasciato in eredità da chi ha già percorso questa via.

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  13. @Chiara

    gli studi sull’efficacia delle psicoterapie si basano di solito sulla tecnica del doppio cieco, ma anche su controlli dell’attivazione di aree cerebrali attraverso la radiologia per immagini.
    Vorrei aggiungere che la psicoterapia occidentale pullula di tecniche efficaci,, né vi sono evidenze (almeno per adesso) sulla superiorità della mindfullness quanto a risultati.

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  14. Sabrina,concordo con il punto nodale..l identità. . Gira che ti rigira il fulcro è questo…riflettendo..in questa fase storica siamo usciti dalla crisi..abbiamo fatto tabula rasa…e nel vuoto ci si aggrappa a …ci sentiamo orfani ..associo qui il termine di malattia orfana..il malessere si riesce ad individuare..ma al momento non c’è cura…allora ci propongono una rete di boccheggiamento.. .x carità, le proposte non si presentano mai come vie di religione…Non si cercano identità religiose..mi sembra di capire che si voglia permanere nello sfumato… a parlarne..mi sembra di sfumare anch’io. .il tutto è complesso..e aggrovigliato..torniamo al punto nodale..Non voglio sfumare ma sciogliere il nodo.. grazie

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  15. @Chiara

    Sono d’accordo con te Chiara, mi piace il termine “sfumare”.
    Quello dell’identità è un tema così vasto…se don Fabrizio vorrà ancora ospitarmi, credo che scriverò un articolo sull’ argomento.

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